Gisèle Pelicot e le altre. Quando a stuprarti è tuo marito
di Michela MarzanoPensavamo che dopo l’affaire Gisèle Pélicot qualcosa fosse finalmente cambiato. Che il processo a porte aperte contro suo marito – e contro molti altri uomini che, a insaputa della donna, avevano abusato di lei – ci avesse aperto gli occhi. La vergogna, si diceva, aveva cambiato lato. Non dovevano più essere le donne a vergognarsi, ma gli uomini. Soprattutto se mariti, compagni, ex. Che abusavano non solo del corpo di queste donne, ma anche, e forse soprattutto, della loro fiducia. E invece niente.
Il caso del gruppo Facebook “Mia moglie”, con oltre 30.000 iscritti, dove mariti e compagni condividevano senza consenso foto intime delle proprie partner, ha mostrato a che punto la cultura dello stupro sia ancora radicata nel nostro paese. Il gruppo è stato chiuso dopo migliaia di segnalazioni. Ma subito ne sono nati altri, su altri social, in altre chat, come per sfida o per sfregio. Come se nulla fosse. Come se fosse un diritto esibire, condividere, vendersi l’un l’altro frammenti di co…
Pensavamo che dopo l’affaire Gisèle Pélicot qualcosa fosse finalmente cambiato. Che il processo a porte aperte contro suo marito – e contro molti altri uomini che, a insaputa della donna, avevano abusato di lei – ci avesse aperto gli occhi. La vergogna, si diceva, aveva cambiato lato. Non dovevano più essere le donne a vergognarsi, ma gli uomini. Soprattutto se mariti, compagni, ex. Che abusavano non solo del corpo di queste donne, ma anche, e forse soprattutto, della loro fiducia. E invece niente.
Il caso del gruppo Facebook “Mia moglie”, con oltre 30.000 iscritti, dove mariti e compagni condividevano senza consenso foto intime delle proprie partner, ha mostrato a che punto la cultura dello stupro sia ancora radicata nel nostro paese. Il gruppo è stato chiuso dopo migliaia di segnalazioni. Ma subito ne sono nati altri, su altri social, in altre chat, come per sfida o per sfregio. Come se nulla fosse. Come se fosse un diritto esibire, condividere, vendersi l’un l’altro frammenti di corpo femminile, come si trattasse di semplici figurine. E sempre con la stessa idea in testa: che l’unica cosa che conta è il desiderio maschile. Ti voglio. Ti prendo. Ti espongo.
È l’ennesima triste conferma di quanto, ancora oggi, le donne vengano considerate come oggetti a disposizione. Corpi funzionali al rafforzamento di virilità sempre più fragili, strumenti per rinsaldare complicità di branco e gerarchie maschili. Ma per chi subisce tutto questo, non è un gioco. È un trauma. Una forma di stupro. Sì, anche se virtuale. Che porta con sé conseguenze devastanti: vergogna, perdita di fiducia, sensazione di essere state violate nel luogo che credevano sicuro. Perché la violenza, stavolta, non arriva da uno sconosciuto, ma dall’uomo che diceva di amarle.
Il fatto che siano così tanti gli uomini che ti fotografano di nascosto, che ti espongono allo sguardo collettivo senza chiederti nulla, nonostante tu sia sua moglie – o forse proprio perché sei “sua” moglie, nel senso più possessivo e violento dell’aggettivo “sua” – dimostra che il patriarcato non è finito. Che ci siamo ancora immersi fino al collo. E che finché non cambieremo davvero il sistema, tutto questo continuerà a succedere. Ancora. E ancora. E ancora.