L’archeologia militante (“sul campo” si dice più concretamente in inglese), il cui riconosciuto fascino è nella fisicità della scoperta, ha in realtà, nel mondo contemporaneo, il ruolo, il compito, la responsabilità di restituire al presente quanto di più, quantitativamente, e quanto di meglio, qualitativamente, dell’immenso passato dell’umanità, perché esso non vada perduto nella memoria storica.
Moltissimo di questo immenso passato, soprattutto il più remoto, tranne rari ritrovamenti accidentali, è rimasto celato, quasi dovunque sul pianeta (un’eccezione notevole, ma non l’unica, è l’Egitto), sotto cumuli di terra. Solo nel Settecento, e poi soprattutto durante tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento, il mondo occidentale europeo si è impegnato a perfezionare e raffinare i metodi dell’archeologia. L’obiettivo era far fronte a questo compito riducendo al minimo la perdita di dati che og…
L’archeologia militante (“sul campo” si dice più concretamente in inglese), il cui riconosciuto fascino è nella fisicità della scoperta, ha in realtà, nel mondo contemporaneo, il ruolo, il compito, la responsabilità di restituire al presente quanto di più, quantitativamente, e quanto di meglio, qualitativamente, dell’immenso passato dell’umanità, perché esso non vada perduto nella memoria storica.
Moltissimo di questo immenso passato, soprattutto il più remoto, tranne rari ritrovamenti accidentali, è rimasto celato, quasi dovunque sul pianeta (un’eccezione notevole, ma non l’unica, è l’Egitto), sotto cumuli di terra. Solo nel Settecento, e poi soprattutto durante tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento, il mondo occidentale europeo si è impegnato a perfezionare e raffinare i metodi dell’archeologia. L’obiettivo era far fronte a questo compito riducendo al minimo la perdita di dati che ogni scavo comporta fatalmente. Poiché non v’è dubbio che il mondo occidentale si è fatto carico di questi recuperi, non può stupire che i Paesi dove si sono effettuati i primi scavi archeologici siano stati, insieme all’Italia, quelli del Mediterraneo nei quali si svilupparono le grandi civiltà antiche che precedettero il mondo greco-romano. Oggi l’archeologia consegue successi in quasi ogni parte del pianeta e spesso, per la sgradevole tendenza di non pochi archeologi ad esaltare le proprie scoperte oltre ogni ragionevolezza, nel mondo della comunicazione si sente ripetere, assai spesso, che l’una o l’altra scoperta recente “cambia la storia”. Di conseguenza, in un tempo in cui le fake news sono all’ordine del giorno, comprensibilmente il pubblico più avveduto accoglie con scetticismo crescente ogni scoperta di cui sia data notizia, tanto più se avvenuta in luoghi remoti.
Che dire allora dell’annuncio di questi ultimi giorni che in Perù è stato aperto al pubblico un sito archeologico, Peñico, nella provincia di Barranca, nel nord del Paese, a circa 600 metri di altitudine in una regione pedemontana, a conclusione di otto intense campagne di scavo condotte dagli archeologi del ministero della Cultura? Si tratta di un centro risalente ai decenni compresi tra il 1800 e il 1500 a.C. con un assetto topografico assimilabile, anche se solo parzialmente, a quello urbano delle civiltà preclassiche del Mediterraneo orientale per la presenza di strutture architettoniche diverse, di funzioni residenziali, religiose e cerimoniali di un’indubbia monumentalità. La collocazione, assai particolare e sapientemente scelta, su una terrazza naturale sul fiume Supe, teneva Peñico al riparo da alluvioni e frane e favoriva una sua chiara vocazione a centro commerciale che collegava i siti costieri e gli altopiani delle zone amazzoniche con fitte foreste della Cordigliera delle Ande peruviane. Finora 18 strutture monumentali sono state identificate e, tra queste, quella denominata B2 comprende la Grande sala cerimoniale dei pututu, che è stato interpretata come la più importante sede dell’amministrazione, dove si tenevano anche le assemblee convocate attraverso la chiamata effettuata con i pututu, un particolare strumento musicale fatto di conchiglie marine.
Tra i reperti degli scavi ci sono anche sculture in argilla cruda con rappresentazioni di uomini, animali e oggetti rituali, il cui significato è ancora difficile da interpretare, mentre le immagini di scimmie e le numerose collane di diverse conchiglie, rivelano la familiarità degli abitanti sia con gli ambienti marittimi dell’Oceano Pacifico che con gli ambienti forestali delle Ande amazzoniche. La scoperta di Peñico “ha cambiato la storia” del Nuovo mondo prima dell’impresa di Colombo? Certo che no, ma contribuisce a far luce su un tratto del passato assai remoto di quell’area che a lungo, fino a non molti decenni fa, era conosciuta per il grande impero degli Inca, abbattuto da Francisco Pizarro, il conquistador così poco amato da una parte non minoritaria degli attuali abitanti di Lima, da lui fondata nel 1535, da prestare il suo volto a Giuda negli affreschi delle chiese moderne.
I ritrovamenti di Peñico, pur se solo della prima metà del II millennio a.C., illuminano la storia più antica del Perù, in quanto sono la risposta elaborata in quei secoli sul piano insediamentale alla catastrofe della fine della cultura di Caral, forse la più antica città delle Americhe con una superficie di 66 ettari, scoperta nel 1948 da Paul Kosok e oggetto di nuovi scavi per lunghi anni, che hanno permesso di datare almeno al 2650 a.C. le sue strutture più antiche e la sua enigmatica scomparsa, certo per cause naturali del tipo di alluvioni, in anni non lontani dal 2000 a.C.
Oggi Caral, sulla piana costiera del Perù, 23 chilometri dall’Oceano Pacifico e circa 200 chilometri a nord di Lima, è considerato il principale centro monumentale che riuniva almeno tremila persone ed era caratterizzato da quartieri residenziali, centri cerimoniali, ampie piazze spesso circolari e alcune piramidi. Tra queste la Pirámide Mayor era un’imponente struttura a gradoni alta 18 metri e dotata di scalinate.
Si ritiene che questo antichissimo centro urbano sia stato il modello per molte delle successive culture pre-incaiche del Perù, ultima delle quali la cultura Chachapoya, la cosiddetta “civiltà delle nuvole”, i cui abitanti, diffusi in oltre cento centri di recente localizzati dal World Monument Fund in un territorio montano e nebbioso, furono i protagonisti di una lunga e disperata resistenza, tra le popolazioni andine, alla conquista degli imperatori Inca.
Per indicare punti di riferimento cronologico nell’ambito di civiltà più familiari, si può dire che la cultura peruviana di Caral si sviluppò nei secoli stessi dell’Antico Regno in Egitto, l’età dei costruttori delle grandi piramidi di Giza, e che la cultura di Peñico fiorì negli anni del Medio regno della civiltà faraonica. Non si può non sottolineare che la manutenzione, la tutela e l’illustrazione di questi rilevantissimi siti archeologici da parte del ministero della Cultura di Lima - come la conservazione di Cuzco e del leggendario Machu Picchu - sono del più alto livello.
Gran merito di queste scoperte va a Ruth Martha Shady Solis, archeologa peruviana, già direttrice del Museo Nacional de Arqueología y Antropología del Perù, presidente dell’Icomos-Peru e titolare e coordinatrice del master di archeologia nella facoltà di scienze sociali dell’Università di San Marcos, che a Caral ha scavato ininterrottamente dal 1994 e diretto il Progetto di Peñico. A lei si devono le interpretazioni relative agli insediamenti urbani e all’agricoltura irrigua delle più antiche culture del suo Paese e alle ricostruzioni storiche relative. Ruth Shady è una studiosa da annoverare tra la “grandi dame” dell’archeologia internazionale del Novecento, accanto a figure come Kathleen M. Kenyon di Oxford, celebre per i suoi scavi a Gerico e a Gerusalemme e per la sua elaborazione del metodo stratigrafico insieme a Sir Mortimer Wheeler.