Quando l’uomo divenne atleta per sfidare gli dèi
di Maurizio CrosettiAnfora panatenaica (V secolo a.C.)
MILANO
«La giovinezza è breve/quanto la corsa allo stadio» scriveva il poeta greco Teognide nel VI secolo avanti Cristo. Eppure, resiste da millenni questa giovinezza dei corpi che sfidano la morte con il loro inestinguibile, enorme mistero. Corpi che fanno a gara per il primato e consolano i viventi, inseguendo l’alloro antico e i moderni denari, eternamente fermati in una terracotta o nelle curve morbide di una scultura che sottolinea i muscoli, ma è all’anima che si rivolge. Questo, e non altro, è l’ideale olimpico che a dispetto della retorica ripropone oggi i suoi valori, teorici ma profondi, di pace, fratellanza e concordia anche in tempi feroci. Non vale più l’ekecheiria, nobile tregua olimpica, anche questo abbiamo cancellato. Ma i Giochi, dalla loro lontananza così presente, nel cuore di un’antichità che non potrebbe essere più moderna, ancora ci indicano la strada verso un’illusione, o forse una speranza.
MILANO
«La giovinezza è breve/quanto la corsa allo stadio» scriveva il poeta greco Teognide nel VI secolo avanti Cristo. Eppure, resiste da millenni questa giovinezza dei corpi che sfidano la morte con il loro inestinguibile, enorme mistero. Corpi che fanno a gara per il primato e consolano i viventi, inseguendo l’alloro antico e i moderni denari, eternamente fermati in una terracotta o nelle curve morbide di una scultura che sottolinea i muscoli, ma è all’anima che si rivolge. Questo, e non altro, è l’ideale olimpico che a dispetto della retorica ripropone oggi i suoi valori, teorici ma profondi, di pace, fratellanza e concordia anche in tempi feroci. Non vale più l’ekecheiria, nobile tregua olimpica, anche questo abbiamo cancellato. Ma i Giochi, dalla loro lontananza così presente, nel cuore di un’antichità che non potrebbe essere più moderna, ancora ci indicano la strada verso un’illusione, o forse una speranza.
I Giochi olimpici, una storia lunga tremila anni: una mostra che solo in apparenza racconta lo sport. Alla Fondazione Luigi Rovati di Milano, in collaborazione con il Museo olimpico del Cio e con il Musée cantonal d’archeologie et d’histoire di Losanna, da oggi al 22 marzo si parla semmai dell’essere umano e dell’essere umani. Di corpi, appunto, e di sfide, ma anche di arte e civiltà. L’archeologia incontra il contemporaneo, e insieme attendono l’accensione del tripode di Milano Cortina 2026 perché è questo lo spunto: il sacro fuoco che infiamma una passione per le imprese di pochi e i gesti di tanti. I movimenti dei bambini nell’ora di ginnastica, come gli scatti e le discese dei fuoriclasse: non esistono tanti sport ma uno soltanto, declinato in modi diversi per dirci la medesima cosa. Cioè chi siamo, e cosa vorremmo essere dentro questa gabbia di ossa e nervi.
Tremila anni di atleti e atletismo, dai Greci, dagli Etruschi e dai Romani fino a noi, seduti sul paracarro in attesa che passi la corsa. Un dialogo ininterrotto tra culture, nella reciproca conoscenza. «L’eredità tangibile e intangibile dei Giochi va preservata per renderla accessibile al mondo intero», ci ricorda Angelita Teo, direttrice del Museo olimpico di Losanna: tra i 90 mila manufatti, il milione e 700 mila immagini e cimeli di inestimabile valore e suggestione, il Cio ha prestato alla Fondazione Rovati alcuni pezzi memorabili che dialogano perfettamente con i reperti archeologici: le scarpette di Michal Jordan, o quelle color oro di Michal Johnson, la canotta gialla di Bolt accanto allo “strigile”, il cucchiaio in bronzo ricurvo che nell’antichità detergeva la pelle dell’atleta dall’olio misto a polvere che veniva spalmato sul corpo.
Le scarpette di Michael Johnson (1996)
«In questi tremila anni, le Olimpiadi hanno rappresentato qualcosa di molto più grande dello sport, hanno unito le persone e ispirato intere generazioni verso il superamento di ogni limite. Raccontano la pace, il progresso e un’eterna fascinazione. Questa esposizione è un viaggio nel tempo, e ricorda a ogni visitatore che un mondo migliore è possibile». Assai arduo scegliere tra i tesori in mostra a Milano fino a primavera, ma va assolutamente segnalata la Tomba delle Olimpiadi di Tarquinia, esposta per la prima volta in Italia lontano dal museo che la conserva dal 1958: i pannelli con le pitture sulla corsa delle bighe, il salto in lungo, il lancio del disco e i combattimenti di pugilato sono montati nelle posizioni originali in una vertigine di rossi, blu e ocra.
Guantoni da boxe indossati da Pierre de Coubertin (1883 circa)
Classico e moderno danzano e corrono. L’agón per migliorare ciò che siamo e inseguire l’areté, l’eccellenza. Niente è passato, nulla è trascorso, perché il corpo è sempre contemporaneo nelle sue glorie e nelle sue fragilità. Il dolore e il senso del limite, insieme alla vertigine della vittoria. E se tutto dura un giorno, quel giorno può resistere per migliaia di anni e, intanto, allontanare il tramonto. Anche a questo alludono i vasi greci, i bronzi etruschi e le monete romane. L’uomo, l’atleta e i suoi attrezzi. I balsamari per gli unguenti e le anfore panatenaiche colme di olio raffinato, premio per i vincitori cinti dell’ulivo sacro a Zeus. Oppure il vasellame e i gioielli che venivano offerti al tempio di Olimpia, dove tutto cominciò, nella data canonica, anche se ovviamente non certa, del 776 avanti Cristo, una convenzione che è potenza assoluta.
Il visibile in mostra e l’invisibile delle allusioni. Con una domanda centrale: cos’è un classico? Le coppe e le corone di foglie di quercia, certamente, ma anche la borsa in finta pelle delle Olimpiadi di Roma 1960, anche la torcia di Berlino 1936 (venne usata in quell’edizione per la prima volta) e le “medaglie col buco” di Torino 2006. Sacro e profano si identificano, perché il profano non esiste.
Angelita Teo dirige il museo di uno sport che, nella storia, è sempre stato maschile e talvolta maschilista: anche il famoso barone Pierre de Coubertin, inventore delle Olimpiadi moderne nel 1896 ed egli stesso in mostra a Milano attraverso un paio di suoi guantoni da pugilatore, non amava lo sport femminile. Ma molto è cambiato in quasi 150 anni: «Milano Cortina 2026 sarà l’edizione invernale più equilibrata di sempre, con le donne a rappresentare il 47 per cento degli atleti. Inoltre, la nomina della prima presidente donna del Cio, Kirsty Coventry, segna un passo importante per il movimento olimpico», spiega la direttrice. Un solo racconto, in fondo, per una sola umanità. Il disco etrusco del 530 a.C. accanto al giavellotto d’alluminio usato a Barcellona 1992, le medaglie e i diplomi di Atene 1896 insieme alla protesi indossata dal pentatleta Urs Kolly alle Paralimpiadi di Atene 2004. La giovinezza è breve quanto una corsa che non finisce mai.