Ha fatto il giro del mondo in bicicletta, attraversato a piedi l’Himalaya, percorso con gli sci l’arco alpino. Sylvain Tesson non si ferma mai, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti e nuove sfide che poi racconta nei suoi libri tradotti in tutto il mondo. A opere come Nelle foreste siberiane, La pantera delle nevi o Bianco, oggi si aggiunge Atlante della luce e dell’ombra (Sellerio): una raccolta di racconti in cui viaggi, avventure e ascensioni sono al centro di storie sorprendenti, ambientate per lo più in Russia ma anche in India, in Nepal o in Francia.
Lo scrittore francese, che ha appena ricevuto il premio Kapuscinski per la letteratura di viaggio, quest’estate ha trascorso un mese nelle Alpi italiane sulle tracce di Riccardo Cassin «un alpinista eccezionale» secondo Tesson, per il quale l’alpinismo è una specie di filosofia di vita: «Arrampicare è duro, complicato, pericoloso e in fondo inutile, ma quando si pratica regolarmente la lotta con la roccia, poi i problemi della vit…
Ha fatto il giro del mondo in bicicletta, attraversato a piedi l’Himalaya, percorso con gli sci l’arco alpino. Sylvain Tesson non si ferma mai, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti e nuove sfide che poi racconta nei suoi libri tradotti in tutto il mondo. A opere come Nelle foreste siberiane, La pantera delle nevi o Bianco, oggi si aggiunge Atlante della luce e dell’ombra (Sellerio): una raccolta di racconti in cui viaggi, avventure e ascensioni sono al centro di storie sorprendenti, ambientate per lo più in Russia ma anche in India, in Nepal o in Francia.
Lo scrittore francese, che ha appena ricevuto il premio Kapuscinski per la letteratura di viaggio, quest’estate ha trascorso un mese nelle Alpi italiane sulle tracce di Riccardo Cassin «un alpinista eccezionale» secondo Tesson, per il quale l’alpinismo è una specie di filosofia di vita: «Arrampicare è duro, complicato, pericoloso e in fondo inutile, ma quando si pratica regolarmente la lotta con la roccia, poi i problemi della vita quotidiana sembrano un’inezia. Arrampicare è anche una forma di poesia, una poetica del corpo offerta alla natura, che naturalmente è indifferente a tale offerta».
?Anche viaggiare è una forma di poesia?
«Io ci provo con percorsi lenti, solitari, fuori dai sentieri battuti. Di recente ho scalato un centinaio di faraglioni ai quattro angoli del pianeta. La loro bellezza evoca in me il ribelle, il dandy, l’anticonformista, il monaco, l’artista».
?Una postura che si ritrova nelle sue peregrinazioni, nelle quali sembra voler scappare da un mondo dominato dalla tecnologia e dalla velocità.
«Detesto la sottomissione dell’uomo alla tecnica, anche se certo anch’io uso la tecnologia. Quando viaggio, cerco di ritrovare il rapporto con la natura, una temporalità più lenta, agli antipodi dalle ingiunzioni della contemporaneità che vuole tutto subito. La mia è una ribellione gentile, forse inutile all’immediatezza. Come diceva Julien Gracq, ci sono tante mani per cambiare il mondo, ma pochissimi sguardi per contemplarlo. Sto dalla parte della contemplazione».
?Come un romantico?
«L’eroe romantico s’identifica con la natura, vi scruta il riflesso della sua anima. Io invece cerco il mistero della physis greca, l’origine vitale della natura attorno a noi. Scrutare la natura è la più bella delle contemplazioni insieme a quella dell’arte. Con una foresta e un museo, sono felice».
?Viaggiare per lei significa scrivere.
«Il viaggio ci allontana dalla sicurezza del noto, consegnandoci a una posizione di debolezza e solitudine da cui nasce la scrittura. Mi interessa la trasformazione dell’esperienza in scrittura, e apprezzo il Thomas E. Lawrence dei Sette pilastri della saggezza. Le sue pagine sul deserto sono magnifiche. E naturalmente La polvere del mondo di Nicolas Bouvier, che ha scritto: “Non si fa un viaggio. È il viaggio che ci fa e talvolta ci disfa”. In effetti viaggiare ci trasforma, e forse si parte proprio per essere trasformati. Fallisce quello da cui si fa ritorno uguali a come si è partiti».
?Lei difende la solitudine del viaggiatore, intanto però dobbiamo gestire l’overtourism…
«L’overtourism è una deriva del mondo contemporaneo dove tutto è esagerato, è il risultato della dinamica del capitalismo applicata al turismo. Viviamo in un tempo dove c’è troppo di tutto: troppa produzione, troppo consumo, troppa velocità, troppa gente. Per di più questa deriva è accentuata dai social che moltiplicano i fenomeni d’imitazione».
?Se ne può uscire?
«Solo attraverso la catastrofe che rimette il contatore a zero, catastrofe che oggi sembra profilarsi all’orizzonte. È un’illusione pensare che se ne uscirà riformando il sistema, anche se ci sono ancora politici che coltivano l’ illusione».
?Quindi non si può far nulla?
«Possiamo cercare di prendere la tangente, percorrendo le vie oblique, come diceva Casanova. Quando viaggio, imbocco queste vie, cercando di non nuocere ma anche di non subire, senza l’illusione di cambiare il mondo».
?L’accusano di essere un antimoderno…
«Ho la fobia della modernità e della tecnica».
?Perché ha deciso di scrivere dei racconti?
«È un genere che corrisponde alla mia vita, inserendosi bene tra un viaggio e l’altro. Non sono un autore d’immaginazione che inventa mondi, mi piace vivere situazioni e provare a riprodurle, come si fa con una foto o un dipinto. Mi sento un pittore che lavora con le parole».
?Le sue storie sono spesso ironiche e beffarde
«La nostra vita è dominata dal caso. Viviamo nel mondo dell’assurdo, come ricordano Ionesco e Beckett. I miei racconti finiscono sempre lì».
Ha scritto su Omero e Rimbaud. I suoi maestri?
«Rimbaud era un genio. Dietro l’apparenza ribelle, era grande letterato. In Omero c’è la scossa dell’origine della letteratura. Nei suoi poemi c’è lo spettro delle esperienze umane: guerra e viaggio, violenza e amore. Per conoscere l’essere umano basta leggere Omero. Ammiro la curiosità di Ulisse, che rappresenta un tratto tipicamente europeo, culminato con la curiosità dell’Illuminismo».
Che però oggi viene spesso criticato…
«Nel programma di emancipazione degli illuministi c’erano in nuce disgrazie e tragedie di oggi. Eppure rimpiango il tempo in cui l’uomo chiedeva all’arte e alla letteratura di procurargli le più grandi emozioni».
Ora sta scrivendo un libro su Nietzsche. Cosa rappresenta per lei?
«Nietzsche è la solitudine dell’avventura del pensiero, ma anche la volontà di potenza, che però non va letta come desiderio di dominio sugli altri ma come dominio di sé. Voleva essere il monarca di se stesso. Il capitalista tende verso ciò che è funzionale, il predatore verso ciò che trionfa, Nietzsche tende verso il sole, la natura e la vita. L’orizzonte verso cui provo a dirigermi».
IL LIBRO
Atlante della luce e dell’ombra di Sylvain Tesson, Sellerio, Traduzione Marina Di Leo, pagg. 344, euro 17