Il partigiano Lallo e il saluto fatale alla sua Marcella
di Michela Ponzani«L’alba del mio diciottesimo anno di vita l’ho passata in carcere, morendo di fame». È il 13 marzo 1944 quando Orlando Orlandi Posti affida il racconto del suo incubo alla cella n. 5 di via Tasso. Nato nel 1926, Lallo (come lo chiamano in casa) è orfano di padre e vive con sua madre Matilde, una donna sola, che di mestiere fa la sarta. Dopo le scuole medie, frequentate nel suo quartiere, Montesacro, si iscrive all’istituto magistrale ma il suo sogno è fare l’attore. Si mette allora a frequentare il giro di Cinecittà, «gli uomini del vizio» come scrive nel suo diario. E quando le corazzate tedesche occupano Roma, dopo l’8 settembre del ’43, Lallo va a combattere a ponte Salario, dopo una notte insonne, mentre tutta Roma osserva l’ex alleato germanico che, col volto del nemico, sta entrando in città. La nostra lotta: è dentro questo giornale, che Orlando conosce il suo amico Ferdinando Agnini, studente di medicina di 19 anni che sogna di unire operai e intellettuali contro la chiamata d…
«L’alba del mio diciottesimo anno di vita l’ho passata in carcere, morendo di fame». È il 13 marzo 1944 quando Orlando Orlandi Posti affida il racconto del suo incubo alla cella n. 5 di via Tasso. Nato nel 1926, Lallo (come lo chiamano in casa) è orfano di padre e vive con sua madre Matilde, una donna sola, che di mestiere fa la sarta. Dopo le scuole medie, frequentate nel suo quartiere, Montesacro, si iscrive all’istituto magistrale ma il suo sogno è fare l’attore. Si mette allora a frequentare il giro di Cinecittà, «gli uomini del vizio» come scrive nel suo diario. E quando le corazzate tedesche occupano Roma, dopo l’8 settembre del ’43, Lallo va a combattere a ponte Salario, dopo una notte insonne, mentre tutta Roma osserva l’ex alleato germanico che, col volto del nemico, sta entrando in città. La nostra lotta: è dentro questo giornale, che Orlando conosce il suo amico Ferdinando Agnini, studente di medicina di 19 anni che sogna di unire operai e intellettuali contro la chiamata di leva obbligatoria.
Per vent’anni, Mussolini ha preteso di forgiare il carattere degli italiani trasformandoli in una «stirpe di virgulti superbi», pronti a combattere per la grandezza dell’Italia fascista. Una rivoluzione antropologica totalitaria (illiberale e bellicista), annunciata contro tutti i disfattisti della nazione, sorvegliati speciali, dissidenti da far marcire in galera o al confino di polizia. E invece Orlando e Ferdinando mandano in soffitta il mito del patriota-soldato, sempre pronto a credere e obbedire, per poi combattere. Si fanno chiamare “I Caimani del Belo Orizzonte”, come la spiaggetta sul fiume Aniene che frequentano d’estate.
E ogni sera, quando cala il buio, i due ragazzi buttano sulle vie consolari i chiodi a quattro punte per sabotare le linee di comunicazione e le colonne tedesche in transito, dirette al fronte di Cassino. Non sanno di essere spiati. Anche quando s’incontrano in piazza Sempione, in un bar dove lavora una ragazza di nome Marcella. Ogni volta che la vede, a Orlando batte forte il cuore, anche se non si è mai dichiarato. Ed è proprio per salutarla l’ultima volta che viene catturato. Perché quando scatta la retata il suo primo pensiero non è fuggire via, ma correre da Marcella, la ragazza che ama. A lei scriverà una delle sue ultime lettere, prima di essere inserito nella lista dei condannati che il 24 marzo 1944 lo manda a morire nella strage delle Fosse Ardeatine. Una lettera che è traccia di un amore perduto, impossibile, oggi conservata presso l’archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. «Marcellina mia, quando la leggerai non voglio assolutamente che il tuo caro visino venga rigato dalle lacrime, solo ti prego di aggiungere alle tue preghiere serali, una piccola preghierina per l’anima mia […] sappi che ti volevo bene, ma molto bene e da molto tempo, solo ho saputo far tacere il mio cuore. Perciò cara, ora che non è possibile realizzare il mio sogno, ho voluto confidarti il mio segreto».
Quello fra Orlando e Marcella è stato un amore disperato, a cui non è stato dato neppure il diritto di sbocciare. E forse non ci pensiamo mai abbastanza, ma dietro le lapidi e le targhe, a ricordo di tanti partigiani uccisi, ci sono stati sentimenti profondi. Per noi, sono solo caduti in guerra (e a malapena leggiamo i loro nomi), ma c’è chi li ha amati per sempre, chi se li è portati nel cuore per tutta la vita. Amori rimasti scolpiti nell’animo e nel ricordo di giovani donne sopravvissute al dolore, capaci di trasformare un legame spezzato in una memoria. Anche in guerra ci si innamora e forse proprio in nome di una passione che divampa (e che significa rinascita) si decide di combattere. «L’amore per Marcella, è la forza che mi sorregge nei momenti più tristi», scrive Lallo su un bigliettino.
E, proprio ora che si trova in carcere, il ragazzo non ha più paura di confessare quel sentimento che non aveva avuto neppure il coraggio di pronunciare. «Credo di aver perso la ragione, forse esagero, mi sto domandando se una persona può essere più cieca di me. Sono sei anni che ci conosciamo e mai mi sono accorto di volerti tanto bene, di evocare la tua compagnia come adesso. Solo ora che sono diventato un po’ più serio, mi sono accorto che tu per me sei tutto. Sai quando me ne sono accorto? Quando sentivo battere il cuore forte, forte». Nella sua guerra chiamata Resistenza, Orlando rivendica il diritto di riprendersi i sogni e il futuro. E proprio mentre il mondo gli sta crollando addosso, nella cella del carcere politico più duro, in via Tasso, non smette di sperare. Anche se vivere in quel luogo di morte è una lenta agonia, con le luci accese giorno e notte, le urla, le voci disperate dei compagni seviziati che si sentono in corridoio e nelle altre stanze. «Ho scritto questo biglietto nel pomeriggio e la sera mi hanno picchiato per trenta minuti di interrogazione… oggi mi sembra di impazzire».
E un giorno, fra le grida dei torturati, Orlando riconosce una voce che gli sembra familiare: quella del suo amico Ferdinando, che sente inveire contro chi lo sta massacrando di botte. Ma, ogni giorno, dall’inferno di via Tasso Lallo rassicura la donna che lo ha messo al mondo e la consola, descrivendole il buon cibo che ha mangiato e il letto comodo dove dorme. E, attraverso le poche lettere o i bigliettini «da questa tomba di vivi», il ragazzo cerca di trovare un senso a ciò che gli sta succedendo, inventando per lei (e anche per sé stesso) quella vita che gli è stata proibita.
Messaggi inizialmente scritti col sangue, perché Lallo non ha neppure una matita. Poi, sua madre lo capisce e gli nasconde una piccola mina dentro il colletto della camicia. Sarà proprio Matilde a riconoscere il corpo di un figlio fatto a pezzi, che oggi riposa nel mausoleo delle Fosse Ardeatine. Una strage vigliacca e criminale, che qualcuno chiama ancora rappresaglia. Per Kappler i condannati dovevano essere i morti di nessuno, senza tomba e senza pianto, massacrati dentro cave di pozzolana abbandonate, in assoluto silenzio, senza che la città di Roma vedesse nulla. Ma le donne sopravvissute al dolore avrebbero lottato proprio in nome di chi non c’era più: col coraggio di resistere, affinché non fosse disperso il ricordo di un massacro, nel mondo dei vivi.
La serie. Una questione privata
Con questa serie, che riprende il titolo del capolavoro di Beppe Fenoglio, la storica Michela Ponzani racconta l’amore al tempo della guerra partigiana. Vicende che non sono entrate nelle pagine di storia, ma che sono parte della biografia di donne e uomini che hanno combattuto per la libertà dell’Italia, durante il ventennio fascista e l’occupazione nazista