Magia Mucha: l’Art Nouveau rivive a Roma
di Lara CrinòROMA. Un allestimento “totale”, così come totale fu l’arte di Mucha. Pittore, grafico, designer, scultore, colui che i giornali americani d’inizio Novecento definirono «il più grande artista decorativo del nostro tempo» va in scena da protagonista assoluto in Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione, nei due piani nobili del romano Palazzo Bonaparte, trasformati per l’occasione quasi in una quinta di teatro Art Nouveau; non a caso fu Sarah Bernhardt, la regina delle attrici dell’epoca, a lanciare la sua carriera.
Ora la mostra a lui dedicata, ideata da Arthemisia con la collaborazione della Mucha Foundation e dei Musei Reali di Torino – da domani aperta al pubblico – fa giustizia del suo multiforme talento, talvolta in passato sminuito dalla vulgata della storia dell’arte, come se fosse stato poco più che un bravo decoratore di poster e scatole per biscotti (fece anche quelle, da mago del branding, e sono strepitose). Man mano che, caduta la Cortina di ferro, le sue opere co…
ROMA. Un allestimento “totale”, così come totale fu l’arte di Mucha. Pittore, grafico, designer, scultore, colui che i giornali americani d’inizio Novecento definirono «il più grande artista decorativo del nostro tempo» va in scena da protagonista assoluto in Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione, nei due piani nobili del romano Palazzo Bonaparte, trasformati per l’occasione quasi in una quinta di teatro Art Nouveau; non a caso fu Sarah Bernhardt, la regina delle attrici dell’epoca, a lanciare la sua carriera.
Ora la mostra a lui dedicata, ideata da Arthemisia con la collaborazione della Mucha Foundation e dei Musei Reali di Torino – da domani aperta al pubblico – fa giustizia del suo multiforme talento, talvolta in passato sminuito dalla vulgata della storia dell’arte, come se fosse stato poco più che un bravo decoratore di poster e scatole per biscotti (fece anche quelle, da mago del branding, e sono strepitose). Man mano che, caduta la Cortina di ferro, le sue opere conservate in Repubblica Ceca tornavano alla luce, Alphonse è stato riscoperto, fino a diventare non solo un simbolo della Parigi della Belle Époque, ma anche della Praga tra le due guerre mondiali: raffinatissimo, colto, cosmopolita ma devotissimo alle radici. Per raccontarlo ci voleva (e l’impresa, con la direzione scientifica di Francesca Villanti e la cura di Elizabeth Brooke e Annamaria Bava, è riuscita) un progetto espositivo che mettesse insieme tutte le anime, i rimandi storici, le avventure di Mucha, nato in Moravia, allora impero austroungarico, nel 1860, e morto a Praga nel 1939 per le conseguenze di una polmonite contratta durante la prigionia voluta dalla Gestapo.
Per chi non possa recarsi a Palazzo Savarin, a Praga, dove nel febbraio scorso ha aperto il nuovo museo a lui dedicato, Palazzo Bonaparte offre fino all’8 marzo un’ampia visione del suo percorso artistico. Una selezione di 150 opere, con prestiti da collezioni private e un grande nucleo arrivato dalla Mucha Foundation, serve per “allestire” Mucha, mostrando anche con pannelli, fotografie di sua mano e non solo, gigantografie, bozzetti originali, arredi, il mondo dell’artista e mettendolo a confronto con altri ideali di bellezza, dalla classicità al Rinascimento, ai suoi contemporanei. Divisa in sette sezioni tematiche, dà conto di una vita itinerante. Ci sono gli esordi in Moravia, dove assorbì l’influenza del folklore, che rimarrà tra le grandi correnti sotterranee della sua creatività per poi esplodere nel gigantesco ciclo pittorico dell’Epica slava, che occuperà la parte finale della sua vita.
C’è la Parigi di fine Ottocento, dove Mucha incontra Gauguin e Strindberg, ma soprattutto Sarah Bernhardt. Dell’attrice, dopo la realizzazione quasi casuale del manifesto per Gismonda, diventerà una sorta di curatore globale dell’immagine, contribuendo al mito della Divina. Negli anni parigini lavorerà moltissimo: il suo stile diverrà così popolare che in occasione dell’Esposizione Universale del 1900, dove è designato artista ufficiale dell’impero austroungarico, dovrà difendersi da vari tentativi di contraffazione. A evocare questa creatività esplosiva sono i tanti bozzetti e gli oggetti: piccoli busti, servizi da tavola, progetti di mobilio: la mano è straordinaria, lo stile convoca fantasmi orientali, giapponismi e, di nuovo, il folklore. Al centro della mostra una sorpresa, i prestiti.
La Venere sabauda, l’altra Venere di Sandro Botticelli conservata a Torino, gemella di quella degli Uffizi ma su fondo scuro, e poi alcune opere di Boldini e la Semiramide di Cesare Saccaggi, un’esplosione d’oro. Le ultime sezioni sono dedicate al ritorno in patria, quando Mucha decise di raccontare nell’Epica slava i tempi remoti della sua gente. Massone e patriota, quasi un eroe nazionale dopo l’indipendenza della Repubblica Cecoslovacca, fu preso di mira dall’invasore nazista e morì poco dopo essere stato liberato dal carcere. Allora, nonostante le proibizioni, la città di Praga si mise in fila per rendere omaggio a questo eccentrico alfiere della bellezza.