Byung-Chul Han, elogio del fake: l’originale non può esistere
di Carlo PizzatiIl filosofo Byung-Chul Han
Ci hanno convinti che l’originalità è sacra. Ma se fosse un mito europeo? Si dà così tanta importanza all’identità, all’essere sé stessi, inimitabili, insostituibili, unici, che quando questi pilastri si rivelano essere costruzioni immaginarie su cui poggiamo il senso della realtà, l’effetto può essere spiazzante. E liberatorio. L’originalità è alla base della cultura europea dal Rinascimento, ma è anche l’anima del commercio e dell’industria. Copyright, patenti, marchi, brand, culto museale di oggetti insostituibili perennemente restaurati. Quando si illuminano nuove prospettive, la meraviglia della scoperta è inebriante. Ci riesce ancora una volta il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han. Mente-bisturi, aforismi irresistibili, sguardo macroscopico sulla cultura globale e la storia, su cosa sia la nostra idea di copia, creatività, contraffazione.
Ci hanno convinti che l’originalità è sacra. Ma se fosse un mito europeo? Si dà così tanta importanza all’identità, all’essere sé stessi, inimitabili, insostituibili, unici, che quando questi pilastri si rivelano essere costruzioni immaginarie su cui poggiamo il senso della realtà, l’effetto può essere spiazzante. E liberatorio. L’originalità è alla base della cultura europea dal Rinascimento, ma è anche l’anima del commercio e dell’industria. Copyright, patenti, marchi, brand, culto museale di oggetti insostituibili perennemente restaurati. Quando si illuminano nuove prospettive, la meraviglia della scoperta è inebriante. Ci riesce ancora una volta il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han. Mente-bisturi, aforismi irresistibili, sguardo macroscopico sulla cultura globale e la storia, su cosa sia la nostra idea di copia, creatività, contraffazione.
Shanzhai. Pensiero cinese e decreazione (nottetempo) è meno di cento pagine, ma sembrano scritte con l’osmio, l’elemento chimico più denso al mondo. Ogni pagina mette in discussione la visione del mondo, per decostruire e approfondire che cos’è la decreazione del pensiero asiatico e come la fraintendiamo da sempre. Shanzhai vuol dire copia. Fake. Ma non è solo truffa: è mutazione. Nokir non è il refuso di un cellulare, ma filosofia di massa. Samsing è parodia che diventa mercato. Il felino Fuma al posto di Puma. Copie che assumono identità propria. Da lì nascono i romanzi shanzhai, con l’Harry Potter cinese, la nemesi Yandomort e gli amici Long Long e Xing Xing che mettono in luce l’aspetto giocoso della creatività. Mutazioni dadaiste: Adidas diventa Adidos, Adadas, Adidis. In esse, l’occidentale vede solo inganno, scopiazzatura, infrazione di proprietà intellettuali. Ma approfondendo l’analisi, si arriva a capire perché il maoismo non è che un marxismo shanzhai, come il comunismo in salsa cinese si è appropriato del turbocapitalismo con un fenomeno metamorfico che è forse la filosofia indispensabile dell’oggi.
Il primo filosofo a fraintendere la “duplicità asiatica” è Hegel, che accusa i cinesi di «grande immoralità per la tendenza all’inganno», di una scaltrezza che nasce dal nichilismo di una spiritualità del vuoto. Trattasi invece, dice Han, di pensiero decostruttivo che rompe radicalmente con l’idea di Essere e di Essenza alla base della nostra immutabilità europea, coriacea al cambiamento.
La decostruzione è indispensabile al flusso di una via senza inizio né fine. La filosofia cinese non riconosce l’identità fondata su un unico evento, l’origine, l’originalità. La loro cultura è estranea a fratture traumatiche: il cambiamento è distribuito nel tempo e nella collettività. Il pensiero cinese si riconosce in un processo continuativo più aderente alla percezione dell’infinito che circonda le nostre limitate esistenze. Qui, di nuovo, Han si iscrive tra i pensatori che invece di ammantare di mistero “la filosofia orientale” ce la svela con scioltezza e senza lo sgomento di tanti europei. L’Essere non assume né l’enfasi della morte di Heidegger né l’enfasi della nascita di Arendt, ma è la Via, quindi è trasformazione intrisa di realtà, non nascosta da essa. Il pensiero europeo, come i templi greci, nasconde il suo adyton, la sacralità, nel luogo più inaccessibile. Il tempio buddista può essere solo finestre: totale accessibilità. Inutile nascondere il vuoto. L’isolamento genera l’illusione dell’originalità, l’apertura porta al pensiero pragmatico, che si mette sulle tracce delle cose (pragmata, appunto) invece che di concetti imperscrutabili. Riconoscere il mutevole corso delle cose consente di viverle meglio, il famoso “flusso,” piegarsi senza spezzarsi: saper campare, nei nostri termini.
Il concetto di zhi, saggezza, in cinese vuol dire anche astuzia e abilità strategica, non è affondare nell’autenticità dell’immutabile pensiero europeo. È comprendere, come diceva Freud, che tutto viene riscritto ininterrottamente, anche le memorie. L’originale non è altro che una traccia che si riscrive continuamente, ben lontano dall’idea dello statico kalòs kai agathòs, il Bello e Buono di Platone.
Nelle scuole d’arte della Cina antica — come in quelle europee fino al Rinascimento quando sboccia l’idea di “soggettività geniale” dell’autore — la riproduzione è rispetto per il maestro. Copiare è elogiare. Se un falsario dipinge bene come un maestro, allora è un maestro, non più un falsario. In questo senso, Michelangelo, cresciuto copiando, fu forse l’ultimo cinese del Rinascimento. Quando, nel 2007, il museo di Etnologia di Amburgo si offrì di rimborsare il biglietto della mostra sui guerrieri di terracotta cinesi perché si accorse che erano copie, in Cina si offesero: aprire un’officina accanto al ritrovamento era riprendere il lavoro di replica dell’antica fabbrica. Invece di sdegnarci, potremmo riflettere sull’ossessione per l’originale che porta alla contemporanea assurdità del culto del restauro che permea le nostre città musealizzate. Dietro impalcature eterne, cambiamo lentamente un mattone alla volta, fingendo di conservare l’originale. Una copia occulta. Invece in Giappone, come in Cina e in parti dell’India, la copia dell’originale non è una contraffazione: è l’originale. «La copia è più originale dell’originale, in quanto più l’edificio invecchia, più si allontana dallo stato originario. Una riproduzione la riporterebbe quindi, per così dire, allo “stato originario”».
Da noi è inaccettabile. Il valore culturale ha ceduto il passo a quello espositivo, collimando con l’ascesa del turismo. Abbiamo il culto della conservazione. Ogni restauro è un rito burocratico. Così, soffochiamo sotto sepolcri imbiancati per un senso di inferiorità verso il passato. L’Asia scorre più fluida. E in questa fluidità, più che l’ossessione europea per le reliquie architettoniche e filosofiche, ci indica come cavalcare al presente.
Il libro
Shanzhai. Pensiero cinese e decreazione di Byung-Chul Han (nottetempo, trad. Simone Aglan-Buttazzi, pagg. 112, euro 13,90)