JR: “Che miracolo portare le facce della vera Napoli sul Duomo di San Gennaro”
di Conchita Sannino«Mi fido dell’umanità, anche oggi. Nonostante le menzogne, i muri alzati, le guerre. Un’opera non deve avere ragione, ma trascinarti più in là». Figuriamoci se poteva fargli paura Napoli, capitale del rischio e dell’arte contemporanea, dai capolavori di Terrae Motus ai ragazzi che si lanciavano strafottenti nella montagna di sale di Paladino.
«Mi sento a casa», conferma JR. Gli occhiali neri da cui non si separa mai, tenuta total black. Eppure lo street artist, fotografo e regista diventato celebre per i suoi collage a forte vocazione sociale, vero nome Jean René mutuato dal boss di Dallas, rivendica la fame di vita, «anzi di luce». Dopo le gigantografie dei bambini nei campi profughi in Ruanda o in Colombia, dopo i 150 volti di operatori sanitari dispiegati sull’ospedale Pavlov d…
«Mi fido dell’umanità, anche oggi. Nonostante le menzogne, i muri alzati, le guerre. Un’opera non deve avere ragione, ma trascinarti più in là». Figuriamoci se poteva fargli paura Napoli, capitale del rischio e dell’arte contemporanea, dai capolavori di Terrae Motus ai ragazzi che si lanciavano strafottenti nella montagna di sale di Paladino.
«Mi sento a casa», conferma JR. Gli occhiali neri da cui non si separa mai, tenuta total black. Eppure lo street artist, fotografo e regista diventato celebre per i suoi collage a forte vocazione sociale, vero nome Jean René mutuato dal boss di Dallas, rivendica la fame di vita, «anzi di luce». Dopo le gigantografie dei bambini nei campi profughi in Ruanda o in Colombia, dopo i 150 volti di operatori sanitari dispiegati sull’ospedale Pavlov di Kiev, o i lavori sulla Ellis Island di ieri e nelle carceri americane di oggi, si cala nella fibrillazione dei vicoli grazie al progetto di Intesa Sanpaolo. L’ultimo sguardo alla mostra Chi sei, Napoli, alle Gallerie d’Italia, su via Toledo. Poi salta in scooter e ricompare al Duomo, la cui candida facciata è stata appena rivestita della “sua” folla: 606 volti stampati su vinile, giovani, vecchi, bambini, intere famiglie, di ogni storia e ogni ceto sociale. Domani, doppia inaugurazione: sia del monumentale collage, d’intesa con il Museo diocesano diffuso, sia dell’affascinante percorso museale, ottavo capitolo di Chronichles.
JR, com’è stato questo incontro?
«Pieno di energia, legami, un tessuto popolare unico. Qualcuno era venuto a farsi fotografare in giacca e cravatta: ci siamo parlati, mi ha rivelato la passione per il teatro, gli chiedo “allora chi sei veramente” e lui: “non ti dispiacere, torno domani vestito da cantante”. Quando sono venuto due anni fa, mi chiedevo: esiste un posto così? Con me c’era Bob De Niro. Mi ha detto: è il tipo di relazioni dell’infanzia a Little Italy, ma è andato perduto».
E cosa ha trovato in quei mille che ha intervistato, fotografato?
«Un senso della vita molto acuto, che ti fa andare rapidamente alla sostanza, o ti spinge a raccontarti a uno sconosciuto. Zero barriere digitali, poca o niente verticalità, anche se tutti hanno lo smartphone non sono scomparsi i link sociali. In Europa non c’è un’altra metropoli dove la gente si parla da finestra a finestra, o dove due scooter nella via diventano una sala riunione. È la città di tutti».
E il suo rovescio?
«Problemi, contraddizioni, lo so. Ma se qui non c’è nessun crash ogni giorno, nessun mega incidente, è perché si compensa l’inosservanza alle regole con il doppio di alert: Napoli è la più sicura di tutte. Vedo la capacità di stare dentro un equilibrio difficile ma potente. Lo sa cosa mi è capitato?».
?Racconti.
«Ero sullo scooter, in mezzo a tanti altri, più bravi e veloci. Fanno zig zag. Uno sta per venirmi addosso, faccio solo “ooh”, lui anche “ooh”, si riprende, vira. E mentre schizza mi saluta con Modugno: “volareee, ooh-ooh”. Ero senza parole».
È riuscito a ottenere una cattedrale per una sua opera: è la prima volta, ci credeva?
«Confesso che non ho avuto io l’audacia di pensare alla cattedrale. Io osservavo vari palazzi: questo sì, questo forse. Poi, quando padre Loffredo del museo Mudd, con Gallerie d’Italia, me lo proposero non ci credevo. Oggi sono felice, è il Duomo del sangue di San Gennaro». Il mondo si è fermato a osservare il conclave. La religiosità, per lei?
«Religione, da una delle radici, significa: legare. È il senso del mio lavoro. Collegare le persone, in una totale gratuità, uguaglianza: per vedere il mio murale non devi pagare, e tra quelle facce non c’è uno che sia più importante degli altri, la luce è la stessa per tutti, sono fratelli in quelle immagini».
La città è abituata all’arte, si divide: cosa dice a chi storce il naso?
«Che l’arte deve provocare domande. Non è una pubblicità, non ti dice dove andare a comprare un prodotto. Ti chiede chi sei, che idea hai della vita, del futuro».
Era con De Niro anche a Cannes, state lavorando a un film. Pensa che la sua scossa sia servita?
«Ne sono convinto, io ho fiducia. Troppo facile dire: finiremo male. Non si combatte la darkness con altra oscurità. Non so se dipende dal fatto che sono un utopista. Mi fido, mi è successo anche quando sono andato nelle carceri, a Tehachapi, in California».
Qui avviene un fatto singolare.
JR riceve una chiamata, ride, mette in viva voce e indica nel profilo l’uomo dal torace tatuato, dall’altra parte dell’oceano. «Ecco David...».
Che storia è?
«David sta da 27 anni in prigione. Quando mi disse che voleva darsi una svolta, gli credetti. Non era vero. Ma mi ha confessato che la fiducia, anche quella riposta male, gli aveva smosso qualcosa. Ora ha lasciato la massima sicurezza. Aiuta gli altri. Perciò dico che mi conviene cercare la luce».
A costo di fallire?
«Se non rischi qualcosa, quello che stai facendo non vale poi tanto, riguarda l’arte, riguarda la vita».