Michele Ruol: “Io, medico anestesista diventato un caso editoriale”
di Raffaella De SantisMichele Ruol è un medico anestesista diventato un caso editoriale per essere arrivato finalista al Premio Strega con il suo Inventario di quel resta dopo che la foresta brucia, edizioni TerraRossa. Il libro è originale, parla di lutto ma contiene luce e vita: sono 99 capitoli che inseguono le tracce di due figli morti, Maggiore e Minore, attraverso le reazioni dei genitori, Madre e Padre. Le tracce si depositano negli oggetti, nella casa dove i figli vivevano, nelle cose che toccavano.
Ruol, lavora all’ospedale di Treviso e vive a Padova. Sta per compiere 39 anni e forse non aveva messo in conto che il suo romanzo d’esordio lo avrebbe portato a vendere 12 mila copie. Al momento dell’intervista sta andando in Piemonte per un evento legato al Premio Asti d’Appello, dove è t…
Michele Ruol è un medico anestesista diventato un caso editoriale per essere arrivato finalista al Premio Strega con il suo Inventario di quel resta dopo che la foresta brucia, edizioni TerraRossa. Il libro è originale, parla di lutto ma contiene luce e vita: sono 99 capitoli che inseguono le tracce di due figli morti, Maggiore e Minore, attraverso le reazioni dei genitori, Madre e Padre. Le tracce si depositano negli oggetti, nella casa dove i figli vivevano, nelle cose che toccavano.
Ruol, lavora all’ospedale di Treviso e vive a Padova. Sta per compiere 39 anni e forse non aveva messo in conto che il suo romanzo d’esordio lo avrebbe portato a vendere 12 mila copie. Al momento dell’intervista sta andando in Piemonte per un evento legato al Premio Asti d’Appello, dove è tra i finalisti. Ha già incassato diversi altri riconoscimenti tra cui il Premio Giuseppe Berto e quello della Fondazione Megamark.
Il libro gira intorno a un lutto. La sua professione di anestesista l’ha condizionata?
"L’anestesia si muove a confine tra vita e morte, è una sospensione della coscienza. Il nome completo della specializzazione da anestesista è “anestesia, rianimazione, terapia intensiva e terapia del dolore”. La parola dolore è centrale, il motto è contra dolore sempre".
Parliamo di dolore fisico naturalmente.
"Questo è il punto. Il dolore ha mille sfaccettature. Al di là della risposta medica, ci sono una serie di questioni che rimangono aperte, soprattutto in termini di senso. Questioni che tutti i medici si portano a casa e sulle quali continuano in qualche modo a ragionare. Nel libro racconto la perdita dei figli. Le domande da cui sono partito sono: come si affronta una perdita di questo tipo? Come si sopravvive a un dolore indicibile?”.
E qui entra in gioco la letteratura?
"L’arte permette di avvicinarsi alle risposte, di provarci almeno, consapevoli che le domande rimarranno aperte. Poi naturalmente ognuno fa il suo percorso, come accade ai personaggi del romanzo, perché ognuno risponde al dolore in modo diverso”.
Parliamo di lei. Una sua giornata tipo tra corsie e scrittura.
"Il mio lavoro è organizzato in turni, la scrittura si adatta. Quando ho il turno di notte, dalle 20 alle 8 di mattina, torno a casa e posso dedicarmi a scrivere. Ma il momento che sento più mio è la sera tardi, quando tutti vanno a letto e io mi dedico delle ore tutte per me, fino a quando non arriva la stanchezza. Durante il giorno comunque prendo appunti in continuazione, in genere sul telefono, e mentre viaggio risistemo le idee che metterò nella pagina. Vivo a Padova e lavoro a Treviso, il pendolarismo mi ha aiutato: i viaggi sono terreno fertile per le idee".
Sta valutando di abbandonare la professione medica per la scrittura?
"No, no, no. Non è mia intenzione, è una professione che amo. Ma la dimensione letteraria e narrativa è uno spazio che voglio tutelare. Desidero mantenere entrambi i binari”.
Ci sono esempi illustri di scrittori-medici: Cechov, Bulgakov, Céline.
"Il loro è un livello altissimo di letteratura, non posso certo paragonarmi, ma mostrano che la strada del doppio lavoro è percorribile. Tra l’altro, il fatto di avere poco tempo e una vita piena in qualche modo può trasformarsi in un vantaggio perché spinge a scremare, a ragionare su quello che si vuole veramente scrivere”.
I suoi primi passi narrativi.
"Liceo classico, poi grande indecisione tra la facoltà di lettere o medicina. Ho lasciato fare il destino. Ho provato il test a medicina, è andato bene e così è iniziata l’avventura. La passione per la letteratura però ho continuato a coltivarla in maniera autonoma. Ho iniziato a collaborare con una compagnia teatrale professionista, Amor Vacui, per la quale ho scritto sceneggiature. Pubblicavo intanto racconti su qualche rivista e avevo naturalmente romanzi nel cassetto. Fino a quando nel 2020 ho iniziato a scrivere Inventario di quel resta dopo che la foresta brucia. Ci ho lavorato quattro anni, tre di scrittura, uno di editing”.
Dunque il libro nasce durante il Covid.
"Era un periodo duro, tornavo dall’ospedale a casa senza capire bene che cosa stava succedendo: non c'erano presidi, inizialmente non c'erano vaccini né mascherine. In quei giorni era nato il mio secondogenito e alla paura del covid si univa il timore di fare del male a mio figlio. Diventare genitori è una gioia immensa ma si accompagna a una fragilità enorme, legata al proprio senso di responsabilità. E’ in quel momento che la voglia di scrivere è riemersa fortissima, diventando un bisogno”.
Ha dato una risposta alle sue paure?
"Ho capito che c’è una luce anche in tragedie grandi, una luce che nel libro spero di essere riuscito a fare filtrare”.
Il libro - Michele Ruol, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (TerraRossa Edizioni, pagg. 208, euro 16)