Segno dei tempi: langue Pasquino, la più rinomata e mordace delle statue parlanti (Marforio, Madama Lucrezia, il Babbuino, il Facchino, l’Abate Luigi) che per secoli hanno flagellato, rallegrandola, la vita pubblica della Città Eterna. Addossato sul retro di Palazzo Braschi, ha smesso di mordere, graffiare, spettegolare; quasi nessuno lascia più alla base del blocco scultoreo ellenistico di Pasquino, che in origine raffigurava Menelao nell’atto di sollevare il cadavere di Patroclo, avvisi, appelli e componimenti poetici rigorosamente anonimi, le celebri pasquinate.
E il curioso è che ad accorgersene è stato qualche giorno fa proprio il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano, paradosso dei paradossi se si pensa che a partire dal XVI secolo il marmoreo e linguacciuto personaggio, il cui nome fu mutuato da un salace ar…
Segno dei tempi: langue Pasquino, la più rinomata e mordace delle statue parlanti (Marforio, Madama Lucrezia, il Babbuino, il Facchino, l’Abate Luigi) che per secoli hanno flagellato, rallegrandola, la vita pubblica della Città Eterna. Addossato sul retro di Palazzo Braschi, ha smesso di mordere, graffiare, spettegolare; quasi nessuno lascia più alla base del blocco scultoreo ellenistico di Pasquino, che in origine raffigurava Menelao nell’atto di sollevare il cadavere di Patroclo, avvisi, appelli e componimenti poetici rigorosamente anonimi, le celebri pasquinate.
E il curioso è che ad accorgersene è stato qualche giorno fa proprio il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano, paradosso dei paradossi se si pensa che a partire dal XVI secolo il marmoreo e linguacciuto personaggio, il cui nome fu mutuato da un salace artigiano della zona, ha dato il meglio di sé attaccando il potere temporale e denunciando la vendita forsennata delle indulgenze, le spietate imposizioni fiscali, le “gabbelle” imposte ai romani e più in generale i viziacci di frati, preti, monsignori, cardinali e papi, compresi nepoti e amanti.
Al punto che diversi pontefici, da Sisto V ad Adriano VI, pianificarono la soluzione estrema per chiudere definitivamente la bocca a Pasquino riducendolo in polvere e calce. L’inesauribile leggenda romana tramanda che il suo salvataggio si debba nientemeno che all’animo inquieto di Torquato Tasso, il quale avrebbe convinto Clemente VIII a tenerselo come valvola di sfogo, utile megafono e anticipatore dei malumori della collettività.
Sta di fatto che l’altro giorno da Oltretevere si è levata una sorta di commossa elegia: «Da tempo – ha notato nel colonnino Cronache romane Tommaso Giuntella – la voce di Pasquino si è fatta flebile, le pasquinate rade, confuse, a volte complottiste, quasi balbettanti, quasi avesse perso lucidità, invecchiato di botto, in pochi anni».
Vero. L’ultimissimo avvistamento, tre mesi fa, allorché nottetempo qualcuno ha avvolto la statua in un lenzuolo, come i morti di Gaza: «Mo’ m’arivorto drento a sto sudario – si poteva leggere su un cartello – pe’ nun scordà chi soffre ner carvario». Versi tristi, impotenti e caduti nel vuoto.
A ripensarci, è da tempo che l’antica gloria satirica di quel fatidico cantone è andata spegnendosi, consumata dall’evoluzione del sistema mediatico, in ultimo dall’ondata social, e magari anche per l’effetto di una indifferenziata versatilità; per cui, grazie a una ricerchetta sulla benemerita banca dati dell’Ansa, si scopre che tra poesiole e flash-mob Pasquino ha ospitato radicali in lotta per la fame nel mondo, redattori di Cuore in vena di scherzi su Tangentopoli, girotondini contro Berlusconi e berlusconiani contro le tasse, cittadini indispettiti dalle sparate anti-romane di Bossi, ecologisti, animalisti e artisti a caccia di popolarità, a parte le lacrime per la morte di Alberto Sordi.
Ora, posto che Hyde Park Corner non si è mai troppo accordato con lo spietato scetticismo dell’Urbe, può anche essere, come adombrato dall’Osservatore, che sia venuto meno un certo spiritaccio romano, un estro a suo modo aggressivo e trasgressivo, non troppo dissimile da quello fino a ieri allegramente incarnato dai mostri sacri della commedia all’italiana: Sordi, appunto, Nino Manfredi, che interpretò l’artigiano Pasquino in un paio di film di Luigi Magni, fino a Gigi Proietti.
Ma l’impressione è che la faccenda dell’appannamento e della miniaturizzazione di un simbolo secolare di critica al potere trascende un po’ l’ambito per così dire comico-municipale; e che la statua che per cinquecento anni ha svelato le magagne di un dominio assoluto, tanto più oppressivo in quanto mirato al controllo delle coscienze, debba vedersela oggi con una trasformazione epocale nella quale entra in gioco un potere capace di narrazioni del presente così profonde e immersive da produrre mondi artificiali; un tecno-potere, in altre parole, che se la canta e se la suona per conto suo addirittura ridendo di se stesso.
Sta qui insomma non solo l’odierna crisi dello storico mozzicone di marmo, ma in fondo la complessiva paralisi della satira. Come può resistere, povero Pasquino, insigne capostipite di una delle più cruciali forme di libertà, dinanzi al video osceno della riviera di Gaza o in quello selvaggio dell’arresto di Obama alla Casa Bianca? Come si può pensare che modesti versicoli in vernacolo appesi al collo di una statua possano tener testa ai deep fake che manipolano emozioni stabilendo sinergie connettive con il subconscio sociale?
Sennonché proprio l’eterna e scanzonata sapienza romana, quel moto dell’animo che cerca e spesso trova risposte nella viva immobilità del passato, sconsiglia decisamente di avvitarsi in troppe domande e spiegazioni. Neanche a farlo apposta, nella vasta proverbiade capitolina proprio Pasquino è invocato in questo senso, come confermano due definitivi endecasillabi di Giuseppe Gioachino Belli, che pure dall’alto della sua poesia mostra un atteggiamento di sufficienza verso le pasquinate del suo tempo. E dunque: «Er libbro der perché, chi lo vo legge/ sta a covà sott’ar culo de Pasquino».
Più indulgente, e anche più utile ai fini di una speranzosa ricognizione, risultano piuttosto alcuni versi di Trilussa sulle possibilità della storia. «“Povero mutilato dar Destino/ come te sei ridotto!”/ diceva un cane che passava sotto/ er torso de Pasquino:/ “Te n’hanno date de sassate in faccia!/ Hai perso l’occhi, er naso... E che te resta?/ Un avanzo de testa/ su un corpo senza gambe e senza braccia./ Nun te se vede che la bocca sola/ con una smorfia quasi strafottente...”/ Pasquino borbottò: “Segno evidente/ che nun ho detto l’urtima parola”».