Sì, nella famiglia di Fabrizio Rondolino, 65 anni, un tempo storico giornalista de l’Unità, spin doctor prima di Massimo D’Alema, più tardi di Renzi, poi battitore libero su vari blog e riviste, si sapeva che Sandro Colombo, ebreo, fratello della nonna paterna, era stato ucciso ad Auschwitz insieme alla moglie Wanda e alla figlia Elena di 10 anni. Ma «i sopravvissuti esitavano a raccontare, le famiglie preferivano dimenticare, il pubblico non aveva particolare interesse ad ascoltare». Poi un giorno a lui arriva l’email dell’organismo che si occupa di porre le pietre d’inciampo e ne chiede l’approvazione ai discendenti. Per Fabrizio inizia, come la definisce, «una specie di aliyah», il suo «ritorno sentimentale e interiore verso la famiglia ebraica, nel tempo anziché nello spazio», verso un’identità ineludibile che, così ha detto lui stesso, gli darebbe il diritto a tornare in Israele. E lui non esclude di farlo.
È soprattutto la vicenda della piccola Elena che va man mano scoprendo a …
Sì, nella famiglia di Fabrizio Rondolino, 65 anni, un tempo storico giornalista de l’Unità, spin doctor prima di Massimo D’Alema, più tardi di Renzi, poi battitore libero su vari blog e riviste, si sapeva che Sandro Colombo, ebreo, fratello della nonna paterna, era stato ucciso ad Auschwitz insieme alla moglie Wanda e alla figlia Elena di 10 anni. Ma «i sopravvissuti esitavano a raccontare, le famiglie preferivano dimenticare, il pubblico non aveva particolare interesse ad ascoltare». Poi un giorno a lui arriva l’email dell’organismo che si occupa di porre le pietre d’inciampo e ne chiede l’approvazione ai discendenti. Per Fabrizio inizia, come la definisce, «una specie di aliyah», il suo «ritorno sentimentale e interiore verso la famiglia ebraica, nel tempo anziché nello spazio», verso un’identità ineludibile che, così ha detto lui stesso, gli darebbe il diritto a tornare in Israele. E lui non esclude di farlo.
È soprattutto la vicenda della piccola Elena che va man mano scoprendo a scatenargli un desiderio insaziabile di sapere, e a farlo scavare in cento, mille direzioni perché quando si addentra nella storia dei Colombo annientati capisce che la bambina, dapprima catturata insieme ai genitori in una violenta razzia nel Canavese dove erano nascosti, era l’inverno del 1943, fu portata in carcere, ma poi staccata dalla famiglia, affidata a un istituto per una-due settimane e più tardi a una famiglia in cui rimane due mesi, infine riarrestata e spedita da sola al campo di concentramento di Fossoli. Una decina di giorni ed è tempo di salire sul vagone piombato per Auschwitz, sola, ed entrare nella camera a gas, sola.
L’autore di Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah (edizioni La Giuntina) non lascia niente di intentato per sapere. Ripercorre tutto il ripercorribile, dai dolci di famiglia al servizio militare del prozio morto per la patria nella Prima guerra mondiale e a quello di suo fratello. Vuole conoscere da vicino l’ambiente in cui Elena nacque, guarda nelle fotografie che non si era mai accorto fossero in bella vista a casa della nonna, e ne cerca delle altre che mette in fondo al libro. Cerca e interroga i discendenti dei vicini di casa, delle compagne della scuola ebraica di Torino dove le leggi razziali del 1938 l’obbligavano ormai a studiare, gli altri deportati del momento, individua i lavori di Sandro prima e dopo la segregazione, capisce il carattere gioioso di Elena e invece quello ombroso della bellissima madre Wanda, trova chi aveva vissuto vicino a loro nel Canavese e aveva assistito alla caccia agli ebrei su quelle montagne. Spera che qualcuno si possa esser preso cura di lei a Fossoli e sul treno blindato, si fa raccontare le ultime cartoline che la bambina spedì all’amica Bianca dove le diceva di essere contenta di raggiungere i genitori in Germania.
Rintraccia meticolosamente anche le operazioni dei partigiani che furono uccisi su pubblica piazza dai nazisti nei giorni prima della cattura della famiglia Colombo. Viene a sapere che nella valle accanto ben 600 ebrei riuscirono a salvarsi perché i tedeschi lì per caso non andarono, e lotta contro l’inafferrabile destino. Parla a lungo perfino del cane da cui Elena non si staccava mai. Il quadro si espande, si colora per poi diventare plumbeo mentre l’onore della memoria vince sul silenzio.
L’indagine è quasi priva di aggettivi, serrata, ricca di fatti, mai noiosa, bruciante piuttosto. E man mano che si avvicina alla fine sentiamo, guardiamo in faccia la Storia, senza fronzoli, immersi nella caccia all’uomo, immersi in quello che si deve chiamare genocidio, metodico, scientifico, perseguito senza fare eccezioni.
Rondolino, dopo aver studiato a lungo la materia, ci dice che nella Shoah la deportazione verso lo sterminio di una bambina di 10 anni da sola è un caso unico. I piccoli comunque furono un obiettivo chiaro e determinato dell’assassinio degli ebrei d’Europa, con la loro eliminazione si spegneva discendenza e memoria. Ad Auschwitz ne portarono 220 mila. Nella Shoah costituirono quasi 2 dei 6 milioni di ebrei trucidati. Erano i primi ad essere selezionati per la morte. Fu un’eradicazione di massa pianificata e realizzata con zelo e precisione, senza alcuna pietà, eseguita per eliminare biologicamente una specie Rondolino lo sa: e quando si prende o si uccide casa per casa l’ebreo, pensa a Elena.
IL LIBRO
Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah di Fabrizio Rondolino, Giuntina, pagg. 242, euro 18