ROMA. Cento pipe, cento cravatte e lo spirito di Sandro Pertini. Si avverte, entrando, l’odore buono delle case delle vecchie zie. Un’Italia che non c’è più, come il telefono fisso nello studio. E c’è la foto con Dino Zoff, il portierone azzurro al Mundial, a cui mandò un telegramma commovente nel giorno del ritiro dal calcio, nel giugno 1983. Ci sono, consumate dall’usura, le ciabatte del presidente. Il suo profumo preferito, il Baglietto. La cyclette, una Carnielli verde, con cui faceva ginnastica appena sveglio, abitudine presa nelle durezze del confino fascista. E poi gli occhiali. Il portamonete. La scultura regalata da Forattini. La poltrona dove leggeva i giornali la sera, spesso fino a tardi, (soffriva d’insonnia), ragion per cui fece piazzare un letto dove si appisolava per non interferire col riposo della moglie, Carla Voltolina, di venticinque anni più giovane.
Quarant’anni fa di questi giorni, (29 giugno 1985), Pertini lasciava con un po’ di malumore il Quirinale, dopo set…
ROMA. Cento pipe, cento cravatte e lo spirito di Sandro Pertini. Si avverte, entrando, l’odore buono delle case delle vecchie zie. Un’Italia che non c’è più, come il telefono fisso nello studio. E c’è la foto con Dino Zoff, il portierone azzurro al Mundial, a cui mandò un telegramma commovente nel giorno del ritiro dal calcio, nel giugno 1983. Ci sono, consumate dall’usura, le ciabatte del presidente. Il suo profumo preferito, il Baglietto. La cyclette, una Carnielli verde, con cui faceva ginnastica appena sveglio, abitudine presa nelle durezze del confino fascista. E poi gli occhiali. Il portamonete. La scultura regalata da Forattini. La poltrona dove leggeva i giornali la sera, spesso fino a tardi, (soffriva d’insonnia), ragion per cui fece piazzare un letto dove si appisolava per non interferire col riposo della moglie, Carla Voltolina, di venticinque anni più giovane.
Quarant’anni fa di questi giorni, (29 giugno 1985), Pertini lasciava con un po’ di malumore il Quirinale, dopo sette anni contrassegnati da otto crisi di governi, stragi, P2. «Onore al presidente Pertini», gridò forte il capo dei corazzieri, mentre saliva per l’ultima volta sulla Maserati accompagnato dal segretario generale Antonio Maccanico. I quirinalisti lo applaudirono spontaneamente. Per Repubblica ne scrisse Sandra Bonsanti. Interpretava, quel grido, per intero il sentimento popolare.
E ancora adesso vogliamo bene al presidente partigiano, perché ha avuto una storia eroica rimanendo se stesso: quattordici anni tra galera e confino, due di esilio in Francia, una condanna a morte, due evasioni. Da oggi la casa dove visse durante il settennato, dal luglio 1978, e anche dopo, sino alla morte, il 24 febbraio 1990, diventa un museo. Da tempo è meta di un pellegrinaggio laico, che però si arrestava al portone. Ieri, mentre eravamo lì, si è presentata una coppia giunta dalla Calabria. «Non abitava qui, Pertini?». Ora si può. L’indirizzo: Via della Stamperia 86, accanto a Fontana di Trevi. Visite guidate di quarantacinque minuti, su prenotazione. Costo: 15 euro. Ci sono richieste fino a Natale.
Ne vale la pena. Anche per la vista mozzafiato che si scorge dal terrazzo, dove Sandro e Carla a volte si godevano il ponentino nelle sdraio che sono ancora lì: il Pantheon di fronte, il Vittoriano laggiù, è alle spalle, incredibilmente vicino, il Quirinale. Carla scelse questo appartamento di proposito, perché voleva avere la vista «sull’ufficio». Due presidenti scelsero di non vivere a palazzo: Pertini, su imposizione della moglie, e Cossiga. Carla quindi era in grado di controllare esattamente quando Sandro sarebbe tornato a casa perché al momento dell’uscita al Colle ammainavano la bandiera con lo stemma del Quirinale (ancora è così nell’assenza del presidente). Erano gli anni di piombo e casa Pertini era vigilata giorno e notte da otto carabinieri, due erano di guardia in una dépendance a ridosso dell’appartamento, due tiratori scelti sui tetti, due nel cortile, due sulla strada. Pertini visse in affitto, l’appartamento è del Comune, a proporglielo era stato il sindaco di allora, Giulio Carlo Argan, di cui era amico.
Prendiamo l’ascensore fino al quarto piano, saliamo i venti gradini prima dell’ingresso. Ci apre Ivan Drogo Inglese, il presidente degli Stati generali del patrimonio italiano, un ente di interesse pubblico che valorizza beni culturali, e i cui vice sono due ex ministri, Enzo Bianco e Valdo Spini, e l’attuale direttore de La Discussione, Giampiero Catone. Hanno ottenuto l’appartamento in concessione dal Comune di Roma, l’hanno ristrutturato per centomila euro e ora gestiranno la casa museo. Racconta Drogo Inglese: «Quando entrai qui dentro la prima volta era tutto chiuso da vent’anni, dalla morte di Carla Voltolina, il 6 dicembre 2005.
I Pertini avevano sempre ricevuto pochissima gente, erano gelosissimi della loro privacy. L’appartamento di 150 metri quadri era semivuoto, in stato di abbandono. Ma si percepiva una grande energia imprigionata. Poi un giorno ho trovato le chiavi della cantina, sono sceso giù, per controllare i contatori, e ho scoperto un giacimento di documenti, carte, estratti conti, suppellettili, le famose pipe, i quadri, mille libri, una gran quantità di vasi, le cravatte comprate in Francia, vestiti, mobili…».
Carla aveva conservato tutto. «Purtroppo molto era danneggiato o ammuffito». Drogo Inglese ci guida lungo il salotto dove mangiavano e giocavano a carte, ci sono le tazzine del caffè, nel corridoio con la foto di Pertini chino sulla bara di Enrico Berlinguer, lo studio, dove spicca il libro del cardinale Schuster, che ebbe un ruolo significativo nella fine del fascismo, Gli ultimi tempi di un regime, poi ecco la stanza da letto (non è stato recuperato né il materasso, né la rete), e la palestrina. Infine la piccola cucina. «Carla non amava cucinare», racconta il professore. Alla parete l’orologio è fermo alle 17.08. L’ora in cui se ne è andata.