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Quando l’Occidente cercò la saggezza sulle vie dell’India

Come spiega l’orientalista Halbfass, fin dai tempi di Alessandro Magno l’Europa ha anelato alla conoscenza della tradizione hindu. Rimasta però impermeabile al suo influsso, continuando così ad affascinarci
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Fu Plutarco nel suo La vita di Alessandro a raccontare l’incontro fra il grande condottiero e un gruppo di serafici ginnosofisti. Costoro erano degli yogin, asceti che vagavano nudi o seminudi per le strade dell’India, indifferenti alla fame e alle avversità climatiche. Considerati dalle popolazioni locali dei sapienti, catturarono la curiosità di Alessandro, il quale li sottopose ad alcuni indovinelli. Dalla risposta sarebbe dipesa la loro vita. A quanto pare furono talmente arguti che Alessandro il Grande non solo li risparmiò ma consegnò loro dei doni. Una conclusione sorprendente fino a un certo punto perché il comportamento di questi mistici fece comprendere ai greci cosa fosse la saggezza straniera. Mi è tornata in mente la storia plutarchiana, uno dei tanti episodi in cui la nostra antichità ha incrociato lo sguardo con altre civiltà, dopo aver letto Europa e India. Storia di un incontro culturale (Carocci editore) di Wilhelm Halbfass, filologo e storico della filosofia ma sopr…

Fu Plutarco nel suo La vita di Alessandro a raccontare l’incontro fra il grande condottiero e un gruppo di serafici ginnosofisti. Costoro erano degli yogin, asceti che vagavano nudi o seminudi per le strade dell’India, indifferenti alla fame e alle avversità climatiche. Considerati dalle popolazioni locali dei sapienti, catturarono la curiosità di Alessandro, il quale li sottopose ad alcuni indovinelli. Dalla risposta sarebbe dipesa la loro vita. A quanto pare furono talmente arguti che Alessandro il Grande non solo li risparmiò ma consegnò loro dei doni. Una conclusione sorprendente fino a un certo punto perché il comportamento di questi mistici fece comprendere ai greci cosa fosse la saggezza straniera. Mi è tornata in mente la storia plutarchiana, uno dei tanti episodi in cui la nostra antichità ha incrociato lo sguardo con altre civiltà, dopo aver letto Europa e India. Storia di un incontro culturale (Carocci editore) di Wilhelm Halbfass, filologo e storico della filosofia ma soprattutto insigne studioso di indologia. Scomparso nel 2000 a soli 60 anni Halbfass ci ha lasciato una ricerca dai tratti elefantiaci ma indispensabile se si vuole entrare nel complicato rapporto tra l’Occidente e il pensiero indiano.

Se la spedizione di Alessandro contribuì, almeno in parte, a far conoscere l’estremo confine del mondo, occorrerà attendere le prime missioni religiose perché si avviasse l’apprendimento del sanscrito (e di altre lingue), senza il quale qualsiasi conoscenza di quella civiltà sarebbe rimasta preclusa. A parte le spinte espansive del cristianesimo, furono i commerci a fornire nuove occasioni di conoscenza del mondo indiano. Il movimento romantico, soprattutto tedesco, idealizzò le origini della civiltà indiana. Hegel, invece, vi rilevò i segni di un immobilismo estraneo allo spirito dell’Occidente. Schopenhauer — che detestava Hegel considerandolo un ciarlatano — vide nelle Upanishad una conferma alla propria filosofia. Il fatto di averle lette in traduzione (non conosceva il sanscrito) non gli impedì di accostare il concetto di brahman a quello di volontà.

Se questo fu il modo alterno con cui l’Europa si rapportò all’India, come reagirono coloro che videro insidiata la propria splendida autonomia? In sostanza, racconta Halbfass, il pensiero indiano — in larga parte di dottrina induista — ignorò l’Occidente. Considerò mleccha, ossia barbaro nel senso peggiore, lo straniero che aveva osato curiosare negli aspetti più profondi della sua cultura. Ritenne sacrilego che l’Occidente potesse solo immaginare di accostarsi ai testi vedici e al loro insegnamento. In qualche caso tollerò lo sviluppo della tecnica e delle scienze che l’Europa aveva saputo promuovere.

Per il resto il pensiero hindu rifiutò i compromessi, coadiuvato dalle scuole di esegesi apologetica che in tutti i modi cercarono di difendere l’inaccessibilità della dottrina Veda alla conoscenza mondana. L’India più antica — che non ha mai cercato originalità e novità — ha finito con lo stabilire con l’Europa una relazione decisamente asimmetrica. Se lo straniero in Grecia era considerato soprattutto un ospite, nell’India vedica fu percepito come un nemico. Spetterà all’induismo moderno provare ad attenuare il rigido oltranzismo. Padre di questa nuova visione fu Ram Mohan Roy che viaggiò in Europa e soggiornò a lungo in Inghilterra (morì a Bristol nel 1833). Ram Mohan tradusse in inglese le Upanishad mettendo a disposizione degli indologi e filosofi britannici le sue sterminate conoscenze. Fu il primo a proporre una riforma della religione indiana, considerata castale e idolatrica. Sulla sua scia, con chiari intenti di proselitismo in Occidente, ritroveremo figure come Vivekananda, Tagore, Aurobindo, Radhakrishnan, Coomaraswamy. Alcune di esse sarebbero diventate delle vere e proprie star diffondendo una predicazione dove spiccava il concetto di dharma. Come tradurlo? Halbfass ci restituisce una vertiginosa lista di significati che la parola ha assunto in India. Sicché dharma è il principio gerarchico che dona stabilità e ordine universale. Esso è alla base tanto delle norme quanto della condotta individuale. La sua forza risiede anche nella capacità di stringere legami e sostenere la struttura della comunità. È la legge morale, ma altresì la religione che pratichiamo.

Il buddismo, ad esempio, fece discendere dal dharma la compassione. Il filosofo indiano Kumarila contestò questo approdo definendo l’altruismo e la compassione una violazione del dharma. Raffaele Torella, che ha curato il libro di Halbfass, spiega che dharma non risponde alla voce del cuore che stabilisce cosa sia dharmico. Non è insomma il “fai da te”. Dharma è soprattutto un’esperienza lontanissima che può scaturire solo dal rapporto con quel testo sacro, in larga parte incomprensibile, che sono i Rgveda. Per accedervi le popolazioni arya erano obbligate a servirsi della mediazione dei maestri e custodi del Dharma, ossia i brahmani, i soli legittimati a sancire l’ordine delle caste e gli stadi di vita. Furono costoro a ridurre il dharma a un principio autoescludente rendendo l’India induista e tradizionale indifferente all’Occidente e ai suoi tentativi di contaminazione speculativa. Ma fu allo stesso tempo il dharma ad aprire all’Occidente. A sua volta l’Occidente, tranne rare eccezioni, ha considerato la filosofia prerogativa delle sue origini greche, escludendo dalla sua storia il pensiero indiano.

Non a caso Heidegger (sulla scorta di Husserl) parlò di «europeizzazione della Terra», evidenziando così la difficoltà per il pensiero europeo, completamente globalizzato dalla Tecnica, di dialogare con l’Oriente. Ma al tempo stesso non rinunciò alla possibilità che oltre il dominio planetario della tecnica ci fosse una via da imboccare e da percorrere. Non sapendo quale, occorreva porsi in attesa. In attesa che quell’«unico mondo» cominciasse a parlare con una lingua filosofica differente. Vasto programma.

Quanto all’Oriente, il pensiero indiano ha provato a ricondurre la filosofia alla parola darsana. Sebbene le varie scuole ne abbiano fornito letture differenti, su un punto mi pare che tanto la dottrina hindu quanto buddismo e jainismo concordino: la filosofia non può essere una conoscenza fine a se stessa ma non può neppure legarsi alla relazione dei mezzi con i fini. Non può essere un pensiero calcolante. Non è dalla conoscenza precisa del numero degli insetti che il Buddha trae la sua illuminazione. Ma dalla pratica con cui realizza i suoi scopi. Darsana e dharma sono i concetti preziosi da cui ripartire se si desidera ripensare il rapporto tra l’Occidente e l’India. Questo emerge dalla lettura del libro di Halbfass. Darsana è la visione del mondo, Dharma è ciò che eticamente sostiene la visione e ne giustifica e fonda il pensiero. Dharma e darsana danno vita alla prassi e a una più profonda relazione con l’esperienza, senza la quale ogni forma di purezza ripeterebbe gli errori del pensiero europeo troppo astratto, duale e irrisolto per candidarsi a un’autentica pratica di vita.

Il libro
Storia di un incontro culturale di Wilhelm Halbfass (Carocci, A cura di R.Torella, pagg. 684, euro 56)

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