Di Leonardo Sciascia, a 36 anni dalla sua morte, si celebra l’assenza. Ma non un’assenza qualsiasi. È un vuoto che pesa, che scalpita, che ci brucia addosso. Il 20 novembre del 1989 ci lasciava un intellettuale dalla mente luminosa e obliqua, che non si limitava a scrivere: decifrava. Il suo sguardo era quello di chi aveva il coraggio di vedere. Non solo di guardare. Trentasei anni dopo manca all’Italia quella mente che sapeva cogliere le contraddizioni senza mai assecondarle. Manca il suo pessimismo felice di dubbi, la sua intelligenza che illuminava senza accecare. Manca, sì, un uomo che ci ha insegnato a pensare e non a tifare. Era una voce bassa, e perciò più forte.
Oggi che tutto è urlato, strillato male, e spesso scritto peggio, ci manca Sciascia come ci mancherebbe l’ossigeno se scoprissimo d’un tratto di respirare solo fumo. In un’Italia che ha confuso la libertà con l’invettiva, l’indignazione con la competenza, e il dibattito con il disprezzo reciproco, la voce sottile ma in…
Di Leonardo Sciascia, a 36 anni dalla sua morte, si celebra l’assenza. Ma non un’assenza qualsiasi. È un vuoto che pesa, che scalpita, che ci brucia addosso. Il 20 novembre del 1989 ci lasciava un intellettuale dalla mente luminosa e obliqua, che non si limitava a scrivere: decifrava. Il suo sguardo era quello di chi aveva il coraggio di vedere. Non solo di guardare. Trentasei anni dopo manca all’Italia quella mente che sapeva cogliere le contraddizioni senza mai assecondarle. Manca il suo pessimismo felice di dubbi, la sua intelligenza che illuminava senza accecare. Manca, sì, un uomo che ci ha insegnato a pensare e non a tifare. Era una voce bassa, e perciò più forte.
Oggi che tutto è urlato, strillato male, e spesso scritto peggio, ci manca Sciascia come ci mancherebbe l’ossigeno se scoprissimo d’un tratto di respirare solo fumo. In un’Italia che ha confuso la libertà con l’invettiva, l’indignazione con la competenza, e il dibattito con il disprezzo reciproco, la voce sottile ma inflessibile di Sciascia risuona come un richiamo alla decenza. Non quella dei buoni sentimenti, che lui diffidava sempre, ma la decenza della logica, dell’argomentazione, dell’ironia che sa essere feroce senza mai diventare volgare.
Leonardo Sciascia era un intellettuale che non cercava di piacere. Cercava la verità. Ma non quella delle certezze bulgare o dei proclami militanti. La verità, per Sciascia, era una faticosa interrogazione, mai una risposta pronta. Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Todo modo… erano romanzi? Erano indagini? Erano processi morali? Forse erano tutti e tre. Sciascia prendeva il giallo, il genere, e lo trasformava in una radiografia del Paese, mettendo in scena la mafia come metafora del potere, il delitto come parabola della giustizia smarrita, l’investigatore come spettatore del proprio fallimento. In un mondo dove gli eroi vincono e i colpevoli crollano, lui osava mostrare che a volte il vero colpevole è il sistema stesso.
Sciascia ci manca perché non ci diceva come stare al mondo, ma come stare dentro di sé.Era uno scrittore siciliano, certo, e quella Sicilia la portava con sé come una ferita e una forma. Non la raccontava per folclore né per esotismo. La usava come lente d’ingrandimento dell’Italia intera. La sua Racalmuto era un angolo di mondo che diventava specchio del Paese. Da lì, da quella Sicilia senza illusioni, sapeva parlare con la voce tagliente della ragione, e con il cuore disilluso della pietà.
Ma attenzione. Sciascia non è un santino civile da commemorare ogni novembre. È uno specchio che ci giudica. Oggi, in un’Italia dove il pensiero è un optional, tornare a lui è un dovere. Perché Sciascia ci manca come ci manca la verità detta piano, e con misura. Perché nessuno come lui ha saputo denunciare le storture senza diventare a sua volta storta. E sì, lo diceva con parole asciutte, mai enfatiche. Parole come pietre, ma scolpite con scalpello fine, non con la mazza.
C'è bisogno di tornare a Sciascia non per farne una reliquia, ma per disinnescare il nostro presente. Lui che diffidava dei tribunali ma credeva nella giustizia. Lui che provava a rendere meno opaca la politica. Lui che aveva capito Moro più dei politici. Oggi che si attaccano i magistrati, che si insinua contro il Quirinale, che si balbetta sullo stato di diritto, chi meglio di Sciascia saprebbe trovare le parole giuste, senza alzare la voce? Non per salvarci, ma per metterci in guardia. Per ricordarci che il potere va sempre osservato con sospetto, e che la giustizia non è una toga ma un pensiero. E che la democrazia, se non si alimenta ogni giorno con la responsabilità individuale, muore di dimenticanza.
Leonardo Sciascia era un educatore civile. Non nel senso accademico, ma nel senso più doloroso. Educava con il dubbio, con il paradosso, con la domanda. Aveva il dono rarissimo di disintossicare la lingua, e quindi il pensiero. Per questo oggi, nel buio abbagliante dei talk show, degli slogan, degli algoritmi morali, ci manca. E la sua mancanza è anche un atto d’accusa verso di noi. Perché abbiamo smesso di meritarlo. Sciascia non voleva discepoli. Ma lettori. Pensanti, inquieti, magari anche in disaccordo. Ma pronti a interrogarsi. E oggi, questa è forse l’unica rivoluzione possibile: tornare a farsi delle domande. Ecco perché Sciascia manca. Perché il suo silenzio è l’unico rumore che ancora ci scuote.