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Nei luoghi di Pasolini la cultura riparte da chi è al margine

All’Idroscalo di Ostia c’è una comunità dimenticata ma partecipe. Qui, con una lectio di Lagioia, si è chiuso il festival Letterature
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Nella cornice pasoliniana dell’Idroscalo di Ostia, “dove l’acqua del Tevero si insala”, scriveva Dante, nel punto in cui il fiume di Roma incontra il mare, Nicola Lagioia invita a trovare le storie «che cercano di neutralizzare la violenza dentro di noi». Lo fa dopo una lunga lectio che scava nelle ragioni umane della guerra, chiusura ideale del festival Letterature di Roma: parte da Paul Valéry e passa poi all’Iliade, la Genesi, Cuore di tenebra di Conrad, I miserabili di Victor Hugo, e ancora Tolstoj, Francis Ford Coppola, Céline, Elsa Morante, Alberto Moravia su Hiroshima. Le parole spiegano, le parole leniscono, gli applausi di quest’arena sorta dentro quella che sembra una favela ed è invece una comunità resistente partono spontanei quando il riferimento è a Gaza, a chi muore oltre questo mare senza che si riescano a disinnescare le ragioni ataviche di una violenza senza senso.

Nella cornice pasoliniana dell’Idroscalo di Ostia, “dove l’acqua del Tevero si insala”, scriveva Dante, nel punto in cui il fiume di Roma incontra il mare, Nicola Lagioia invita a trovare le storie «che cercano di neutralizzare la violenza dentro di noi». Lo fa dopo una lunga lectio che scava nelle ragioni umane della guerra, chiusura ideale del festival Letterature di Roma: parte da Paul Valéry e passa poi all’Iliade, la Genesi, Cuore di tenebra di Conrad, I miserabili di Victor Hugo, e ancora Tolstoj, Francis Ford Coppola, Céline, Elsa Morante, Alberto Moravia su Hiroshima. Le parole spiegano, le parole leniscono, gli applausi di quest’arena sorta dentro quella che sembra una favela ed è invece una comunità resistente partono spontanei quando il riferimento è a Gaza, a chi muore oltre questo mare senza che si riescano a disinnescare le ragioni ataviche di una violenza senza senso.

Fa questo l’arte, quando non è propaganda di regime (ogni riferimento al maestro Gergiev invitato a Caserta è puramente voluto). Arriva dove non te l’aspetti e pone domande scomode: l’istinto di sopraffazione con cui l’uomo è nato, quello che lo ha portato a dotarsi di “protesi” che arrivano fino alla bomba atomica – il primo a capirlo fu Italo Svevo ne La coscienza di Zeno – come può essere ricacciato indietro? Cosa può riuscirci, se non lo hanno fatto le religioni che mentre promettevano amore armavano popoli? Non è neutro che Lagioia pronunci parole come queste in mezzo alle baracche di Punta Sacra, che è un nome che non esiste, ma le donne del luogo lo hanno inventato per darsi un’identità che nessuno voleva loro riconoscere. Francesca Mazzoleni è la regista del documentario con questo titolo che ha dato loro voce, dopo il tentativo di sgombero del 2010, quando il sindaco di Roma Gianni Alemanno voleva buttar giù le baracche e fare altro posto al porto turistico.

Il progetto si chiamava Waterfront e non teneva conto di centinaia di persone che dagli anni ’60 vivono – seppure in condizioni inimmaginabili – in questo incrocio di mare e di venti. Mazzoleni è qui ad ascoltare Lagioia insieme a Franca Vannini e alle donne della sua famiglia, che questo spazio di cultura lo hanno invocato. Ha fatto da tramite con Gianluca Giannelli e Fabia Bettini di “Alice nella città” quando le protagoniste del suo film hanno chiesto: «Noi siamo state dentro al cinema, ma il cinema qui quando viene?». È nata così l’arena Punta Sacra che è al suo quarto anno e che subito dopo la lectio di Lagioia proietta Accattone, di Pasolini. Sono stati qui, in un luogo dove nulla arriva, attori come Edoardo Leo e Luca Marinelli. I ragazzini mostrano ai visitatori il parcheggio per le macchine, si occupano dei generatori, dell’organizzazione. Il Comune - racconta l’assessore romano alla Cultura Massimiliano Smeriglio, si è occupato dell’arte, certo, ma anche di rifare la strada, di pulire la spiaggia. Più che si può.

C’è una cosa che dice Lagioia e che parla anche di luoghi come questo. È nei margini, lo scandalo della Storia. È a Lampedusa e a Lesbo o nella Grecia della crisi economica, lo scandalo di quello che ci ostinavamo a considerare un tempo di pace. Così come il Congo di Cuore di tenebra era il margine dell’impero britannico. Scriveva Svetlana Aleksevic: “Mi ha sempre tormentata che non bastino un solo cuore e una sola mente per contenere la verità”.

Dice qui, davanti a questa platea composita e inaspettata Lagioia: «Dobbiamo contrastare la pulsione della morte e non è una cosa che si può fare da soli. Il ruolo dell’intellettuale è cambiato, non è il momento di tribuni solitari». È il momento di prendere parola e di farlo a partire dal margine. Da una Punta Sacra che non esiste solo per chi non vuole vederla. Perché la letteratura non basta, certo, «ma come ripeteva Goffredo Fofi – conclude lo scrittore quando il sole è già calato – fai quel che devi, succeda quel che può».

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