✕

Herman Koch: “E così dissi va bene, scriverò della mia malattia”

Lo scrittore olandese Herman Koch

 
L’autore olandese divenuto celebre con “La cena” e le molte versioni cinematografiche torna con un memoir durissimo sul cancro: “Non avrei voluto seguire la moda, ma un amico mi ha convinto”
3 minuti di lettura

L’olandese Herman Koch è uno scrittore assai noto internazionalmente per La cena, un bestseller uscito in Italia nel 2010. Forse qualcuno ne rammenta la trama allucinante, anche perché ha avuto varie trasposizioni cinematografiche. Due coppie parlano e parlano e parlano, mentre consumano un pasto in un ristorante di lusso. La conversazione scivola attorno alla tragedia che ha provocato l’incontro, ma senza riuscire ad affrontarla davvero. Scorre un tessuto di parole colmo di rimandi e sottintesi. L’argomento-chiave è il futuro dei loro figli quindicenni, che hanno ammazzato una barbona per strada in una città contemporanea. È una di quelle storie feroci e insensate che rivelano certi orrori dei nostri giorni e toccano l’indecifrabile dimensione dei teenager, come nell’attuale serie Netflix Adolescence. Koch si rivelò come un autore di profondità sconvolgente nel descrivere lo scontro fra gli impulsi del cuore e le necessità morali.

L’olandese Herman Koch è uno scrittore assai noto internazionalmente per La cena, un bestseller uscito in Italia nel 2010. Forse qualcuno ne rammenta la trama allucinante, anche perché ha avuto varie trasposizioni cinematografiche. Due coppie parlano e parlano e parlano, mentre consumano un pasto in un ristorante di lusso. La conversazione scivola attorno alla tragedia che ha provocato l’incontro, ma senza riuscire ad affrontarla davvero. Scorre un tessuto di parole colmo di rimandi e sottintesi. L’argomento-chiave è il futuro dei loro figli quindicenni, che hanno ammazzato una barbona per strada in una città contemporanea. È una di quelle storie feroci e insensate che rivelano certi orrori dei nostri giorni e toccano l’indecifrabile dimensione dei teenager, come nell’attuale serie Netflix Adolescence. Koch si rivelò come un autore di profondità sconvolgente nel descrivere lo scontro fra gli impulsi del cuore e le necessità morali.

Da poco è uscito un suo nuovo libro, che come La cena è pubblicato in Italia da Neri Pozza. Si tratta di una testimonianza amara e dolce, condotta in prima persona, su ciò che accade in un uomo quando scopre d’essere invaso dalle metastasi di un cancro. Il titolo è Ne scriverai? (traduzione di Laura Pignatti, pagg. 256, euro 19), perché è ciò che nella realtà chiedono a Koch i suoi amici nel momento in cui dichiara d’essere malato. E allora lui, nato ad Arnhem nel 1953 e cresciuto ad Amsterdam, decide che ne scriverà, in quanto vivere significa scrivere. Emerge una condivisione col lettore di diagnosi, paure, ricordi e speranze. E malgrado il soggetto, tutto è luminoso e sensuale in questo racconto, che a ogni passo ci abbraccia e ci sorride, come se l’abbreviarsi del tempo svelasse a Herman verità e bellezza. Col medesimo tono solare del suo diario, Koch si presta a fare un’intervista a distanza.

Come definire “Ne scriverai?”? Un’autobiografia? Una pianificazione del suo resistere al male?

«Vi affermo il fatto che, con la malattia, è cambiata la mia prospettiva su quasi tutto. Tra una cura e l’altra ho recuperato un po’ del mio equilibrio e ne è venuto fuori questo lavoro. Confesso che una parte di me ha accolto il cancro come un sollievo. Finalmente non dovevo più aspettare di avere l’influenza per cancellare riunioni ed eventi. Avevo una buona ragione per sottrarmi».

Infatti lei si lamenta dei fardelli che comporta il suo mestiere, come interviste e presentazioni.

«Li vedo come riti faticosissimi. Preferirei essere Elena Ferrante, ma è troppo tardi per diventarlo».

Negli ultimi anni sono usciti numerosi memoir e saggi sul cancro, da “Malattia come metafora” di Susan Sontag in poi. Il tumore ha creato un filone?

«C’è qualcosa di molto alla moda nel cancro, e anche per questo ho dovuto lottare con alcune perplessità prima di lanciarmi nell’impresa. “Non sono sicuro di voler aggiungere un altro libro a questa specie di tendenza letteraria”, dissi a un amico. “Ma io da te vorrei leggerne uno”, rispose. È stata la motivazione di cui avevo bisogno».

Questo è anche un excursus sulle sue relazioni affettive, da sua madre fino a sua moglie, ai suoi figli e alla sua amata sorellastra. I legami umani e familiari sono una priorità?

«Per me sì, e il cancro li ha evidenziati. Ho capito più che mai l’importanza della famiglia e degli amici autentici. Il cancro ci avvicina alle nostre emozioni».

A tratti esalta il suo affettuoso rapporto con l’alcol, a cui dà connotazioni creative. Non è rischioso?

«La storia della letteratura è piena di buoni scrittori alcolisti. C’è qualcosa nell’alcol che dà una distanza dalla propria scrittura. Disse Joan Didion: “Rileggere quel che avevo scritto la mattina con un paio di whisky la sera faceva uscire le parole dalla pagina”. So che è un punto di vista discutibile, ma la scrittura comporta sempre dei pericoli».

Quando ripercorre la sua infanzia, lei attacca il metodo Montessori, che ha modellato la sua educazione. Perché?

«Era troppo pesante nella sua convinzione di essere il migliore al mondo. Somigliava a una religione o al comunismo. Sono diventato scrittore perché mi hanno espulso da quella scuola a quindici anni e ho imparato a conoscere sistemi scolastici meno autocompiaciuti».

In “Ne scriverai?” rievoca i suoi ideali giovanili comunisti. Ci crede ancora?

«Mi piaceva scioccare i miei genitori e i miei insegnanti Montessori. Anche se oggi non sono più comunista, l’idea di non pensare ciò che pensa la maggioranza della gente non mi ha mai lasciato, ed è la base dei miei romanzi».

Lungo queste pagine si avventura spesso in temi quali il cibo, la birra, i cocktail, certe memorie sensuali... Ha dato sempre ascolto al suo corpo con tanta intensità?

«Sì. Per me godere la vita è più importante che essere in salute. Una dieta speciale contro il cancro non farebbe che peggiorare il mio umore e quindi l’intera situazione».

La sua fama fu sancita da “La cena”. Come nacque quel romanzo?

«La vicenda riprende un episodio accaduto realmente a Barcellona, dove due ragazzi uccisero una senzatetto. Erano belli da vedere nelle telecamere a circuito chiuso. Avrebbero potuto essere i miei figli: questo è stato lo stimolo che ha innescato il mio progetto. Ne sono stati tratti cinque film: uno olandese, che è ok, uno italiano, che mi è piaciuto, uno americano, orribile, uno coreano, che è finora il migliore, e uno brasiliano, che non ho ancora visto».

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Cate Blanchett debutta alla regia.
Il premio Oscar firma "La cena"]]

Ne “La cena” c’è una forte critica all’alta borghesia e alla politica olandese. Cosa non va dal punto di vista sociale e politico nel suo Paese?

«Credo che l’ipocrisia olandese sia giunta al termine. Gli olandesi sono stati sempre fieri della loro cosiddetta tolleranza, fondata sul sentirsi superiori agli altri. Ma ora gli altri non vogliono più essere trattati come bambini e gli olandesi sono furiosi per questo».

Come valuta la letteratura nei Paesi Bassi, nazione ospite di quest’anno al Salone del libro di Torino?

«È in ottima salute, sempre più apprezzata fuori dai nostri confini. La cena ha avuto una fortuna mondiale e altre opere olandesi stanno circolando bene. Ma il cinema e le serie televisive sono ancora un disastro».

Leggi i commenti