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Licini-Pericoli, dialogo a distanza tra i paesaggi specchio dell’anima

Tullio Pericoli, Le mie terre, 2024

 

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La mostra di Monte Vidon Corrado, nelle Marche, è dedicata ai due artisti di epoche diverse
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C’è un tratto di Marche, quello delle colline tra Fermo e Ascoli, in cui la geometria si fa sogno: divisioni tra i campi, segnati da antiche centuriazioni romane; le strade esili, come vene nel corpo della terra chiara; i profili montani che sembrano disegnare le linee di volti umani. Per Osvaldo Licini (1894-1958), nato a Monte Vidon Corrado, piccolissimo borgo marchigiano che oggi ospita la sua casa museo e il centro studi a lui dedicato, fu proprio questo paesaggio — dal belvedere del paese si coglie una vista incredibile — a fare da laboratorio dell’anima, portandolo dal realismo all’immaginario cosmico degli Angeli Ribelli e delle Amalassunte.

Osvaldo Licini (1894-1958), Paesaggio, olio su tela, 1925 con interventi successivi

 

È cercando nuove assonanze tra la sua opera e i luoghi e tra la sua opera e quella di altri artisti, che le istituzioni a lui dedicate a Monte Vidon Corrad…

C’è un tratto di Marche, quello delle colline tra Fermo e Ascoli, in cui la geometria si fa sogno: divisioni tra i campi, segnati da antiche centuriazioni romane; le strade esili, come vene nel corpo della terra chiara; i profili montani che sembrano disegnare le linee di volti umani. Per Osvaldo Licini (1894-1958), nato a Monte Vidon Corrado, piccolissimo borgo marchigiano che oggi ospita la sua casa museo e il centro studi a lui dedicato, fu proprio questo paesaggio — dal belvedere del paese si coglie una vista incredibile — a fare da laboratorio dell’anima, portandolo dal realismo all’immaginario cosmico degli Angeli Ribelli e delle Amalassunte.

Osvaldo Licini (1894-1958), Paesaggio, olio su tela, 1925 con interventi successivi

 

È cercando nuove assonanze tra la sua opera e i luoghi e tra la sua opera e quella di altri artisti, che le istituzioni a lui dedicate a Monte Vidon Corrado, dirette da Daniela Simoni, hanno dato vita a un programma di mostre che mettono in dialogo il patrimonio liciniano con altre esperienze creative. In questa stagione, e fino al 9 novembre, è la volta di “Quel lontano mar, quei monti azzurri. Il paesaggio di Osvaldo Licini e di Tullio Pericoli”, a cura della stessa Simoni e di Nunzio Giustozzi, che proprio oggi è al centro di un incontro alla Casa Museo Osvaldo Licini (ore 11) alla presenza dei curatori, con Lella Mazzoli e Pericoli.

Organizzato dal comune di Monte Vidon Corrado, in collaborazione con il Centro Studi Osvaldo Licini, il percorso espositivo costruisce un itinerario che attraversa, in realtà, un secolo di pittura mettendo a confronto le opere di Licini con quelle di Pericoli, nato poco lontano da qui (a Colli del Tronto, nel 1936) e quindi destinato a impastare la sua lingua visiva con i segni di questo stesso panorama. Licini, profondamente marchigiano, frequentò lungamente Parigi. Nelle sale della temporanea sono esposti i suoi paesaggi post-cezanniani e le sue visioni fantasmagoriche più tarde, con prestiti anche da collezioni private, insieme alle serie che Pericoli ha realizzato tra il 2000 e il 2025. Scegliere il paesaggio, non ci si inganni, non è per nessuno dei due un ripiego, un’opzione rassicurante che allontana dal mondo. Se è vero che nella bellezza dei tratti e dei colori lo sguardo dello spettatore può talvolta riposarsi e sentirsi accolto, è vero pure che il paesaggio siamo noi: ed è nel paesaggio, dice con un’espressione felice Tullio Pericoli di Licini, da lui definito «il pittore dell’ansia», che si rivela «il pedinamento affannoso di un mistero che non si svelerà mai».

Se Licini sublima il reale in forma astratta, Tullio Pericoli sembra voler fare la strada inversa: esplora i dettagli, le fratture, i solchi, come se dalla materia apparentemente immobile del mondo potesse emergere il senso nascosto degli eventi e della vita umana. Così nelle sue opere più recenti la gamma dei colori — il nero, il rosso — vogliono forse alludere a un’attualità rissosa, luttuosa, dove è la guerra a infliggere nuove ferite alla terra e agli uomini: in Terre perse (2024) sul fianco della collina l’intrico delle linee, dei vuoti e dei pieni quasi disegna due figure umane unite in uno scomposto abbraccio.

Sul nuovo Quaderno Liciniano dedicato al confronto tra i due artisti, Daniela Simoni nota che è «la misura» la cifra delle Marche, terra plurale sin dalla denominazione. Citando Volponi, ne rimarca «l’aria mite, fruttuosa d’innesti, di silenziose contaminazioni». E in quest’aria mite, fruttuosa, che pare quasi mutarsi in plancton luminescente in certe tele di Licini, che si rarefà in tratti distanziati e nervosi in certi lavori di Pericoli, nasce una riflessione profonda, quieta ma non indifferente, anzi profondamente empatica, sulla natura umana.

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