L’intelligenza artificiale non sarà mai capace di fare vera poesia
di Antonio Spadaro«L’intelligenza artificiale solleva domande preoccupanti circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla bellezza». Così si è espresso papa Leone XIV, in una frase dai toni dostoevskiani, durante una conferenza su Intelligenza artificiale e governance d’impresa. Con questa affermazione preoccupata, il pontefice pone una domanda centrale e urgente che va ben oltre il dibattito tecnico o giuridico o etico. Ci interroga su una soglia delicata: la possibilità, o il rischio, che l’incremento delle capacità computazionali possa anestetizzare o svuotare la tensione umana verso la bellezza, cioè verso ciò che eccede la funzione, disarma l’utile, rompe l’automatismo. La bellezza non sarà più in grado di salvare il mondo? L’IA è in grado di silenziare per sempre il principe Myskin?
È proprio qui che si innesta la domanda che oggi attraversa il dibattito culturale sull’intelligenza artificiale: che cosa significa pensare nell’epoca dell’IA? E, se il pensiero è espressione d…
«L’intelligenza artificiale solleva domande preoccupanti circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla bellezza». Così si è espresso papa Leone XIV, in una frase dai toni dostoevskiani, durante una conferenza su Intelligenza artificiale e governance d’impresa. Con questa affermazione preoccupata, il pontefice pone una domanda centrale e urgente che va ben oltre il dibattito tecnico o giuridico o etico. Ci interroga su una soglia delicata: la possibilità, o il rischio, che l’incremento delle capacità computazionali possa anestetizzare o svuotare la tensione umana verso la bellezza, cioè verso ciò che eccede la funzione, disarma l’utile, rompe l’automatismo. La bellezza non sarà più in grado di salvare il mondo? L’IA è in grado di silenziare per sempre il principe Myskin?
È proprio qui che si innesta la domanda che oggi attraversa il dibattito culturale sull’intelligenza artificiale: che cosa significa pensare nell’epoca dell’IA? E, se il pensiero è espressione dell’intelligenza, come si manifesta oggi questa facoltà nel tempo in cui le macchine sembrano replicare alcune delle sue funzioni storicamente più distintive?
Partiamo da un gesto fondamentale: scrivere. Per secoli, scrivere è stato considerato l’atto per eccellenza del pensiero umano. Era arte di composizione, discernimento, precisione semantica. Ma oggi viviamo circondati da strumenti che producono testi articolati, coerenti, grammaticalmente impeccabili, persino eleganti, raffinati. Le macchine “scrivono”, o meglio: generano scrittura. Lo fanno con tale efficienza che il nostro senso comune di “intelligenza” vacilla. Siamo presi da un senso di «vergogna prometeica», come disse Günther Anders.
Se la scrittura non è più segno esclusivo del pensiero, allora l’intelligenza va cercata altrove: non nei risultati visibili, ma in ciò che eccede la funzione. Non in ciò che la macchina replica, ma in ciò che resiste alla replica.
Un esperimento pionieristico del 1961 aiuta a capire. A Milano, Nanni Balestrini, insieme a Umberto Eco e Luciano Berio, si reca alla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Lì, con il supporto dell’ingegnere Mario Nobis e del calcolatore IBM 7070, nasce Tape Mark I, la prima poesia composta da una macchina in Italia. Il computer mescola frammenti del Diario di Hiroshima di Michihiko Hachiya, di Il mistero dell’ascensore di Paul Godwin, e del Tao Te Ching di Lao Tse. Il risultato fu sorprendente: «La testa premuta sulla spalla, trenta volte / più luminoso del sole, io contemplo il loro ritorno / finché non mosse le dita lentamente e, mentre la moltitudine / delle cose accade, alla sommità della nuvola / esse tornano tutte, alla loro radice, e assumono / la ben nota forma di fungo…».
Quell’esperimento non fu una semplice curiosità tecnologica, ma un atto di visione. E oggi, nell’epoca dei chatbot conversazionali e dei sistemi generativi, torna a parlarci con nuova urgenza. Può davvero una macchina essere autrice di poesia? La risposta – come scrisse Umberto Eco nel celebre articolo Poeti a macchina uscito su L’Espresso il 26 maggio 1985 – è negativa.
Se Balestrini non fosse stato un esperto del collage poetico, se non avesse scelto testi capaci di sopportare rimescolamenti mantenendo senso e tensione, il risultato sarebbe stato solo un pastiche illeggibile. Il computer fu un miscelatore, un blender, non un autore. La poesia, quella vera, nasce da una scelta, da un’ideazione, da un gesto umano. Eco lo spiegava con un esempio: anche prendendo solo sette parole, le combinazioni possibili sono migliaia.
Il computer può generarle tutte, ma nessuna macchina è in grado di decidere quale di esse possegga ritmo, bellezza, potenza evocativa. La selezione è l’atto poetico. Ecco la lezione: la vera creatività non risiede nella moltiplicazione automatica delle alternative, ma nella capacità di discernere ciò che vale. E di dare significato.
Esiste sempre il rischio, oggi più che allora, di illudersi che la varietà generativa equivalga a profondità poetica. Nick Cave ha definito questa confusione the emerging horror of AI. La domanda di papa Leone è tutta qui: che ripercussioni avrà tutto questo sull’apertura dell’umanità alla bellezza? E la sua è eco della certezza che Francesco aveva posto nella sua ultima enciclica, la Dilexit nos: «Nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore… l’ordinario-straordinario non potrà mai stare tra gli algoritmi».
Proviamo a individuare una via verso la risposta: quando la macchina fotografica tolse alla pittura il compito di riprodurre il reale, nacquero l’astrazione, il simbolismo, il cubismo. L’arte non si chiuse in sé stessa, ma aprì nuove vie. Abitare consapevolmente la tecnica, allora, è la sfida decisiva. Non si tratta solo di sapere come usarla, ma di capire come vivere dentro di essa senza smarrire la propria umanità. È un invito a uscire da una visione puramente funzionale o utilitarista dell’intelligenza e ad aprirsi a una comprensione più profonda, più situata, più plurale. Questo significa, anche, ridefinire il ruolo della scrittura, dell’arte, della riflessione. Come nel passaggio dal teatro classico al teatro post drammatico, o dalla pittura rinascimentale all’Informale, il senso si sposta. Non è più nell’abilità di rappresentare il già noto, ma nella capacità di generare uno spazio di esperienza. Se la macchina può replicare, noi possiamo ancora creare. «Scrivere una buona canzone non è mimica, o replica, o parodia; è l’opposto. È roba da lacrime e sangue, qui alla mia scrivania, ed esige qualcosa da me per tirar fuori un’idea nuova e fresca» (Nick Cave). Se l’algoritmo elabora, noi possiamo ancora interpretare. L’intelligenza umana, in questa luce, è apertura al senso, non sua chiusura.
La vera questione non è “cosa può fare l’IA?”, ma “chi vogliamo essere in un mondo in cui l’IA è parte integrante della nostra vita?”. È una domanda di coabitazione. La tecnica non è fuori di noi: è diventata ambiente, linguaggio, paesaggio mentale. L’algoritmo poetico di Balestrini ci ha mostrato che le macchine non sono più solo strumenti, ma «interlocutori». Il dialogo uomo-macchina ha assunto oggi aspetti e forme inedite. E proprio per questo dobbiamo ritrovare una postura interiore: di ascolto, di critica, di creazione.
Questo compito non è solamente individuale: è collettivo, culturale, educativo. La responsabilità di “pensare ancora” riguarda tutti, e ha pure una rilevanza forte per la democrazia e la pace, in un tempo in cui l’IA è «creativa» pure nel gioco di bombardare le case di cittadini inermi. Pensare, oggi, significa mantenere viva la domanda sul senso e su quella che chiamiamo «spiritualità», anche nel dialogo con le macchine. E non smettere di interrogare la realtà né di immaginare: perché immaginare è e sarà sempre un atto di resistenza, capace di hackerare qualunque sistema chiuso.