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Di nuovo King cantastorie di un’America da incubo

Stephen King

 

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Con l’ultimo romanzo lo scrittore torna ai massimi livelli, raccontando un male non metafisico ma legato all’oggi: dai lupi travestiti da agnelli allo stalking
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C’è qualcosa di velatamente biblico nelle storie dei serial killer. Un’atmosfera dalle tinte veterotestamentarie che fa da sfondo alla sagoma di un’immensa e rapace mano protesa sull’inconsapevole quotidianità dei comuni mortali. Quasi si trattasse di un’anticipazione del giudizio finale, un assaggio della grande mietitura che noi tutti, non tanto per formazione religiosa quanto per una distorsione antropologica del nostro più profondo sentire, aspettiamo quietamente come il rintocco di un’ineluttabile mezzanotte. E in un certo senso, ci rapisce il pensiero di questa misteriosa mano intenta a mietere vite. Ci rapisce al punto da indurci a riflettere per quale ragione e in quale maniera un tizio qualunque sbucato dagli spiragli di una quotidianità degradata, di un mondo avvilito dai format della mediocrità e avvelenato da ogni sorta di sostanza inquinante, abbia deciso di remare controcorrente. Al prezzo, sì, di diventare un mostro. Ma anche di farsi carico di una missione che richiede…

C’è qualcosa di velatamente biblico nelle storie dei serial killer. Un’atmosfera dalle tinte veterotestamentarie che fa da sfondo alla sagoma di un’immensa e rapace mano protesa sull’inconsapevole quotidianità dei comuni mortali. Quasi si trattasse di un’anticipazione del giudizio finale, un assaggio della grande mietitura che noi tutti, non tanto per formazione religiosa quanto per una distorsione antropologica del nostro più profondo sentire, aspettiamo quietamente come il rintocco di un’ineluttabile mezzanotte. E in un certo senso, ci rapisce il pensiero di questa misteriosa mano intenta a mietere vite. Ci rapisce al punto da indurci a riflettere per quale ragione e in quale maniera un tizio qualunque sbucato dagli spiragli di una quotidianità degradata, di un mondo avvilito dai format della mediocrità e avvelenato da ogni sorta di sostanza inquinante, abbia deciso di remare controcorrente. Al prezzo, sì, di diventare un mostro. Ma anche di farsi carico di una missione che richiede una fede incrollabile nei propri valori. Una missione che sa di crociata.

È in fondo al pozzo di questa umanità contorta che ci porta Never Flinch. La lotteria degli innocenti di Stephen King (Sperling & Kupfer). Un romanzo, anzi una macchina narrativa mediante la quale il Re dell’orrore compie un viaggio attraverso un inferno quanto mai tangibile e reale. Un inferno in grado di manifestarsi davanti ai nostri occhi con disarmante semplicità. L’inferno di una cronaca nera che non ha bisogno di vampiri e di killer-clown per inghiottirci, ma soltanto di un individuo in carne e ossa che, di punto in bianco e con grande lucidità, decide di diventare un assassino.

L’evento scatenante è l’omicidio di un uomo arrestato ingiustamente con l’accusa di pedopornografia. L’inutile morte di un innocente che Trig, aspirante assassino seriale, annuncia di voler ripagare uccidendo tredici innocenti e un colpevole. Non per lavare una colpa, ma per scuotere le coscienze del mondo intero. Scegliendo le proprie vittime “per procura” e risparmiando i veri responsabili del sopruso con l’(utopico) intento questi ultimi si maledicano e convivano con la consapevolezza di aver causato la morte di persone scelte a caso.

C’è un pizzico di Agatha Christie fra gli ingranaggi di questa lotteria infernale. E anche, a detta dello stesso Stephen King, di Patricia Highsmith. Io però colgo tra le righe di Never Flinch anche un messaggio contenuto fra le pagine di The Auctioneer di Joan Samson, che ci mette in guardia sulle persone gioviali e paciose. I lupi travestiti da pecore. Anzi, i signori nessuno di tutti i giorni potenzialmente in grado di stravolgere da un momento all’altro le nostre esistenze.

King però va oltre questo discorso con un autentico colpo da fuoriclasse. Il suo serial killer, il suo Trig alias Bill Wilson, nome falso oltremodo significativo (è quello del cofondatore degli alcolisti anonimi, ndr), è un ex alcolista che, uccisione dopo uccisione, inizia a rendersi conto di sviluppare una forma di dipendenza per l’omicidio. In altre parole, ciò che inizialmente ha per lui il mero significato di una missione morale si trasforma velocemente in un gioco in grado di inebriarlo come un tempo faceva il consumo di alcolici.

Un tema di sicuro vicino alle confessioni kinghiane di On Writing, ma che in Never Flinch si sviluppa andando a scavare a fondo nell’anima di ogni essere umano. Perché tutti noi, in fin dei conti, abbiamo una personale dipendenza dalla quale sarebbe probabilmente meglio disintossicarci. Una compulsione, una piccola mania o un’ossessione all’apparenza inoffensiva ma della quale non riusciamo a fare a meno e che, in parte, ci definisce al prezzo di consumarci. Serpeggiando come una rete di gallerie per tutto Never Flinch, questo concetto va a collegarsi ai temi della ricerca della giustizia e della lotta per gli ideali. Propositi onorevolissimi che d’altronde, se portati agli eccessi, rischiano di tramutarci in mostri.

È in virtù di una simile metamorfosi che nascono i fondamentalismi, un pericoloso sbilanciamento del pensiero e della fede che fa radunare eserciti sotto il vessillo del fanatismo. Un vessillo al quale Stephen King dedica la seconda trama in cui si divide il suo romanzo, parlando delle imprese di uno stalker dalla psiche letteralmente spaccata in due e la testa imbottita di distorti precetti religiosi. Proprio come l’ex alcolista Trig, questo pazzo ha una sacra missione: perseguitare Kate McKay, una carismatica attivista femminista durante il tour promozionale del suo nuovo libro.

Come una canzone di sottofondo che ci accompagna in questo viaggio di sociopatici alla deriva, voci altisonanti di personaggi positivi dipanano a poco a poco la matassa, avvicinandosi sempre più alla verità. Voci di donne, per lo più, tra le quali spiccano Holly Gibney e Izzy Jaynes, una sorta di coppia Holmes-Watson impegnata in indagini parallele ma in costante, reciproco confronto. Sono loro le protagoniste. L’ispettrice ipocondriaca e la detective in carriera. Due fari nella nebbia intorno ai quali ruota una moltitudine di amici e collaboratori tra i quali emerge la figura ammaliante della cantante gospel Sista Bessie.

Non manca proprio nulla in questa trama fatta di luci e ombre. Una trama potente e corale in cui la paura si mescola al profumo delle giornate di sole e all’odore dell’inchiostro dei giornali, manifestandosi sotto la forma di una 22 millimetri puntata alla fronte o in quella, forse più banale ma altrettanto scioccante, della morte per tumore o per Covid.

Paure per le quali non è facile trovare un comune denominatore. A meno che non si smetta di studiarle con razionalità. E si interroghi il bambino spaventato che vive dentro ognuno di noi.

Il libro

Never Flinch di Stephen King (Sperling & Kupfer, trad. Luca Briasco, pagg. 512, euro 23)

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