Ci sono autori che ottengono un’immortalità riservata a pochissimi: coniare un termine che finisce nell’uso comune: “la stanza tutta per sé” di Woolf, la “situazione irrisolvibile” di Comma 22 di Heller, la “neolingua” di George Orwell. Sebbene spesso si pensi il contrario, il mansplaining – la tendenza maschile all’arroganza intellettuale quando si ha di fronte una donna – non compare proprio in questi termini nel fortunato Gli uomini mi spiegano le cose (Ponte alle Grazie). Tuttavia il saggio di Rebecca Solnit, 63 anni, ha dato un nome a una sgradevole abitudine che chiedeva a gran voce di essere nominata.
Solnit è una delle più importanti femministe americane, con una ventina di titoli all’attivo. L’abbiamo intervistata al telefono per parlare del perché gli Stati Uniti abbiano scelto per la seconda volta un …
Ci sono autori che ottengono un’immortalità riservata a pochissimi: coniare un termine che finisce nell’uso comune: “la stanza tutta per sé” di Woolf, la “situazione irrisolvibile” di Comma 22 di Heller, la “neolingua” di George Orwell. Sebbene spesso si pensi il contrario, il mansplaining – la tendenza maschile all’arroganza intellettuale quando si ha di fronte una donna – non compare proprio in questi termini nel fortunato Gli uomini mi spiegano le cose (Ponte alle Grazie). Tuttavia il saggio di Rebecca Solnit, 63 anni, ha dato un nome a una sgradevole abitudine che chiedeva a gran voce di essere nominata.
Solnit è una delle più importanti femministe americane, con una ventina di titoli all’attivo. L’abbiamo intervistata al telefono per parlare del perché gli Stati Uniti abbiano scelto per la seconda volta un consumato misogino a guidarne le sorti, degli attacchi all’autonomia femminile e delle deviazioni maschiliste degli angoli più oscuri di internet.
A proposito di donne, Rebecca Solnit: "Siamo tutte cortigiane perché ci educano a compiacere l'uomo"
Come riesce a non perdere la speranza in questi tempi?
«La speranza è diversa dall’ottimismo. L’ottimismo è la sensazione che tutto andrà bene. La speranza implica che ci sono ancora delle opzioni e che se le sfruttiamo le cose miglioreranno. Nel mondo in cui sono nata, nel 1961, le donne non solo non avevano i diritti di oggi ma nemmeno una lingua per parlare di diseguaglianza. Il femminismo ha fatto un lavoro straordinario. La gente tende a dimenticarlo perché viviamo negli Stati Uniti dell’amnesia. Quindi non trovo così preoccupante il fatto che non siamo riusciti a invertire del tutto 2.500 anni di patriarcato in soli 60 anni».
Quando il movimento MeToo è esploso nel 2017, sembrava che non si potesse tornare indietro. Otto anni dopo Trump è di nuovo presidente. Non solo: potevamo avere una donna nello Studio Ovale. E invece...
«Non mi sono mai illusa che fosse cosa fatta. Mi rincuora pensare che Trump, i repubblicani, l’ondata di misoginia guidata da quella che chiamiamo machosfera e l’internet più reazionario pensino che siamo riuscite a cambiare il mondo in modi che li irritano e che devono essere cambiati. È terribile ma dimostra quanto abbiamo raggiunto».
Di cosa hanno paura?
«In questo Paese c’è una nuova setta: quella di coloro che sono sorprendentemente obbedienti quando si tratta di odiare, e di temere ciò che viene detto loro di odiare. Cinque anni fa nessuno aveva paura dei minori trans. Non ricordo chi odiavano cinque anni fa, ma dieci anni fa erano i musulmani. C’è qualcosa di orwelliano nell’odio a comando che si rinnova a cadenza settimanale. Tutto può essere manipolato e l’estrema destra ha imparato quest’arte come nessun altro. Mi conforta però il fatto che Trump stia facendo un ottimo lavoro per unire l’opposizione contro di lui».
La vittoria di Trump è stata anche la vittoria della visione tradizionale del genere. È stata una sorpresa?
«Trump è un sintomo della malattia della disinformazione. I social manipolati da Musk e Zuckerberg ne sono una fonte. I media di destra un’altra. Né è stata d’aiuto la stampa tradizionale che ha normalizzato il candidato repubblicano in campagna elettorale. Un tempo ero orgogliosa di aver vissuto la maggior parte della mia vita a San Francisco, la terra della liberazione gay, della poesia sperimentale e del movimento ambientalista. Ora siamo sinonimo della Silicon Valley, che causa danni intenzionalmente perché è redditizio diffondere odio e cospirazioni».
Si aspettava questa svolta a destra dei papaveri della Silicon Valley?
«La Silicon Valley è sempre stata un covo di uomini con scarse attitudini sociali, per dirla gentilmente, e ha una lunga storia di discriminazione di genere e di etnia. La nuova ossessione di Bezos e Zuckerberg per la mascolinità è un segno che gli stessi che manipolano le informazioni sono vittime di manipolazioni misogine».
Perché l’idea della machosfera è così prevalente tra i giovanissimi?
«Internet può essere un luogo molto tossico per le persone di qualsiasi età, come dimostra il numero di adulti che si sono bevuti le teorie cospirative sul Covid. Ma è stato creato da giovani uomini e, di fatto, per giovani uomini; giovani uomini bianchi, in particolare. Quindi sono vulnerabili».
Per quale motivo si sentono minacciati dall’avanzata femminista?
«Vedono l’equilibrio tra i sessi come una formula a somma zero: se le donne vincono, loro perdono. Ma il patriarcato è distruttivo anche per loro. Porta solitudine, infelicità, mancanza di relazioni strette, problemi di salute mentale. Le femministe amano gli uomini più di molte donne “tradizionaliste”».
Segue il fenomeno delle “tradwives”, le giovani influencer che difendono i valori della famiglia tradizionale e la cura dei figli?
«Non mi sorprende che alcune donne pensino che servire il patriarcato sia la migliore opzione, o che alcune non abbiano mai avuto accesso a un’altra visione del mondo. Vorrei anche che le persone istruite capissero che in certe zone rurali le opportunità di pensare in modo diverso non abbondano».
Cosa pensa di quella frangia del femminismo che si ribella al fatto che le donne trans siano viste come donne?
«Non capisco chi sostiene che la minaccia per le donne cisgender è rappresentata dalle donne trans, quando la minaccia più grande, se parliamo di violenza e aggressione sessuale, è rappresentata dagli uomini eterosessuali cisgender. È come preoccuparsi di una pozzanghera quando arriva uno tsunami. La violenza contro le donne è ancora la più diffusa nell’umanità».
Non direbbe quindi che è in declino?
«È una crisi talmente normalizzata che è difficile far sì che le persone la trattino come un’emergenza».
Come vede la crescita negli Usa del movimento pronatalista?
«Vogliono tornare indietro di 50 anni ma la realtà economica è diversa. Ciò che incoraggerebbe le donne ad avere figli è garantire loro il tipo di sicurezza economica dei Paesi scandinavi».
E poi c’è Elon Musk, con i suoi 13 o, non è del tutto chiaro, 14 figli.
«È solo un donatore di sperma che va in giro col figlio come se fosse un peluche. Chi se ne prende cura probabilmente è una donna. In inglese mother è anche un verbo e significa “prendersi cura”. To father ha un solo significato: generare. Musk ha generato molti figli, ma non sembra essere coinvolto nella loro vita».
©El País/Lena, Leading European Newspaper Alliance