La prima omelia di Leone inizia con una citazione del Vaticano II, e in particolare dalla costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il messaggio si intreccia al nome che ha scelto: Leone, come il Pontefice della Rerum novarum, che seppe cogliere e interpretare le sfide sociali del suo tempo, provando a riconciliare Chiesa e modernità. Il richiamo giunge da Leone d’America, che affonda le sue radici nella terra peruviana, dove da statunitense ha scelto di prendere cittadinanza: un gesto che racconta un’appartenenza più profonda di quella anagrafica.
Una scelta che risuona nei versi immortali di Emma Lazarus incisi sul piedistallo della Statua della Libertà: «Date a me le vostre stanche, povere masse oppresse e soffocate». Ed è ru…
La prima omelia di Leone inizia con una citazione del Vaticano II, e in particolare dalla costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il messaggio si intreccia al nome che ha scelto: Leone, come il Pontefice della Rerum novarum, che seppe cogliere e interpretare le sfide sociali del suo tempo, provando a riconciliare Chiesa e modernità. Il richiamo giunge da Leone d’America, che affonda le sue radici nella terra peruviana, dove da statunitense ha scelto di prendere cittadinanza: un gesto che racconta un’appartenenza più profonda di quella anagrafica.
Una scelta che risuona nei versi immortali di Emma Lazarus incisi sul piedistallo della Statua della Libertà: «Date a me le vostre stanche, povere masse oppresse e soffocate». Ed è ruggente Leone nel criticare la città dell’uomo moderno — le grandi capitali mondane? — che non conosce la dignità. Nella sua omelia ai cardinali la fotografa e la riconosce nella città biblica di Cesarea di Filippo, «bellissima — dice —, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà». Bellezza e crudeltà.
Dalla sua doppia origine — statunitense e peruviana — Leone conosce bene il veleno delle polarizzazioni. Le ha viste all’opera e le ha attraversate da pastore. Sa che alcune di queste fratture non sono ferite spontanee, ma fendenti calcolati, ideologicamente indirizzati contro la Chiesa. E allora il mite Prevost sa anche graffiare, come quando rispose con chiarezza a JD Vance, reo di aver strumentalizzato l’ordo amoris di Agostino, capovolgendo il Vangelo per adattarlo a logiche di potere.
C’è una frase pronunciata in un’intervista recente che pare il distillato del suo pensiero: «Non bisogna cedere alla tentazione di vivere isolati, separati in un palazzo, appagati da un certo livello sociale o da un certo livello dentro la Chiesa. E non bisogna nascondersi dietro un’idea di autorità che oggi non ha più senso». Parole che decostruiscono la tentazione di mondanità spirituale della Chiesa, ma che proseguono precise: «Spesso ci siamo preoccupati di insegnare la dottrina, il modo di vivere la nostra fede, — ha proseguito — ma rischiamo di dimenticarci il nostro primo compito: insegnare ciò che significa conoscere Gesù Cristo e testimoniare la nostra vicinanza con il Signore».
Come nei romanzi visionari di José María Arguedas, il Perù non è stato per Leone solo un territorio di missione, ma un’anima. Tra le Ande ha imparato a riconoscere Cristo nel volto rugoso dei campesinos, nella voce dolente delle comunità indigene. Dalla loggia vaticana Leone ha parlato anche in spagnolo, ricordando la piccola diocesi di Chiclayo, dalla quale Francesco lo ha chiamato a dirigere il Dicastero dei vescovi, fondamentale per costruire la tessitura della Chiesa con figure di veri pastori. In questo stile pastorale si riflette anche un principio decisivo del suo pensiero: sparire, verbo chiave di Leone. Questo, infatti, l’«impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo».
Il cuore del suo pontificato sarà agostiniano fino al midollo. La sua è una spiritualità dell’inquietudine, della ricerca incessante, del cuore che si tende verso l’oltre. Come Francesco fu figlio spirituale di Ignazio, Leone è figlio di Agostino. Importante questo ricorso della Chiesa d’oggi ai carismi dei religiosi per una leadership chiamata a essere profondamente spirituale, ma anche comunitaria. E non dimentichiamo che con Francesco questo ha significato la chiamata di donne religiose in ruoli apicali della Curia romana.
Leone ama molto di Agostino le parole del Sermone 340: «Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell’incarico ricevuto, questo della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza». C’è una singolare sintonia con il primo messaggio di Francesco che, affacciandosi dalla loggia delle benedizioni, aveva detto: «Incominciamo questo cammino della chiesa di Roma, vescovo e popolo insieme». Leone XIV «per» il popolo e «con» il popolo: la definizione lo rivela per quel che è: un convinto sostenitore della sinodalità, intesa come partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio alla vita della Chiesa.
Di fronte a questo scenario, Leone ribadisce con forza nella sua prima omelia che urge la missione: sa che «la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda» in molti contesti. Ed è consapevole che la mancanza di fede ha pure come conseguenza la «violazione della dignità della persona» e «tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco». Immagini del suo passato da vescovo in Perù già si rincorrono sui social: Leone con stivaloni infangati, Leone a cavallo, Leone che cucina tra pentole annerite. Il suo episcopato a Chiclayo è stato vissuto nelle periferie, tra comunità rurali, ascoltando, condividendo, difendendo i diritti umani. Il suo volto racconta la spiritualità dolente dei Poemi umani del peruano César Vallejo. È nella carne ferita del mondo che Leone ha vissuto la Chiesa «povera e per i poveri». Ma non basta. Leone evoca nelle sue prime parole il «dialogo tra i popoli». Il suo cuore batte per la pace, la parola chiave del suo primo saluto: una pace «disarmata e disarmante, umile e perseverante».
La sua esperienza al Dicastero per i vescovi gli ha insegnato a leggere le fratture del mondo come un medico le lastre del corpo. Ed è in questa ottica che si comprende meglio il richiamo nella sua prima omelia alla Chiesa come «città posta sul monte, arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo», e i suoi perigli. Non deve passare inosservata la parola pericolo della citazione agostiniana del suo saluto dalla Loggia delle benedizioni, guadando il popolo accorso che sventolava bandiere di mezzo mondo. Leone conosce la responsabilità del rischio che si è assunto pronunciando la parola «accetto».