✕

Lea Ypi: “Ho vissuto sulla mia pelle le democrazie tradite”

Lea Ypi

 

Ascolta l'audio

Albanese di origine, laureata in Italia, docente alla London School of Economics, autrice bestseller. La filosofa che parla alla Gen Z “Abbiamo perso l’etica, non ci può essere libertà senza uguaglianza”
3 minuti di lettura

Lea Ypi ha un’agenda internazionale piena di incontri. Per seguire il tour del suo nuovo libro ha preso un anno sabbatico alla London School of Economics dove insegna filosofia. È di nuovo un saggio letterario e s’intitola Indignity: uscito da poco nei Paesi anglosassoni ruota intorno alla storia della nonna, arrivata da Salonicco all’Albania attraversando fortune e cadute, benessere e difficoltà. La vita privata, come già nel bestseller Libera, si mescola alla grande storia e alla riflessione sui nazionalismi, i fascismi, le dittature e le democrazie (in Italia uscirà ad aprile per Feltrinelli, come gli altri libri dell’autrice). Lea Ypi è stata una delle protagoniste della Buchmesse, la più grande fiera dell’editoria al mondo. Piace ai giovani, riempie i teatri, sprizza energia ed entusiasmo parlando di diseguaglianze e conflitti di classe senza toni professorali. Quarantasei anni, vive a Londra, origini albanesi, ha studiato e si è laureata in filosofia alla Sapienza di Roma, parla…

Lea Ypi ha un’agenda internazionale piena di incontri. Per seguire il tour del suo nuovo libro ha preso un anno sabbatico alla London School of Economics dove insegna filosofia. È di nuovo un saggio letterario e s’intitola Indignity: uscito da poco nei Paesi anglosassoni ruota intorno alla storia della nonna, arrivata da Salonicco all’Albania attraversando fortune e cadute, benessere e difficoltà. La vita privata, come già nel bestseller Libera, si mescola alla grande storia e alla riflessione sui nazionalismi, i fascismi, le dittature e le democrazie (in Italia uscirà ad aprile per Feltrinelli, come gli altri libri dell’autrice). Lea Ypi è stata una delle protagoniste della Buchmesse, la più grande fiera dell’editoria al mondo. Piace ai giovani, riempie i teatri, sprizza energia ed entusiasmo parlando di diseguaglianze e conflitti di classe senza toni professorali. Quarantasei anni, vive a Londra, origini albanesi, ha studiato e si è laureata in filosofia alla Sapienza di Roma, parla italiano. La sua impronta multiculturale le regala uno sguardo critico sulle derive neoliberiste del capitalismo: «Dobbiamo ridare una base etica alla democrazia, tornare a parlare di valori».

Le sembra che stiamo trascurando allarmi importanti?

«Ho paura che la storia possa ripetersi. Vedo molte analogie con gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, il riemergere di un nazionalismo aggressivo e anche molto omogeneizzante».

In che senso omogeneizzante?

«È un nazionalismo che cerca di ridurre le diversità facendo piazza pulita delle minoranze. Basta guardare a quanto accade in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, società storicamente multiculturali in cui vanno emergendo sempre più progetti anti-immigrati come risposta ai problemi della globalizzazione».

Le conseguenze negli anni Venti e Trenta del secolo scorso in Europa furono il fascismo e il nazismo. Sta dicendo che siamo su una soglia del genere?

«Non mi stupirei, sono contesti molto simili a quelli che hanno portato allora alla pulizia etnica e all’Olocausto».

Portrait de Lea Ypi 27/05/2022 ©Basso Cannarsa/opale.photo 

Ha accennato ai problemi della globalizzazione. Legge queste involuzioni come conseguenze di disparità socio-economiche create da un mercato fuori controllo?

«Nel ’29 ci fu il crollo di Wall Street, ora la globalizzazione è di nuovo in crisi e come sempre accade in questi casi si reagisce attraverso progetti di competizione nazionale. Le risposte autoritarie nascono dentro le falle del capitalismo neoliberista».

Dunque alla base c’è un conflitto economico?

«Un conflitto economico che viene giocato su un piano culturale. Le destre stanno manipolando lo scontro spostandolo sul terreno della lotta di civiltà. Ma è una copertura: l’interesse degli oligarchi al potere è fare affari. Prendiamo Trump. È chiaro che ha alle spalle gli interessi delle Big Tech, delle grandi piattaforme di Intelligenza artificiale. La strategia però è trasformare un conflitto economico in guerra culturale, religiosa, razziale».

L’analisi e la denuncia delle diseguaglianze torna nei suoi libri. Uno si intitola “Confini di classe”.

«Quando parlo di etica e moralità intendo proprio questo: ridare regole all’economia perché non sia solo una ricerca esasperata del profitto senza riguardo per la distribuzione della ricchezza. Un po’ come era nella socialdemocrazie delle origini prima della scissione tra rivoluzionari e riformisti. La democrazia è un progetto politico, non solamente istituzionale. Libertà e eguaglianza sono due questioni profondamente legate: non può esserci libertà se non c’è parità di mezzi economici. Persino un liberale come John Rawls scriveva che senza democratizzazione della proprietà la libertà politica non ha valore. Ora invece assistiamo alla prepotenza politica di Elon Musk che in nome del suo potere economico ha sostenuto in Germania l’Afd, un partito neonazista».

Elon Musk ha comprato Twitter, questo facilita il compito.

«Se la tecnologia rimane in mano agli oligarchi che detengono il potere saranno sempre loro a decidere».

Lei è nata nel 1979 a Tirana e cresciuta a Durazzo, vivendo l’infanzia nell’Albania comunista.

«E da Durazzo ho visto le barche di immigrati partire per l’Italia. È lì che per la prima volta ho capito l’ipocrisia dell’Occidente. Gli stessi Paesi liberali che prima si ergevano a difensori dei poveri albanesi contro uno Stato socialista repressivo erano quelli che poi iniziavano a parlare di confini da difendere e frontiere chiuse. Ho la fortuna di aver vissuto entrambi i mondi per poter sviluppare un pensiero critico senza pregiudizi e per vedere quali sono le promesse tradite ieri dal mio Paese e oggi dalle cosiddette democrazie liberali».

Qual è la sua formazione universitaria?

«Ho studiato filosofia teoretica alla Sapienza con Mario Reale, studioso di Machiavelli e Gramsci e ho scoperto Enrico Berlinguer in Italia. In Albania la tradizione eurocomunista era bollata come anticomunista. Questo raccontava Enver Hoxha, questa era l’opinione ufficiale».

Arena Repubblica Robinson, Lea Ypi: "La libertà tra comunismo e nuovo mondo libero"

Lei viene da una famiglia borghese e colta. Nella sua storia familiare c’è un nonno carcerato per anticomunismo.

«Il marito della nonna di Salonicco. Era un socialdemocratico. Finì in prigione e mia nonna si ritrovò a fare i mestieri più umili. Lavorò nelle cooperative agricole, finì a scavare trincee. Ma non ha mai perso la dignità. “È qualcosa che ti porti dentro”, diceva. “Non dipende dai titoli e dalla ricchezza che hai”».

Oggi che cosa pensa di Putin?

«È un rappresentante tipico della nomenclatura ex comunista che è riuscita a rimanere al potere dopo il crollo del regime, grazie anche alla connessione tra business e politica che si è affermata dopo la rivoluzione dell’89. Putin è parte di una nomenclatura economica che difende i propri interessi».

Leggi i commenti