✕

I martiri di Reggio Emilia e quel murale da salvare

Il murale del Partigiano Reggiano, a Reggio Emilia 

Ascolta l'audio

Dedicato alle vittime della strage fascista di Villa Sesso è in condizioni di degrado. Ora il Comune finalmente si muove
2 minuti di lettura

Reggio Emilia - Il cartello recita: «Casa Manfredi è salva». Ma è riverso a terra, tutto infangato. Non va meglio per gli altri otto pannelli commemorativi della strage di Villa Sesso, a Reggio Emilia. Era il 27 settembre 2020, quando l’allora sindaco Luca Vecchi inaugurò il murale “Partigiano Reggiano”, «per non permettere — disse — che cada l’oblio su uno dei fatti di sangue più gravi compiuti dal nazifascismo».

Nel 2021 Autostrade chiese di cancellarlo, perché distraeva — dicevano — i viaggiatori sulla A1. Seguirono catene umane, appelli, e il murale si salvò. Quattro anni dopo il Partigiano reggiano cade a pezzi, i versi della canzone di Zucchero sono tutti bucherellati, l’intonaco è venuto giù. L’intero edificio è abbandonato, pericolante, invaso dall’erba alta e praticamente irraggiungibile, come raccontato dai Modena City Ramblers su Robinson del 13 aprile.

Reggio Emilia - Il cartello recita: «Casa Manfredi è salva». Ma è riverso a terra, tutto infangato. Non va meglio per gli altri otto pannelli commemorativi della strage di Villa Sesso, a Reggio Emilia. Era il 27 settembre 2020, quando l’allora sindaco Luca Vecchi inaugurò il murale “Partigiano Reggiano”, «per non permettere — disse — che cada l’oblio su uno dei fatti di sangue più gravi compiuti dal nazifascismo».

Nel 2021 Autostrade chiese di cancellarlo, perché distraeva — dicevano — i viaggiatori sulla A1. Seguirono catene umane, appelli, e il murale si salvò. Quattro anni dopo il Partigiano reggiano cade a pezzi, i versi della canzone di Zucchero sono tutti bucherellati, l’intonaco è venuto giù. L’intero edificio è abbandonato, pericolante, invaso dall’erba alta e praticamente irraggiungibile, come raccontato dai Modena City Ramblers su Robinson del 13 aprile.

In tutto furono 23 le persone uccise a Villa Sesso. Della famiglia Manfredi morirono in cinque. Il padre Virginio e quattro figli. Alfeo, di 35 anni, fu ucciso per primo, il 17 dicembre del 1943. Tre giorni dopo toccò agli altri. Gino Manfredi aveva 29 anni: prima di ucciderlo lo seviziarono con un coltello e con un ferro da stiro. Poi vennero presi gli altri due fratelli, Guglielmo di 33 anni, e Aldino, di un anno più grande. Il padre Virginio all’inizio lo risparmiarono. Fu lui a chiedere di salire sul camion insieme ai figli. Paola Manfredi era lì, aveva solo sei anni. «Mio papà Aldino era tornato da poco dalla guerra — ricorda la donna, che oggi ha 88 anni — io ero a letto insieme a lui quando mia madre gli disse di vestirsi di corsa, perché la casa era piena di tedeschi e di fascisti. A me dissero di stare ferma a letto e non muovermi». Non lo rivide mai più.

«Abitavamo tutti in quella casa — racconta — I miei lavoravano la terra, erano mezzadri. Andavano a portare da mangiare ai partigiani in montagna, mia madre cuciva i vestiti per loro, ospitavamo quelli malati, che venivano giù con le gambe nere per il freddo. Io dovevo stare di guardia. Poi sono venuti a prenderli». Sergio, il fratello di Paola, ripete: «Il nostro sogno è sempre stato quello di riportare i nostri famigliari a casa, anche se ormai quella casa non esiste più».

Manfredo Manfredi è un loro cugino, vive vicino al murale. Lo vede dalla finestra. «Sono settant’anni che tento di fare qualcosa per la mia famiglia — sbotta — Alla casa dei Cervi hanno fatto un sacco di monumenti, mentre questi ragazzi sembrano vittime di serie B. Sono andato al partito, dal sindaco, all’Anpi, mi hanno risposto tutti che non avevano soldi». Adesso il Comune ha messo a bilancio 80 mila euro per Casa Manfredi.

«L’amministrazione — spiega il vicesindaco Lanfranco De Franco — ha acquisito la casa nel 2019 perché stava cadendo a pezzi. Si è perso tempo perché volevamo candidarla a un progetto regionale, ma è troppo ammalorata. Allora abbiamo fatto un passo indietro, mettendo a bilancio 80 mila euro per consolidare i muri perimetrali e rimuovere almeno i detriti. Una volta messa in sicurezza la struttura, vogliamo farci un percorso storico. E sul retro, un bosco della memoria». Intanto, alla vigilia del 25 Aprile, l’Anpi di Sesso ha tirato su i cartelli, e falciato il prato. Almeno.

Leggi i commenti