«I hate, Jean-Paul Sartre» (ti odio), diceva Yukio Mishima. Non avrebbe potuto affermare lo stesso per Albert Camus. Inutile ora spiegare e divulgare. Forse perché il secondo il “non senso” lo riempie con la libertà della vita; il primo, è questione più lunga. Viene da pensare a Charles Manson che sentenziava: «Anche il non senso ha un senso». Quel Manson dal talento diabolico che si fa demonio abbattendo il rock, per pianificare i massacri del 1969 a Los Angeles, che pongono fine all’innocenza americana; come il delitto del piccolo Lavorini a Viareggio, pone fine a quella italiana. Ecco, pensavo che quel famigerato “non senso” il vecchio malandato Ferdinand Céline, lo colma con la sua tara che non sappiamo tradurre sia genetica o causa della guerra. Non a caso sono sgattaiolati fuori dalle refurtive decennali, i romanzi ora in Adelphi: Guerra e l’ultimissimo Londra. Aspettando il terzo.
Ho posto Sartre e Camus non a caso. Essi sono le Colonne d’Ercole posteriori, le anteriori erano V…
«I hate, Jean-Paul Sartre» (ti odio), diceva Yukio Mishima. Non avrebbe potuto affermare lo stesso per Albert Camus. Inutile ora spiegare e divulgare. Forse perché il secondo il “non senso” lo riempie con la libertà della vita; il primo, è questione più lunga. Viene da pensare a Charles Manson che sentenziava: «Anche il non senso ha un senso». Quel Manson dal talento diabolico che si fa demonio abbattendo il rock, per pianificare i massacri del 1969 a Los Angeles, che pongono fine all’innocenza americana; come il delitto del piccolo Lavorini a Viareggio, pone fine a quella italiana. Ecco, pensavo che quel famigerato “non senso” il vecchio malandato Ferdinand Céline, lo colma con la sua tara che non sappiamo tradurre sia genetica o causa della guerra. Non a caso sono sgattaiolati fuori dalle refurtive decennali, i romanzi ora in Adelphi: Guerra e l’ultimissimo Londra. Aspettando il terzo.
Ho posto Sartre e Camus non a caso. Essi sono le Colonne d’Ercole posteriori, le anteriori erano Victor Hugo e Bernanos, più il fuoriquota Proust. Nel mezzo chi fa rumore? – ci sarebbe pure da scrivere chi tra Calvino e Moravia in Italia, oggi fa rumore mentre ieri era anestetizzato. Presto detto dai francesi: quella pattuglia sbandata, violenta, maleducata, compromessa. Ci viene da ricordare la Riva destra di Parigi: polverosa, abbandonata che meglio si distingue salendo per la verticale che porta al Sacro Cuore e da lì vedere non più la napoleonica e monumentale Parigi, bensì una landa orizzontale adibita a costruzioni di fango e paglia, con in su un cielo a ventimila metri che non è cielo ma oceano. Il vero grande fascino di quella città cerulea.
La compagnia bella è formata da Brasillach, l’unico fucilato che scrisse Sette ore da perdere (romanzo di ori e tenebre) da noi per Settecolori; da Nizan, che scrisse uno degli incipit-vertigine («Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», Aden Arabia); da Léautaud con i pollastri del mercato sotto le sottane di sua madre e delle tate dei bordelli; da Rebatet; da Pierre Louÿs coi suoi cataloghi dettagliati delle intimità; dal Drieu da altro incipit memorabile in Fuoco Fatuo e molti di più. E infine dalla “valanga” Louis-Ferdinad Céline. Il Ferdinand che leggemmo da ragazzi su imbeccata della Illustrazione Italiana diretta da Raboni, o trovato sulla bancarella ora è in grande spolvero. Lui che debutta con già la morte in tasca, il sangue, le feci, i liquidi delle partorienti… Il dottor Semmelweis che scopre le morti delle puerpere giacché i medici non si lavano le mani, ed è subito bandito, oltraggiato, vilipeso, invece che benedetto, infatti: «Tutto si espia, il bene, come il male, si paga prima o poi. Il bene è molto più caro, per forza».
Insomma parte alla guerra subito, quello di Rigodon. La tara fa scintille di vomito talentuoso. Sta a proprio agio nel male e da vittima quando con il suo celebratissimo Voyage non vince il Goncourt. E poi si dice che è da Petite Musique, in Mort à crédit tradotto da Caproni che da giovinetto mi raccontava: «Ma quale musichetta! c’è da farsi male per arginarlo». Quel Morte a credito che ci porta in giro da sua madre merlettaia, per i passage, in cima alle scale dalle vecchie catarrose che spettegolano di lui che non vale niente come dottore, che è meglio non chiamarlo perché uno che non si fa pagare non vale un becco di quattrino. Il Céline di Bagatelle, che avrebbe infilato un altro incipit magistrale («Molta vasellina, tanta pazienza, e l’elefante s’incula la formica»), se non l’avesse usato qualche capoverso avanti pagina.
Poi a perdifiato da fuggiasco con Nord, Mea culpa, Casse-pipe, Da un castello all’altro. Poi dunque Guerra (ma quando mai è stato in pace?, c’è da domandarsi). Lui è proprio protagonista ferito, braccio spappolato, testa lesionata (ecco la tara che nasce o la tara sopita che emerge?). Genitali che si smuovono sempre nella camerata ospedale con l’infermiera che struscia e la mignotta che arriva. La corsia di sventrati e cecati si trasforma in bordello. Il cielo, cioè l’oceano parigino a cui in visione accennavamo, frana tra il pollaio sanguinario di paglia e fango.
Con la lettura rifletto che Drieu e Brasillach sono tardi eredi della lingua d’Oc; il pazzo di quella d’Oil. I sodali si ergono verticali in un candore perverso, il Nostro urla nel carnaio. Non c’è posto per ergere una diga. Lo stesso Ottavio Fatica, il traduttore, deve usare la parola “sbroccato” che pare una pecetta in mancanza di ricamatrici. E comunque questa parola è una spia sorprendente. La guerra è il profumo o il lezzo dell’orgia umana. Nel proseguo appare perfino Francesca Bertini, la diva del muto prodotta dal padre di Sergio Leone. La macelleria avanza e abbiamo la percezione che si tratti di un Balzac sconquassato e degenerato per la mole di andirivieni che vi si applica.
Quando si entra a Londra, il folle circo apre le danze. È guerra sempre ma sanata dai pirati sempiterni inglesi che si aggirano in veste di puttanieri, puttane, bordelli, in una pattumiera che gronda liquidi che solo un ematopatologo, zoofilo, fisiatra come Ferdinand riesce a gestire. Appunto Londra. Non è stata forse la capitale del più grande impero moderno prima della spartizione di Yalta? E forse, dunque, non è stato il più grande circo dei continenti messo in piedi dai fuorilegge così fedeli alla grande Elisabetta? E allora via! Parigi eterna passione della decadenza; evvia adesso in Inghilterra alla guerra in quanto immenso bordello universale.
Il Céline riapparso dopo l’oblio in Guerra e Londra è buono come romanziere popolare. È temerario ma non lontano dall’essere un romanziere d’appendice. Curioso destino: il collaborazionista sbandato oggi ha la patente dello scrittore della carne frollata, giusto da usarsi come ricordo previrtuale.
IL LIBRO
Londra di Louis- Ferdinand Céline, Adelphi. Traduzione Ottavio Fatica, pagg. 504, euro 25