Storie di Storia / 86. La Moschea Blu

Storie di Storia / 86. La Moschea Blu

Newsletter quindicinale – 07 agosto 2025

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LA MOSCHEA BLU

Forse l’unica occasione in cui i sudditi potevano vedere il Sultano, che all’apogeo dell’impero ottomano regnava da Gerusalemme alla Mecca, da Algeri fin quasi a Kiev, da Budapest a Baghdad, da Damasco al Cairo, era quando al venerdì si recava per pregare alla Moschea Blu, o Moschea del Sultano Ahmed. Storie di Storia, la newsletter de La Repubblica, vi racconta la storia di uno dei luoghi di culto più belli del mondo. Buona lettura.

LA STORIA

L’incredibile fascino della Moschea

Di Davide De Leo (Linguista, PhD)

In groppa al cavallo più bello del regno, col grande turbante tipico degli imperatori ottomani, il Sultano usciva dalla Porta celeste del Topkapi, il palazzo reale, percorreva circa mezzo chilometro, passava da un chiosco reale (hünkar kasrı) sul lato sudorientale dell’edificio. Lì, il Sultano, temuto in gran parte del mondo, per passare sotto l’arco di accesso, rivolto verso la Mecca, era costretto ad abbassarsi, a sottomettersi a Dio. Per la prima volta nell’architettura ottomana, una rampa di accesso permetteva infatti al Sultano di accedere a cavallo al complesso della moschea e di raggiungere la loggia reale. L’inchino non era però l’unico atto di modestia del Sultano. Il turbante, con il quale i sultani venivano mummificati e sepolti, era un memento mori. Ogni volta che il Sultano si specchiava, vedeva il turbante e si ricordava di essere mortale. Di più, pagava uno schiavo perché questi gli sussurrasse nell’orecchio ogni giorno che un giorno sarebbe morto.

Contesto

La Moschea Blu sorge sul lato sud-occidentale della piazza Sultanahmet, di fronte a Santa Sofia, altro grandioso monumento. Quelle che oggi sono due moschee sembrano sfidarsi per bellezza, una dinnanzi all’altra. È grande l’emozione del visitatore, che oltre ai due imponenti edifici, può ammirare, in poche centinaia di metri quadrati, l’Obelisco di Teodosio, trasferito dall’Egitto nel VI secolo, l’Ippodromo, l’Università di Marmara, le rovine del Palazzo di Antioco, la Colonna dei serpenti, il Museo dell’arte islamica e turca, un antico Hamam, oltre che, come detto, il non lontano Topkapi. Tanto basta per far capire quanto sia straordinaria una città che ha avuto tre vite: una greca, Bisanzio, una romana, Costantinopoli e una islamica, Istanbul.

Difficile restare insensibili al fascino della Moschea blu se si ha un cuore e un’anima. L’esterno, pur sontuoso, non prepara alla ricchezza delle piastrelle, in prevalenza blu, che ricoprono le pareti interne, e che danno il nome alla moschea. Moschea Blu è però il nome con il quale questa imponente struttura viene chiamata fin dal XVII secolo dagli “occidentali”, che non riuscivano a pronunciare il nome originale, la Moschea di Sultanahmet, ovvero Sultano Ahmed, che la commissionò a soli 19 anni. I turchi preferiscono chiamarla con il nome originale.

La Moschea Blu fu costruita tra il 1609 e il 1616 dall’architetto Sedefhar Mehmet Ağa, discepolo di Mimar Sinan (creatore della Moschea di Suleimano il Magnifico e più grande architetto dell’impero ottomano) proprio per rivaleggiare con la vicina basilica di Santa Sofia, costruita quasi 1000 anni prima da Giustiniano. Ağa riuscì nel connubio tra le innovazioni strutturali di Sinan e una grande finezza decorativa, creando un capolavoro armonioso. Il Sultano Ahmed I volle dimostrare che gli architetti ottomani avevano poco da invidiare ai predecessori bizantini. Dopo il trattato di pace di Zsitvatorok (11 novembre 1606) e l’esito sfavorevole della guerra con la Persia, Ahmed I volle costruire la Moschea (la prima imperiale dopo 40 anni) per placare Dio, che riteneva adirato. Inoltre, dopo che per la guerra persa si erano scatenate delle ribellioni da parte della popolazione, soprattutto in Anatolia, il Sultano voleva riaffermare il dominio dell’impero e costruire qualcosa di maestoso, per mostrare che la forza del suo regno era ancora intatta. I predecessori, però, avevano finanziato le moschee con i bottini di guerra, mentre Ahmed I attinse ai fondi del Tesoro, perché non aveva riportato vittorie significative, il che gli comportò critiche dagli ulema, i giuristi musulmani, che lo accusarono di avere utilizzato i soldi del popolo. Gli ulema proibirono allora ai fedeli di entrare a pregare nella Moschea Blu, finché furono portati alcuni oggetti islamici e reliquie, come l’orma del piede del Profeta giunta dal Cairo, e la gente cominciò pian piano a frequentarla. Successivamente, si dice che il Sultano abbia sognato il Profeta Mohammed, che gli intimava di riportare l’orma al Cairo, presso il regno dei mammelucchi al quale era stato sottratto e dove si trova ancora oggi.

Il progetto della moschea si ispirò quindi a quello della basilica e la sua cupola tentò di avvicinarsi alle dimensioni di quella del vicino edificio (23,5 m contro 31 m). La cupola è sostenuta da quattro pilastri massicci detti a “zampa d’elefante” e circondata da quattro mezze cupole. 260 finestre la inondano di luce; in origine il vetro venne da Venezia, ma gran parte delle finestre furono distrutte da un terremoto nel XVIII secolo e ricostruite localmente. Tra i materiali utilizzati, il marmo e il granito. L’interno è decorato da 21.000 piastrelle di ceramica Iznik nelle quali domina il blu. Si dice che per alcuni anni fu vietata agli artigiani di Iznik la vendita di piastrelle ad altre moschee, per rendere “unica” la Moschea Blu.

Iznik

L’Iznik è una scuola di ceramica turca fiorita nei secoli XVI e XVII. Vi sono tracce dei laboratori di produzione già nel XII secolo, ma solo nel XV secolo la cittadina di Iznik, che aveva depositi di argilla adeguata, divenne famosa per la ceramica.

La ceramica İznik degli inizi del XVI secolo fu influenzata dalla porcellana bianca e blu cinese della dinastia Ming cinese e dalla ceramica persiana. Le ceramiche İznik sono tradizionalmente morbide e sabbiose. Tradizionalmente venivano prodotti piatti, scodelle, brocche e vasi per fiori. Le ceramiche erano dipinte con motivi stilizzati e disegni simmetrici di fiori, foglie e frutta, insieme a motivi lineari astratti. Alla metà del XVI secolo, la palette di colori si espanse dal blu e il bianco al turchese, a diverse tinte di verde, viola, nero e rosso. L’epoca d’oro della ceramica Iznik finì nel XVII secolo, ma ancora oggi numerosi artigiani continuano a produrla artigianalmente.

I sei minareti

Il Sultano Ahmed face spianare una collina, sulla quale vi erano il Grande palazzo degli imperatori bizantini, ville di aristocratici e altri edifici, comprati a un prezzo considerevole e poi distrutti, e vi fece costruire la Moschea, che fa parte di un complesso religioso più ampio, comprendente un ospedale, una madrassa (scuola islamica), un ospizio e una mensa per i poveri, un bazaar per finanziarne la manutenzione e successivamente la tomba del Sultano Ahmed I, qui sepolto. L’organizzazione dei lavori di costruzione fu descritta in grande dettaglio in un’opera di otto volumi, conservata ora nella biblioteca del Palazzo di Topkapi. Le cerimonie di inaugurazione ebbero luogo nel 1617, anche se sulla porta della moschea è scritto 1616. Probabilmente, però, l’edificio non fu completato nell’ultimo anno di regno e di vita di Ahmed I (morto a 27 anni), come dimostrano le ultime fatture firmate da Mustafa I, suo successore.

La Moschea Blu è il punto di partenza dei pellegrini verso La Mecca e ha il privilegio islamico di presentare sei minareti, fatto unico al mondo: solo la Ka'ba ne ha sette. Essendo Ahmed I il sesto sultano dalla conquista ottomana della città (1453), volle essere ricordato in questo modo (peraltro, nella moschea vi sono 16 balconi, perché Ahmed era il sedicesimo sultano dopo Osman I, fondatore dell’Impero ottomano). Una leggenda vuole invece che all’origine dei sei minareti vi fosse un malinteso. Il Sultano Ahmed I intendeva avere un solo minareto, ma d’oro (altın minare, in turco), ma l’architetto capì altı minare, ovvero sei minareti. Sia come sia, il numero di minareti creò un grande scandalo, perché all’epoca anche alla Mecca ve n’erano sei. Quindi il Sultano e l’architetto vennero accusati di megalomania. Per farsi perdonare, Sedefhar Mehmet Ağa pagò per la costruzione di un settimo minareto alla moschea della Mecca.

L’interno

L’edificio centrale della Moschea Blu è composto da una grande sala per le preghiere dominata, come detto, da una grande cupola dal diametro di poco più di 23 metri, alta 43 metri (quella di Santa Sofia è alta 56 metri). La cupola doveva avere dimensioni minori a quella di Santa Sofia perché questa era un simbolo imperiale. A parte le piastrelle, anche le finestre sono di colore prevalentemente blu.

Architettura e piastrelle a parte, impressionanti sono i candelabri. Oggi l’illuminazione è elettrica, ma un tempo era a candela. I candelabri (qui, come nelle altre moschee ottomane) sono molto bassi, ancorati al soffitto tramite funi di acciaio lunghe diverse decine di metri proprio perché sarebbe stato molto difficile accendere e spegnere le candele in passato, ma anche per illuminare meglio rispetto a luci troppo alte. Oltre alle luci, i candelabri presentano decorazioni in oro e gemme, oltre a caratteristici oggetti a forma di uovo: si tratta di uno stratagemma che pare serva a impedire la formazione di ragnatele. Seconda un’altra versione, le uova di struzzo emanano un odore che allontana i ragni, contribuendo all’igiene della Moschea.

Circonda la sala della preghiera un doppio matroneo, supportato da colonne, dove pregava anche l’imperatrice. Al centro della sala, la mihrab, che indica la direzione in cui inginocchiarsi, costruita in marmo e circondata da finestre. Sopra di esse, un versetto del Corano dedicato alla Madonna: “Ogni volta che la Vergine Maria entra nel Tempio di Salomone, gli angeli le portano cibo dal paradiso”. Notevoli anche il pulpito per l’imam, con preziose decorazioni in marmo e oro, e la loggia per il Sultano, piattaforma elevata supportata da colonne di marmo e decorata con foglia d’oro e giada.

Le varie decorazioni hanno motivi floreali, in particolare il tulipano, che rappresenta Dio, e la rosa, che rappresenta il profeta Mohammed. Notevole l’acustica, che permette a tutti i fedeli di ascoltare i sermoni senza bisogno di microfoni.

La Moschea Blu è stata riparata o restaurata diverse volte nel corso dei secoli. In particolare, dopo un incendio nel 1660, nei secoli XVIII e IXX. L’ultimo restauro, iniziato nel 2015 e durato ben otto anni, è stato il più lungo e meticoloso della sua storia di oltre quattro secoli.

Nel 1985 la Moschea Blu è stata inclusa nella lista dei siti patrimonio dell’umanità tutelati dall’Unesco.

Viene considerata l’ultima opera dell’architettura ottomana classica.

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SEGNALAZIONI

Moschea Blu:

La Moschea Blu sorge in Piazza Sultanahmet, un’area centrale di Istanbul dove si trovano anche altri siti di grande interesse come Santa Sofia, l’Ippodromo e Palazzo Topkapi. L’ingresso nella moschea è gratuito.

Binbirdirek, At Meydanı Cd No:10, 34122 Fatih/Istanbul, Turchia

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