Cultura

A Hiroshima parla il silenzio

Visitatori al Memoriale della Pace di Hiroshima

Visitatori al Memoriale della Pace di Hiroshima

 
Viaggio nella città giapponese su cui il 6 agosto di ottant’anni fa fu sganciata l’atomica. Tra la memoria di ieri e il turismo di oggi

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Hiroshima

Quali fossero i motivi iniziali, o l’occasione, arrivata in Giappone mi sono resa conto di esserci andata per vedere Hiroshima. Le ragioni erano varie, e forse generazionali. In effetti, avvicinandomi a Hiroshima — seduta nella carrozza 11 di uno Shinkansen da Kyoto — pensavo a Kenshiro e a Günther Anders. Nati alla fine degli anni Settanta, abituati ai cartoni giapponesi e studenti di scuole pubbliche zeppe di professori non spaventati dal sottoporre testi ardui (e talvolta incomprensibili), cresciuti in province dove l’edicola rappresentava la principale fonte culturale, siamo addestrati a connettere un anime anni Ottanta ambientato negli anni Novanta del XX secolo, in un mondo distrutto dalle esplosioni atomiche, e i saggi e la corrispondenza di un filosofo che aveva intuito quanto la bomba atomica non avesse sancito la fine della guerra, ma l’avesse spostata su un altro piano. Così, mentre il treno si ferma nella stazione di Hiroshima, sto nella diatriba tra le scuole di Hokuto e Nanto e gli esseri umani padroni dell’Apocalisse, che con la bomba atomica possono cancellare futuro e passato. Tutto questo prima di mettere piede a Hiroshima.

Ne La pioggia nera (Marsilio, traduzione di Luisa Bienati), Ibuse Masuji scrive: «Bomba atomica pare sia il nome esatto... Un’invenzione spaventosa. Dicono che da ora e per 75 anni a Hiroshima e a Nagasaki non crescerà più neanche l’erba...». In un racconto intitolato L’iris impazzito (appena pubblicato nella raccolta intitolata Il giorno zero dell’essere umano dove Luisa Bienati assembla racconti inediti della letteratura giapponese sull’atomica insieme ai discorsi del comitato del Nobel e del portavoce dei sopravvissuti dell’atomica a cui è stato assegnato il Nobel per la pace nel 2024), Ibuse Masuji scrive: «L’iris che fiorisce in questo stagno è folle e appartiene a un’epoca di follia!».

Su Hiroshima non cade la pioggia nera e non vedo fiori oltre misura, l’erba cresce, sono trascorsi ottant’anni dalle bombe e c’è un sole caldo e offuscato da nuvole e smog. C’è il vento. Le strade larghe, i palazzi alti e i cavi elettrici formano un fitto garbuglio a varie altezze. Uscita dalla stazione, mi guardo intorno, cerco un ufficio informazioni e riesco a capire quale tram mi porterà nel parco sorto intorno all’epicentro della bomba. Vorrei avere con me un contatore Geiger per misurare quanto la terra sia ancora radioattiva. Più mi avvicino, però, più il contatore Geiger diventa il mio cuore, i battiti aumentano, le chiome degli alberi sostituiscono facciate e tetti, e, nonostante il traffico, umano e meccanico, percepisco solo il silenzio.

Lanterne di carta galleggiano sul fiume Motoyasu accanto al Memoriale della Pace di Hiroshima

Lanterne di carta galleggiano sul fiume Motoyasu accanto al Memoriale della Pace di Hiroshima

 

L’A-Bomb Dome, oggi Hiroshima Peace Memorial, somiglia a un dente cariato, tra i ruderi volano gli uccelli, e i ragni tessono le tele, baluginano in controluce. Altri turisti, come me, cappellini a visiera, zaini, macchine fotografiche, forse anche il loro cuore è un contatore Geiger, nessuno parla. Sarà il fiume che scorre a fianco, l’isola, forse artificiale, che divide i due bracci d’acqua, ma sembriamo sott’acqua. Tutto è muto. Non sento niente. Nemmeno un telefono. E il silenzio aumenta fino a diventare spesso, denso, soffocante, nel museo della bomba. Il museo ha un percorso obbligato, un crescendo di oggetti ti ricorda che, praticamente tutto, sopravvive più di te, orologi, abiti, gavette per il cibo.

Nel museo ci sono fotografie, storie e la Storia, un plastico che mostra esplosione e raggio della bomba, in scala. Su tre alti gradini di pietra, sta un’ombra. Ciò che rimane di un corpo umano seduto su un gradino a poche centinaia di metri dall’epicentro. Uscita dal museo, camminando in direzione della fiamma perenne che brucia per ricordare ciò che è successo e perché non si ripeta, penso alle nostre minacce atomiche, ancora dunque a Günther Anders, all’equilibrio che il terrore rappresenta, e mi allontano, quasi corro. Mi colgono i tocchi di una campana.

Bambini, adulti, giapponesi, non giapponesi suonano una campana, un monito anche questo, perenne pure il suono visto il numero di visitatori silenziosi, intorno alla campana e alla sua corda, bugigattoli di vetro stipati di origami, uccelli e rane, uccelli soprattutto, e fiori anche, di carta. Pensieri per chi c’è stato e non c’è più. Pensieri perché non tentiamo di autodistruggerci, nonostante ne siamo capaci. Scegliere di non fare quando sempre più l’esistenza è fare, mostrare. L’ultimo problema della distruzione. La sua rappresentazione in diretta. Per i like. Ecco, da Hiroshima si impara il silenzio.

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