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Si fa presto a dire pace quando finisce una guerra, il saggio di Paolo Mieli

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Indaga duemila anni di conflitti e l’interpretazione storica che è sempre quella del più forte
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Paolo Mieli è un campione di realismo e relativismo. Se i neocon americani all’epoca di George W. Bush si definivano «liberal assaliti dalla realtà», Mieli è un marxiano di formazione che non ha avuto bisogno di essere assalito: si è messo elegante, ha aperto la porta con anticipo e accolto l’ospite con reverenza che però non cancella un fondo di diffidenza. Nei libri di Mieli, e ancora più in quest’ultimo uscito per Rizzoli, Il prezzo della pace. Quando finisce una guerra, la storia è soprattutto questione di rapporti di forza e ribaltamenti di punto di vista. Il maestro Renzo De Felice, omaggiato di un capitolo, insegna.

Suggerisce Mieli: le idee che ci sembrano spiegare il mondo sono più spesso l’effetto del clangore di spade piuttosto che la causa, ragione per cui a imporle come verità assolute è chi è rimasto in piedi con l’arma in mano e non chi giace a terra inerte. Ma, fosse tutto qui, saremmo solo dalle parti d…

Paolo Mieli è un campione di realismo e relativismo. Se i neocon americani all’epoca di George W. Bush si definivano «liberal assaliti dalla realtà», Mieli è un marxiano di formazione che non ha avuto bisogno di essere assalito: si è messo elegante, ha aperto la porta con anticipo e accolto l’ospite con reverenza che però non cancella un fondo di diffidenza. Nei libri di Mieli, e ancora più in quest’ultimo uscito per Rizzoli, Il prezzo della pace. Quando finisce una guerra, la storia è soprattutto questione di rapporti di forza e ribaltamenti di punto di vista. Il maestro Renzo De Felice, omaggiato di un capitolo, insegna.

Suggerisce Mieli: le idee che ci sembrano spiegare il mondo sono più spesso l’effetto del clangore di spade piuttosto che la causa, ragione per cui a imporle come verità assolute è chi è rimasto in piedi con l’arma in mano e non chi giace a terra inerte. Ma, fosse tutto qui, saremmo solo dalle parti della tesi secondo cui la «storia la scrivono sempre i vincitori», e ovviamente c’è del vero, a patto di essere consapevoli che si tratta del motto più usato da storici e politici per giustificare i peggiori totalitarismi.

Qui invece l’intento è sospettare delle presunte evidenze storiografiche, per cercare la vittoria nella sconfitta e viceversa, e le ragioni di un conflitto in quelle della pace che l’ha preceduta. Tanto che i vincitori sono spesso cullati solo dall’illusione di esserlo, dal fortunato blitz di Trasibulo in Atene del quinto secolo avanti Cristo fino al successo forse più ingannevole di sempre, cioè la vittoria del blocco occidentale su quello sovietico che spinse a parlare di “fine della storia” con la stessa distorsione che spinge tuttora a parlare di ottant’anni di pace dopo la seconda guerra mondiale (e la Corea? E il Vietnam? E la Jugoslavia? E il terrorismo? Le eccezioni toccate da Mieli sono ancora più numerose).

Non c’è nel libro alcun gusto complottista per le cosiddette contro-verità, piuttosto il piacere intellettuale di cercare la scintilla di una interpretazione diversa sapendo che può arrivare da fonti secondarie o anche solo dalla conoscenza delle miserie umane e politiche.

Per dare un esempio della cifra mieliana, che in architettura chiameremmo brutalismo, si cita lo studioso israeliano Ben Aharon per sostenere che la resistenza di Israele a riconoscere con un atto parlamentare il genocidio armeno affonda in una questione di calendario: la ricorrenza armena cadrebbe troppo vicina a quella dell’Olocausto ebraico ingenerando una concorrenza sgradita di commemorazioni.

Chi decide dunque cos’è la pace? Siamo sicuri che ciò che chiamiamo pace dal nostro punto di vista lo sia per tutti? Dopo la guerra può esistere una pace giusta e duratura? Dall’elenco di vicende raccontate – che spazia in 2000 anni di storia greca, romana, moderna e contemporanea – la risposta non è piacevole. La pace si paga, sempre, e spesso il prezzo è una nuova guerra costruita sui rancori e i nodi irrisolti della precedente. Attenzione, però, a non equivocare sul titolo del libro: la constatazione che c’è sempre un costo non serve a legittimare la teoria che acconciarsi alla legge del più forte sia il male minore, una scuola di pensiero che nei nostri tempi devastati ha finito per accomunare pezzi di pacifismo e nuclei kissingeriani.

Convergenza provata dall’invito agli ucraini, fin dal giorno dopo l’invasione russa, ad accettare il sopruso russo, cedere il cedibile, raccattare le proprie macerie e piantarci sopra una bella bandierina arcobaleno. Casomai è opportuno dedurne una tesi contraria: proprio perché da sempre il mondo è periodicamente tentato dalla legge del più forte occorre non cedervi, perché una “pace”, raddoppiate voi le virgolette, fondata sull’ingiustizia e la sopraffazione è il certo prologo di nuove e peggiori nefandezze.

Il libro

Il prezzo della pace di Paolo Mieli (Rizzoli, pagg. 304, euro 18,50)

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