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I 400 giorni per salvare gli Usa da Trump

Donald Trump 

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L’unica speranza dei dem per battere il presidente è riconquistare la classe media. E vincere le elezioni di midterm del 2026
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Torno in Europa dagli Stati Uniti con un’idea ben precisa: i democratici americani (con la d minuscola) hanno 400 giorni di tempo per andare al salvataggio della democrazia statunitense.

Se le elezioni di midterm del prossimo autunno 2026 produrranno un Congresso in grado di mettere freno al presidente Donald Trump, ci saranno altri 700 giorni a disposizione per preparare il pacifico trasferimento del potere esecutivo, l’unico che può garantire il futuro di questa democrazia. Operazione Salvataggio della democrazia Usa, fasi uno e due.

Esagerazione isterica? Vorrei tanto crederlo. Ma nelle sette settimane trascorse negli Stati Uniti quest’estate, ogni giorno mi hanno turbato la rapidità e la brutalità con cui l’esecutivo attacca norme democratiche apparentemente cons…

Torno in Europa dagli Stati Uniti con un’idea ben precisa: i democratici americani (con la d minuscola) hanno 400 giorni di tempo per andare al salvataggio della democrazia statunitense.

Se le elezioni di midterm del prossimo autunno 2026 produrranno un Congresso in grado di mettere freno al presidente Donald Trump, ci saranno altri 700 giorni a disposizione per preparare il pacifico trasferimento del potere esecutivo, l’unico che può garantire il futuro di questa democrazia. Operazione Salvataggio della democrazia Usa, fasi uno e due.

Esagerazione isterica? Vorrei tanto crederlo. Ma nelle sette settimane trascorse negli Stati Uniti quest’estate, ogni giorno mi hanno turbato la rapidità e la brutalità con cui l’esecutivo attacca norme democratiche apparentemente consolidate e la disperata debolezza della resistenza opposta agli assalti.

A livello internazionale sono sempre più numerose le dimostrazioni che la democrazia liberale, una volta erosa, è molto difficile da ripristinare. Distruggere è assai più facile che costruire.

Ecco il motivo per cui tutti i democratici, a prescindere dal partito o dall’ideologia, devono sperare che i Democratici riacquistino il controllo della Camera dei Rappresentanti alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026. Non per le politiche dei Democratici, che sono un pasticcio, né per la loro attuale leadership, che è un disastro, ma semplicemente perché la democrazia americana ha bisogno che il Congresso, il principale contrappeso istituzionale rispetto al potere presidenziale previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti, torni a fare il suo mestiere. E questo non accadrà finché i repubblicani, dominati e intimiditi da Trump, controlleranno entrambe le Camere.

Si è molto insistito su paragoni con altri colpi di mano autoritari, dall’Europa degli anni Trenta all’Ungheria di Viktor Orbán, ma il caso statunitense mi colpisce per le sue peculiarità. Per citarne quattro: eccesso di potere esecutivo; gerrymandering, ossia manipolazione sistematica dei collegi; violenza endemica; e le possibilità di cui un aspirante autocrate dispone di sfruttare l’intensa competizione capitalistica che pervade ogni ambito della vita americana.

Il pericolo di sconfinamenti dell’esecutivo è esistito fin dal primo momento. L’eroe della guerra d’indipendenza Patrick Henry (“libertà o morte”) votò contro la Costituzione alla convenzione di ratifica della Virginia del 1788 proprio perché riteneva che avrebbe offerto a un presidente criminale l’occasione «di tentare un audace assalto al trono americano». Per tutto il Novecento, presidenti di entrambi i partiti hanno ampliato il “potere esecutivo” di cui l’articolo 2 della Costituzione dà una definizione tanto vaga.

Più di recente, la Corte suprema a maggioranza conservatrice ha dato manforte alla “teoria dell’esecutivo unitario” elaborata da giuristi di destra. E oggi l’amministrazione Trump — ben preparata, a differenza del 2017 — ha sfruttato ogni centimetro e ogni cavillo del potere esecutivo esistente, oltre a violare semplicemente la legge sfidando i tribunali.

Tom Ginsburg, tra i massimi studiosi americani di diritto costituzionale comparato, sostiene che il più grande difetto della Costituzione statunitense nel suo impianto originario sta nell’affidare alle legislature statali il potere di disegnare i collegi elettorali. Il termine gerrymandering fu coniato già nel 1812. Negli ultimi tempi, la manipolazione partitica dei collegi si è fatta più estrema con il progressivo polarizzarsi della politica americana. E poi, nel 2019, la Corte suprema ha dichiarato di non poter correggere nemmeno il più palese gerrymandering partitico (solo quello su base razziale). Così ora, su richiesta diretta di Trump, il Texas si accinge a modificare i confini dei collegi esplicitamente per conquistare cinque seggi in più per i repubblicani alle elezioni di midterm, e a quel punto la California annuncia una contro mossa con lo stesso sistema per cinque seggi in più a favore dei democratici. Non resta neppure una parvenza di imparzialità nella procedura più basilare della democrazia.

Nessuna società europea è paragonabile agli Stati Uniti per l’onnipresenza della violenza. In pratica quest’estate non c’è stato giorno in cui i notiziari serali non riferissero di almeno un reato violento, inclusa l’ennesima, orrenda sparatoria in una scuola.

In America ci sono più armi che persone. La Francia ama il suo rivoluzionarismo da palcoscenico, ma gli Stati Uniti hanno visto l’assalto di massa al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Ora che l’attivista di destra Charlie Kirk è stato ucciso, prima che si conoscesse l’identità dell’assassino, Elon Musk ha dichiarato che «la sinistra è il partito dell’omicidio» e Trump ha incolpato i discorsi d’odio della “sinistra radicale”.

Sarà un miracolo se l’America sfuggirà a una spirale discendente di violenza politica, come non si vedeva dagli anni Sessanta. Il che, a sua volta, potrebbe fornire a Trump il pretesto per invocare l’Insurrection Act del 1807, schierare più militari nelle strade americane e sfruttare ulteriormente un presunto stato di emergenza.

Nel frattempo, le università, i vertici dell’imprenditoria, i grandi studi legali, le piattaforme mediatiche e i magnati della tecnologia hanno mancato di intraprendere un’azione collettiva in risposta, tenendo la testa bassa, o accettando accordi umilianti, come la Columbia University e lo studio legale Paul Weiss; o ancora si sono prostrati davanti al presidente, come Mark Zuckerberg. Perché? Perché tutti seguono la logica della feroce concorrenza del libero mercato e temono ritorsioni mirate. Non avrei mai immaginato di vedere la paura diffondersi in America con questa ampiezza e con tanta rapidità.

Aggiungiamo i tentativi di squalificare o intimidire gli elettori, più la minaccia di Trump di vietare il voto per corrispondenza, ed è lecito nutrire seri dubbi sul fatto che le elezioni di mid term del prossimo novembre saranno del tutto libere e corrette. Il compito dei democratici di ogni schieramento è fare in modo che lo siano, per quanto possibile. Il compito dei Democratici (con la D maiuscola) è vincerle, malgrado gli ostacoli.

La chiave, probabilmente, saranno ancora una volta le questioni che toccano il portafoglio degli elettori. Nell’economia risiede una speranza paradossale. I dazi di Trump stanno cominciando a tradursi in prezzi più alti. I dati sull’occupazione calano. Il “big beautiful bill” di Trump aumenterà ulteriormente il debito pubblico già sbalorditivo pari a 37 trilioni di dollari. Nell’ultimo anno fiscale gli oneri per interessi sul debito hanno superato l’intero bilancio della difesa, 850 miliardi di dollari. Ma finché non si materializza realmente una crisi del debito, rischi macroeconomici del genere restano remoti e astratti per la maggior parte degli elettori, un po’ come accadde per le previsioni di un calo della crescita del Pil, che ebbero scarso impatto nel dibattito sul referendum per la Brexit.

Dunque, la questione cruciale è se le conseguenze economiche negative di Trump saranno percepite dagli elettori comuni prima delle elezioni di midterm. Come mi ha fatto notare un acuto osservatore politico, Trump, forte degli incassi dei nuovi dazi, potrebbe elargire un sussidio in contanti agli elettori prima del voto, magari presentandolo come compensazione per le “difficoltà temporanee” della transizione verso un’economia Maga. Sarebbe una mossa populista classica.

La cosa più importante per i Democratici nei prossimi 400 giorni è quindi rendere i costi economici ineludibilmente evidenti agli elettori. I Democratici non vinceranno facendo appello alla difesa della democrazia—per quanto importante sia—e ancor meno ingaggiando guerre culturali. Devono seguire il consiglio di James Carville e concentrarsi senza tregua sui problemi quotidiani delle famiglie. Così facendo, mostreranno anche di tenere davvero agli americani comuni della classe lavoratrice e della classe media, di cui hanno perso il sostegno negli ultimi trent’anni.

Poi c’è la fase due, le presidenziali del 2028. Ma, parafrasando il Discorso della montagna, a ciascun giorno bastano le sue sfide. Nonostante le gravi minacce alla democrazia stessa negli Stati Uniti, per ora vale la prima regola della politica democratica: vincere la prossima elezione.

Traduzione di Emilia Benghi

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