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Azar Nafisi: “Amica Lolita, simbolo delle donne senza voce, oggi non saresti mai nata”

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La scrittrice iraniana parla del capolavoro di Nabokov uscito settant’anni fa e che le ispirò il romanzo scritto dall’esilio americano. E spiega perché i nostri tempi sono meno liberi
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«No, oggi Lolita non potrebbe essere scritto. Nessuno lo pubblicherebbe». Se c’è un’autrice che più di ogni altra ha ridato una nuova vita al romanzo scandalo di Vladimir Nabokov pubblicato per la prima volta settant’anni fa, nel settembre del 1955 a Parigi, quell’autrice è Azar Nafisi. Iraniana costretta a lasciare il suo Paese, con il suo Leggere Lolita a Teheran pubblicato in Italia da Adelphi, ha trasformato il capolavoro di Nabokov (nel catalogo della stessa casa editrice) in una metafora della dittatura e la sua lettura da parte di un gruppo di giovani allieve in una forma di resistenza alla violenza, in un inno alla libertà. .

Da Washington dove vive ormai dal 1997, in un irresistibile inglese che tradisce le sue origini, spiega perché invece la grande letteratura è disagio e perché la storia del “mostro” Humbert Humbert e della sua passione perversa per una adolescente sola è una lettura imprescindibile.

«No, oggi Lolita non potrebbe essere scritto. Nessuno lo pubblicherebbe». Se c’è un’autrice che più di ogni altra ha ridato una nuova vita al romanzo scandalo di Vladimir Nabokov pubblicato per la prima volta settant’anni fa, nel settembre del 1955 a Parigi, quell’autrice è Azar Nafisi. Iraniana costretta a lasciare il suo Paese, con il suo Leggere Lolita a Teheran pubblicato in Italia da Adelphi, ha trasformato il capolavoro di Nabokov (nel catalogo della stessa casa editrice) in una metafora della dittatura e la sua lettura da parte di un gruppo di giovani allieve in una forma di resistenza alla violenza, in un inno alla libertà. .

Da Washington dove vive ormai dal 1997, in un irresistibile inglese che tradisce le sue origini, spiega perché invece la grande letteratura è disagio e perché la storia del “mostro” Humbert Humbert e della sua passione perversa per una adolescente sola è una lettura imprescindibile.

“Lolita” compie settant’anni: cosa accadrebbe se uscisse oggi per la prima volta, secondo lei?

«Non potrebbe. Il paradosso è che settant’anni fa Nabokov ebbe difficoltà enormi a pubblicare il romanzo. Ci riuscì a Parigi con la casa editrice erotica Olympia Press nel 1955 e solo tre anni dopo in America. Oggi non credo che riuscirebbe a trovare un editore».

Nemmeno se a scrivere la storia fosse una donna?

«Il punto è un altro: oggi la maggior parte delle persone, anche quelle che lavorano nel campo accademico o delle arti, confonde realtà e finzione. Non capiscono che il ruolo della finzione è quello di rivelare la verità. E la verità è sempre pericolosa».

Si tratta di un cambiamento culturale figlio dei tempi che stiamo vivendo?

«L’atmosfera politicizzata in cui viviamo antepone i pregiudizi ai meriti di un’opera d’arte. La gente cerca un modo per stare comoda, vuole avere una formula da applicare a tutto. Sempre più persone si isolano da quello che è diverso da loro. Ma la letteratura fa appello non alle posizioni politiche che prendiamo, ma a che tipo di esseri umani siamo».

In questo clima i libri fanno paura?

«Terrorizzano le mentalità totalitarie. Non sto parlando di una sola persona, di un solo regime o di un solo Paese. È un atteggiamento universale dei regimi che quando arrivano al potere confiscano le nostre narrazioni storiche, sociali e culturali. Un caso recente molto evidente è quello di Salman Rushdie. Cosa rende l’Ayatollah Khomeini — che ha le Guardie rivoluzionarie alle sue spalle — così spaventato da uno scrittore da pensare che l’unica soluzione sia ucciderlo?».

È così da sempre?

«La rivoluzione islamica è iniziata con l’attacco a tre gruppi: le donne, le minoranze e coloro che lavoravano nel campo della cultura. È iniziata con il poeta persiano Sultanpur giustiziato. Scrittori e artisti sono stati imprigionati, arrestati, censurati in Iran ma anche in Europa, negli Stati Uniti».

Oggi anche il wokismo impedirebbe la pubblicazione di “Lolita”?

«Un movimento nato con le migliori intenzioni rischia di diventare una trappola. Un cambiamento reale, non arriva quando scendiamo in piazza e gridiamo “democrazia”. Serve un cambiamento nella mentalità, nel modo in cui vediamo il mondo e questa trasformazione avviene leggendo romanzi come Lolita».

In che modo?

«Nabokov ci dice che i mostri possono presentarsi sotto le sembianze di poeti, di persone comuni. Cosa fa quando presenta un mostro come Humbert? Gli dà talento, lo rende seducente. Quando sono tornata in Iran i religiosi, i cosiddetti uomini di Dio, violentavano le donne nelle prigioni. Quindi certo che Lolita è disturbante, certo che è inquietante, certo che ci turba. Ma chi dice che Nabokov lo ha scritto perché è un pedofilo, semplicemente non lo ha letto».

Dobbiamo leggere quello che ci disturba?

«Quando le mie studentesse mi dicevano “non riesco a leggerlo, mi turba” rispondevo che la vita è inquietante. Se non riesci a sopportare di essere turbato quando leggi Lolita imparando qualcosa da quell’esperienza, come potrai affrontare ciò che è veramente inquietante nel mondo reale?».

Perché scelse di far leggere “Lolita” alle sue studentesse di Teheran?

«Una delle differenze tra il totalitarismo e la dittatura politica è il fatto che la mentalità totalitaria non vuole solo controllare le tue convinzioni politiche, vuole possederti, vuole la tua anima. Cosa fa Humbert con Lolita? Esattamente quello che l’Ayatollah Khomeini ha fatto con le donne iraniane. Nelle prime pagine, ci dice che Lolita gli ricorda una ragazza che amava quando era bambino e che è morta. Lui ama la sua idea di Lolita e la impone a questa ragazzina che è un’orfana trasformandola nel frutto della sua immaginazione». La voce di Nafisi si incrina per un attimo. «Questo è esattamente ciò che ha fatto la Repubblica Islamica con le donne in Iran: hanno detto che a loro piace indossare il velo, che a loro piace essere lapidate a morte. Un romanzo come Lolita svela la verità messa a tacere».

Lolita torna da Humbert perché non ha nessun altro posto dove andare.

«Questo è il cuore del libro, la sua essenza. Un passaggio che mi commuove sempre, come quando il preside consegna ad Humbert la relazione su Lolita elencando tutto quello che aveva fatto e lei sospira e Nabokov continua a dire che sospira molto: solo un grande scrittore può trasformare questa frase molto semplice in un’esperienza, in una sensazione».

Chi è Lolita oggi?

«Tutti quelli che vivono senza una prospettiva, senza una voce. Una delle cose peggiori dell’essere una vittima è che a volte diventi come il tuo nemico. Ricordo che camminavo per le strade di Teheran e dicevo: “Dio, uccidili”. Perché mi sentivo così impotente. Perdere la speranza è molto pericoloso perché puoi diventare violento. Guardiamo a quello che sta succedendo negli Stati Uniti, in Europa, alle guerre in Ucraina, a Gaza, in Sudan».

Cosa possono fare i libri di fronte a tutto questo?

«Farci entrare nella pelle dei personaggi, insegnarci l’empatia. Farci uscire dalla nostra zona di comfort per scoprire quello che ci sfida. Il romanzo è per natura democratico: tutti hanno una voce, anche i cattivi. Nabokov racconta che quando è scoppiata la Rivoluzione russa, era seduto nella sua stanza a scrivere poesie: fuori dalle finestre il rumore dei proiettili. Quando vivevo a Teheran durante la guerra Iran-Iraq piovevano bombe, io andavo nella stanza dei miei figli, mi sdraiavo accanto a loro e leggevo. La letteratura, come diceva Nabokov, è la prova che siamo vissuti».

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