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Addio Giuseppe Trautteur, mente cibernetica di Adelphi

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E’ morto a 89 anni il fisico, matematico e scrittore. Era l’anima scientifica della casa editrice
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Giuseppe Trautteur, alto, altissimo, un’aria allampanata, elegante. Gilet spessi di maglia, calzini, camicie, scarpe grosse. Un ragazzo abituato alle camminate in montagna. Non so se fosse per quel cognome, quell’altezza, quel passo, quell’aria, ma nelle classi di scienze della Federico II di Napoli, matematica e fisica, ci sembrava uno abituato a camminare in montagna. Discutevamo camminando, lo inseguivamo. Io solo durante il dottorato di ricerca, prima non lo conoscevo se non di nome, aleggiava come una presenza. Succede nelle facoltà di scienze: aleggiano presenze.

Gli scienziati, quelli che hanno studiato con altri scienziati, che siano grandi o piccoli, non importa. Studiare scienze ti aiuta a diffidare dalle proporzioni, non puoi perdere il senso delle proporzioni come dice Sir Richard Bradshaw a Rezia e Septimus Warren Smith in Mrs Dalloway, sei abituato alle geometrie che non sono verità ma opportunità. Un ragazzo abituato a camminare in montagna?, chi lo sa. Non che qualcuno…

Giuseppe Trautteur, alto, altissimo, un’aria allampanata, elegante. Gilet spessi di maglia, calzini, camicie, scarpe grosse. Un ragazzo abituato alle camminate in montagna. Non so se fosse per quel cognome, quell’altezza, quel passo, quell’aria, ma nelle classi di scienze della Federico II di Napoli, matematica e fisica, ci sembrava uno abituato a camminare in montagna. Discutevamo camminando, lo inseguivamo. Io solo durante il dottorato di ricerca, prima non lo conoscevo se non di nome, aleggiava come una presenza. Succede nelle facoltà di scienze: aleggiano presenze.

Gli scienziati, quelli che hanno studiato con altri scienziati, che siano grandi o piccoli, non importa. Studiare scienze ti aiuta a diffidare dalle proporzioni, non puoi perdere il senso delle proporzioni come dice Sir Richard Bradshaw a Rezia e Septimus Warren Smith in Mrs Dalloway, sei abituato alle geometrie che non sono verità ma opportunità. Un ragazzo abituato a camminare in montagna?, chi lo sa. Non che qualcuno di mia conoscenza, e io stessa, ci fossimo mai azzardati a parlare con Giuseppe Trautteur, fisico, cibernetico, scomparso stamattina, aveva 89 anni.

Nato a Napoli, laureato a Roma, aveva in effetti trascorso una parte della giovinezza in svizzera. Con Giuseppe Trautteur si parlava di linguaggi di programmazione, algoritmi, di Turing, di certi libri Adelphi – è stato consulente per la casa editrice milanese dal 1970 – dei quali capivamo poco ma volevamo sapere tutto. Trautteur si è occupato di linguaggi, di coscienza, di determinismo. Che significa? Eh, che significa: viviamo in un universo dove tutto è preordinato, deciso, inconfutabile o invece esiste la possibilità del libero arbitrio?, e ha senso parlare di responsabilità o scelta. Il saggio si intitola Il prigioniero libero. Trautteur indagava, con un certo pessimismo, se siamo, noi esseri umani, simili a macchine che implementano stati successivi dell’universo che abitiamo, robot.

Trautteur si è interessato ai concetti che vengono prima dell’idea di scelta e cioè, prima di tutto, il tempo. Uno che ha progettato e montato macchine intelligenti, un matematico fine come i fisici possono essere matematici finissimi, un essere umano pensate che ha avuto l’occasione di coprire più di settant’anni di scienza in cui si è passati dalle macchine calcolatrici, a ChatGPT, dalla cibernetica all’Intelligenza artificiale.

L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono, prima dell’estate, un giugno caldo, gli ho domandato se per caso, quel cibernetico nel primo romanzo di Fleur Jaeggy, Il dito in bocca – che riesce il prossimo 28 ottobre – fosse lui. Trautteur mi ha risposto che non ricordava di un cibernetico, e non pensava affatto di essere lui. Certo, nel 1968 gli capitava di vedere Calasso a Roma, ma non credeva di essere lui quel cibernetico letterario. A me, invece, sembra lui. Jaeggy scrive “I suoi articoli venivano letti da tutti e ci si fidava dei suoi giudizi. Nei caffè si parlava di Marx e della cibernetica come niente. Anche le ragazze avevano un debole per lui, talvolta.”

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