Critici gastronomici, critici televisivi, teologi. Oppure: urbanisti, antropologi, chimici. O anche demografi, linguisti, ingegneri. Politici, medici, geografi. Antropologi, pittori, economisti. Fotografi, psicoanalisti, astronomi. Parrà già prolisso così, ma il gioco potrebbe proseguire ancora, alla ricerca di uno, anche un solo specialismo che non vada convocato a esprimersi su un dato argomento. E, anzi, che non sia già stato convocato a discettarne. Loro sono tanti, se non tutti, lui è uno solo, e riguarda proprio tutti: il cibo. Il cibo come vivanda e il cibo come leggenda. Per farci vivere e per farci sentire parte di qualcosa; il cibo come sogno chapliniano di chi non ne ha e come segno mitologico post-barthesiano per chi ne ha persino troppo e lo inghiotte nella memoria fotografica prima che nel gozzo.
Basta camminare per strada: nelle città la selvaggia liberalizzazione post-Covid dei déhors ha invaso marciapiedi e carreggiate tramutandoli in una sola, ininterrotta mensa – a …
Critici gastronomici, critici televisivi, teologi. Oppure: urbanisti, antropologi, chimici. O anche demografi, linguisti, ingegneri. Politici, medici, geografi. Antropologi, pittori, economisti. Fotografi, psicoanalisti, astronomi. Parrà già prolisso così, ma il gioco potrebbe proseguire ancora, alla ricerca di uno, anche un solo specialismo che non vada convocato a esprimersi su un dato argomento. E, anzi, che non sia già stato convocato a discettarne. Loro sono tanti, se non tutti, lui è uno solo, e riguarda proprio tutti: il cibo. Il cibo come vivanda e il cibo come leggenda. Per farci vivere e per farci sentire parte di qualcosa; il cibo come sogno chapliniano di chi non ne ha e come segno mitologico post-barthesiano per chi ne ha persino troppo e lo inghiotte nella memoria fotografica prima che nel gozzo.
Basta camminare per strada: nelle città la selvaggia liberalizzazione post-Covid dei déhors ha invaso marciapiedi e carreggiate tramutandoli in una sola, ininterrotta mensa – a cielo aperto e ciclo continuo, dalle 9 di mattina alle 2 di notte: a ora di merenda i cavoli, come qualsiasi altra derrata, non hanno più nulla di incongruo. Paesini e borghi invece si salvano se uno chef di rango o una coraggiosa sperimentazione territoriale vi impiantano locali a cui la clientela accorrerà anche da lontano. Ecco che per geografi, ecologisti, urbanisti, sociologi e ingegneri della viabilità si aprono interessanti opportunità di tavola rotonda a proposito del binomio «cibo e chilometri» o «food & road». Dal Km zero, mito di prossimità fra orto, pentola e coperto (ma con le percorrenze necessarie per arrivarci e gli avidi etilometri in agguato sulla via del ritorno), alla leggenda opposta del vitello accarezzato in Giappone e impiattato, per dire, ad Affori o a Polignano a Mare.
Nella logistica alimentare si registra un deciso balzo dimensionale quando dalla table d’hôte nella fattoria autosufficiente (dove lo yogurt si consuma nelle vicinanze della mucca che ne ha fornito la materia prima) ci si proietta verso altri pianeti veri e propri, con un passaggio da Cape Canaveral e un altro dalla gastronomia all’astronomia. Però il tema del Piantare patate su Marte, a cui l’agronoma Stefania De Pascale (Università di Napoli Federico II) ha intitolato un libro (editore Aboca), malgrado la più smaccata apparenza ha della vivanda molto più che della leggenda. Ha cioè a che fare innanzitutto con la ragione primaria del cibo, che è il nostro sostentamento, e con il suo effetto primario, che è la sua sostenibilità nell’ambiente. Sostenibilità sua, del cibo: quindi, nostra. E così se la locuzione “il primo essere umano su Marte” accende fantasie letterarie e cinematografiche, quella pur strettamente connessa della “prima patata su Marte” riporta tutto sul piano della conoscenza scientifica e della provvisione tecnica, al servizio anche della ricerca di modi meno dispersivi per impiegare senza esaurirle le risorse del pianeta e intanto dar da mangiare, finalmente, a tutti.
Anche restando sulla Terra, in verità, si erano sgretolati i miti identitario-culinari più folkloristici. Roberto Benigni, nel commovente sonetto con cui ha salutato Massimo Troisi, ha specificamente menzionato la pizza (che pure è tanto buona) come possibile tòpos elusivo e fuorviante («Con lui ho capito tutta la bellezza / di Napoli, la gente, il suo destino, / e non m’ha mai parlato della pizza, / e non m’ha mai suonato il mandolino»). Ebbene, lo storico dell’economia e dell’alimentazione Alberto Grandi (Università di Parma) ha proclamato in un suo libro che La cucina italiana non esiste (Mondadori) vibrando un colpo tanto sacrosanto quanto sorprendente a un orgoglio nazionalistico dei più stabili. Ma l’italianità della nostra cucina è nata più a New York e nelle sparse Little Italy dell’emigrazione americana che nelle misere cucine patrie pre-boom economico, così come la figura del cuoco è sostanzialmente un’invenzione mediale. Si potrebbe allora forse affermare che, senza nulla togliere a pizza, amatriciana, cotoletta, “la cucina italiana” è appunto il risultato di una costruzione narrativa. Del resto è anche il nome del mensile, ormai pressoché centenario, che di questa gustosa e sapiente narrazione è stato tra i principali aedi.
Con la giornalista Anna Prandoni, direttrice per anni proprio di quel mensile e ora del sito Linkiesta – Gastronomika, è infine possibile tornare a riaccostarci alla tavola, dopo aver acquisito nuove consapevolezze sulle realtà, le tecniche, le storie e le leggende di quanto ci serve per vivere. Autrice di Il senso buono (Linkiesta Books), propugna un atteggiamento equilibrato a proposito dell’intera galassia dei temi, su cui si affrontano fazioni sempre più radicali e bellicose. Al centro torna il gusto e le sue evoluzioni: nell’individuo, dalla vocazione dolce dell’infanzia alla prevalenza adulta del salato; nella società: dall’imperio della tradizione al nomadismo degli assaggi più arrischiati. Il gusto, che di tutti i sensi è forse quello più chiuso in sé, nella sua estensione si pone a parametro di tutti i giudizi estetici e persino etici, poiché la persona di buon gusto lo manifesta in ogni scelta e comportamento. Prandoni ne parla a partire dall’insegnamento di un maestro il cui nome dà un anagramma di buona armonia e persistenza: Gualtiero Marchesi = a me arrechi il gusto.
L’EVENTO
Bookcity Milano è anche a Cremona dove viene dedicato un focus tematico al cibo. Il 15 e 16 novembre la Sala della consulta del Palazzo comunale ospiterà il ciclo di incontri “Vivande per vivere, leggende da leggere”: valori nutritivi della contemporaneità con Stefano Bartezzaghi in dialogo con Stefania De Pascale, Alberto Grandi e Anna Prandoni.