Dopo aver raggiunto con fatica la riva del Monte Purgatorio, Dante e la sua guida vedono una nave di anime che scivola sulle onde. Tra i nuovi arrivati Dante riconosce un vecchio amico, il musicista Casella, e, felice di vederlo, cerca di abbracciarlo. Ci prova tre volte, ma tre volte si ritrova ad abbracciare se stesso. Purtroppo le anime non hanno consistenza fisica, non possono essere toccate. Sebbene questa impossibilità venga superata quando viene servita la causa della giustizia divina, incontrando Casella il lettore prova insieme a Dante il dolore di non poter abbracciare una persona cara. Simone Weil, in uno dei suoi Quaderni, ha scritto che «il tatto è la prova della presenza dell’amato e, anche se il contatto può assumere una sensazione di dolore fisico, anche quel tocco doloroso è felicità».
Dopo aver raggiunto con fatica la riva del Monte Purgatorio, Dante e la sua guida vedono una nave di anime che scivola sulle onde. Tra i nuovi arrivati Dante riconosce un vecchio amico, il musicista Casella, e, felice di vederlo, cerca di abbracciarlo. Ci prova tre volte, ma tre volte si ritrova ad abbracciare se stesso. Purtroppo le anime non hanno consistenza fisica, non possono essere toccate. Sebbene questa impossibilità venga superata quando viene servita la causa della giustizia divina, incontrando Casella il lettore prova insieme a Dante il dolore di non poter abbracciare una persona cara. Simone Weil, in uno dei suoi Quaderni, ha scritto che «il tatto è la prova della presenza dell’amato e, anche se il contatto può assumere una sensazione di dolore fisico, anche quel tocco doloroso è felicità».
Pablo Maurette, in questa illuminante ed erudita raccolta di saggi sul senso del tatto, Il senso dimenticato (il Saggiatore), ci incoraggia a riconoscere l’importanza vitale di questo senso trascurato. Tradizionalmente, la vista è stata considerata il senso primario. Tra gli attributi di Dio c’è la sua capacità di vedere tutto e la vista ha la precedenza sui suoi fratelli nella maggior parte delle nostre culture. Dal punto di vista neurologico, tuttavia, le cose sembrano essere diverse. Un modello del corpo umano disegnato dal neurochirurgo canadese W. G. Penfield nel 1951, secondo la rappresentazione proporzionale delle sue parti nel cervello, mostra che quasi il 90% corrisponde alle nostre mani, alle dita, alle labbra e alla lingua, e solo una piccola parte all’occhio e al naso. A quanto pare, per il nostro cervello il tatto è tutt’altro che un senso dimenticato.
Maurette ha tuttavia ragione nel sottolineare che la presenza del tatto nella nostra coscienza culturale, se non è affondata nell’oblio, almeno non riceve l’importanza che merita. In un delizioso capitolo dedicato al bacio, il più simbolico dei nostri gesti tattili, Maurette ci ricorda che «da Catullo a Shakespeare, il motivo del bacio come trattativa potenzialmente infinita e accordo ludico è stato una costante della poesia amorosa». Giulietta, paragonando il tocco delle sue mani su quelle di Romeo a un «bacio sacro dei pellegrini», provoca Romeo che le chiede: «Non hanno forse labbra i santi e i pellegrini sacri?». Giulietta risponde civettuola: «Sì, pellegrino, labbra che usano per pregare». E Romeo conclude: «Allora, cara santa, lascia che le labbra facciano ciò che fanno le mani».
Il tatto, con le labbra o con la mano, o con tutto il corpo sensibile, è essenziale in questa ricerca amorosa del centro, ed è per questo che tendiamo a chiudere gli occhi quando tocchiamo il nostro amante, per evitare la distrazione dei nostri occhi autoritari. Così l’assenza del tatto è spesso la punizione per l’amore illecito. In uno dei Plain Tales from the Hills di Kipling, una vedova indiana di quindici anni viene punita per aver avuto una relazione con un soldato inglese con il taglio delle mani; la storia finisce con i suoi moncherini infilati tra le sbarre della finestra dove si erano corteggiati. Qualcosa di simile accade a Lancillotto, quando si taglia le dita sulle sbarre che lo separano dalla sua amata Ginevra, e solo quando torna al suo alloggio si accorge delle dita mutilate. Nello stesso momento, Ginevra viene svegliata da un paggio che urla alla vista delle lenzuola imbevute di sangue.
Nel saggio finale del libro, sulla giustamente famosa Lettera a Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal sull’impossibilità della creazione letteraria, Maurette descrive il vasto strumento a nostra disposizione per esplorare l’universo delle sensazioni di cui Hofmannsthal dispera la comprensione intellettuale: la nostra pelle.
Curzio Malaparte, usando l’immagine della pelle per definire la totalità della maschera identificativa di una società, ha scritto questo in un punto del suo irascibile libro sull’occupazione alleata di Napoli: «Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre per la propria pelle, soltanto per la propria pelle. Tutto il resto non conta».
Poiché la nostra pelle è così importante che parliamo di salvarla quando vogliamo parlare di sopravvivenza, non sorprende che abbiamo cercato di mappare questo vasto organo scorticandolo, in senso figurato e letterale. Maurette osserva che, nel XVII secolo, molti contemporanei di Sir Thomas Browne erano interessati alle rappresentazioni del corpo umano spogliato della pelle, che rivelavano il segreto intrico di vene e muscoli. L’esempio classico del corpo scorticato è, naturalmente, quello del satiro Marsia, condannato da un Apollo vendicativo a essere scorticato vivo, dopo essere stato sconfitto dal dio in una gara di flauto. Dante interpretava il calvario di Marsia come un rituale di purificazione che avrebbe permesso al poeta di cantare il canto ispirato da Dio imprigionato nell’anima del poeta, come una farfalla nel bozzolo di una crisalide.
Verso la fine dell’aprile 1912, James Joyce, sostenendo un esame che gli avrebbe permesso di insegnare inglese a Trieste, presentò «in un italiano impeccabile» un saggio in cui descriveva la società contemporanea come avvolta in una pelle di egoismo e autoindulgenza, una visione modernista che avrebbe poi colorato la Weltanschaung di Leopold Bloom e Stephen Dedalus.
Maurette è uno di quegli studiosi che hanno occhio per l’ago nel pagliaio, e molti sono stati i pagliai sondati con risultati sorprendenti, senza mai pungersi le dita sulle spine della supponenza o della severità accademica. Il senso dimenticato è uno dei suoi risultati più felici.
Il libro
Il senso dimenticato di Pablo Maurette (il Saggiatore, pagg. 212, euro 18)