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Sì, viaggiare per abbazie tra piccoli grandi miracoli

Lo scrittore triestino pubblica una nuova edizione del suo libro sui luoghi benedettini. Qui racconta un incontro speciale in Baviera
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Due anni dopo il primo viaggio benedettino, ero tornato in Baviera per rivedere l’abate Notker Wolf nel monastero di Sankt Ottilien e presentare con lui l’edizione tedesca de Il filo infinito. Dovevo molto a quel grand’uomo, che con umiltà mi aveva introdotto al mondo delle tonache nere, illuminando il mio cammino europeo. Dopo l’incontro col pubblico andammo in buona compagnia nella Gasthaus del monastero, dove ci fu servita una cena generosamente annaffiata di birra. A Monaco erano i giorni della Oktoberfest, e sull’ordinata campagna bavarese aveva cominciato a piovere. Il caldo era innaturale, l’aria crepitava di elettricità, e quel preludio di temporale aveva fatto scendere sui commensali l’atmosfera intima del convivio. Notker si era messo a capotavola, con me alla sua destra, e ascoltava le nostre chiacchiere sorseggiando una birra analcolica. Non parlavamo di cose elevate. Celebravamo semplicemente l’allegria di stare assieme.

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Due anni dopo il primo viaggio benedettino, ero tornato in Baviera per rivedere l’abate Notker Wolf nel monastero di Sankt Ottilien e presentare con lui l’edizione tedesca de Il filo infinito. Dovevo molto a quel grand’uomo, che con umiltà mi aveva introdotto al mondo delle tonache nere, illuminando il mio cammino europeo. Dopo l’incontro col pubblico andammo in buona compagnia nella Gasthaus del monastero, dove ci fu servita una cena generosamente annaffiata di birra. A Monaco erano i giorni della Oktoberfest, e sull’ordinata campagna bavarese aveva cominciato a piovere. Il caldo era innaturale, l’aria crepitava di elettricità, e quel preludio di temporale aveva fatto scendere sui commensali l’atmosfera intima del convivio. Notker si era messo a capotavola, con me alla sua destra, e ascoltava le nostre chiacchiere sorseggiando una birra analcolica. Non parlavamo di cose elevate. Celebravamo semplicemente l’allegria di stare assieme.

E così, verso la fine della serata, gli confidai quasi per scherzo una mia banale esigenza pratica. Due sciagure, gli dissi, funestavano le mie trasferte: l’aria condizionata e i piumini, che mi condannavano all’insonnia e a una lotta impari con un eccesso di caldo o di freddo. La tavolata rise. I tedeschi scherzarono sul fatto che la Germania considera “barbari” i Paesi senza piumino. Il quale piumino, dunque, ti viene inflitto non tanto per scaldarti quanto per mostrarti che cos’è una civiltà evoluta. Possibile, dissi, che una semplice coperta fosse così difficile da trovare? Chiesi all’abate dove avrei potuto procurarmene una e Notker, con naturalezza, rispose che ci avrebbe pensato lui. Si alzò, prese l’ombrello, uscì nella pioggia e si diresse verso la zona della clausura, senza che potessi far nulla.

Dopo un quarto d’ora, l’uomo che era stato primate dell’intera confederazione benedettina, che incontrava capi di Stato e capitani d’industria, l’abate musicista che parlava dodici lingue, viaggiava in tutto il mondo e poteva vantare sei lauree, tornò con un plaid beige – probabilmente preso in camera sua – e me lo porse con umiltà, lasciandomi senza parole. Fu come vedere san Martino nell’atto di donare al mendicante metà del suo mantello.

Quella sera in Baviera pensai che i miracoli non sono giochi di prestigio ma gesti comuni, che chiunque può compiere. In questo sta la santità vera. San Nicola non aveva resuscitato nessun morto, non aveva guarito lebbrosi: semplicemente aveva portato regali, di notte e di nascosto, a delle giovani da marito. Per questo è caro ai semplici, e specialmente caro ai pellegrini delle chiese d’Oriente, che per toccare le sue reliquie vengono a Bari a frotte, persino dalla Russia.

Alla fine della cena portai il plaid in camera mia e accompagnai Notker all’ingresso dello spazio claustrale. La magia della “soglia”, spazio franco tra i mondi, luogo che separa e nel contempo unisce, propiziò un dialogo sotto la pioggia dove osai dire cose che in altra sede non avrei raccontato mai. Parlai della santità della carne come strumento di preghiera e della terra femmina in quanto creatrice. Dissi che la fatica di zapparla era necessaria per sentire la presenza dello Spirito, e che senza misurarsi con la durezza della materia non si poteva arrivare all’Invisibile. Il buio della notte creava intimità e alzò il livello di comunicazione tra noi. L’effetto del luppolo fermentato mi aiutava a osare, e così andai ancora oltre. Confessai di avere pietà di coloro che non amano la letteratura, e aggiunsi che dire di non sentire amore per i libri era come vantarsi di rifiutare l’amore fisico, che è la più alta e nobile forma di conoscenza di sé e dell’altro. Cosa c’è di più sublime di poter entrare nell’intimità dell’Altro, traendone piacere? Come fa a non esserci Dio dietro a tutto questo?

Solo con un monaco benedettino potevo arrivare a tanto. Notker rispose parlando della letizia e della libertà dei primi cristiani e disse che l’infinito è racchiuso in un filo d’erba. Parlò della sacralità delle lingue del mondo, che non si esauriscono nella grammatica, ma sono intrise di simboli che soltanto i visionari possono comprendere. Ricordò la scuola dei traduttori di Toledo, dove cristiani, ebrei e musulmani avevano lavorato insieme e si disse convinto che, per riprendere possesso della parola, minacciata dal non senso, sarebbe stato necessario rafforzare l’esercizio dell’oralità. Spiegò infine che confessarsi non è solo ammettere dei peccati, ma anche rivelare le proprie convinzioni. E infatti ci eravamo un po’ confessati a vicenda. Ci abbracciammo. Era passata mezzanotte e pioveva leggero. La tonaca era lievemente bagnata e la terra profumava di erba. Notker chiuse il portone. Il rapporto tra il fuori e il dentro si era interrotto.

A distanza di tempo mi capita di sentire ancora il cigolio del cardine, lo scatto della serratura, l’armeggiare della chiave nella toppa e l’eco dei passi in un corridoio. Fu l’ultima volta che lo vidi. Sarebbe morto nell’aprile del 2024, a ottantaquattro anni, e l’avrebbero sepolto in una tomba preparata da anni, che fin dall’inizio portava il suo nome. Lui stesso me l’aveva mostrata nel corso del mio primo viaggio. «Da qui», aveva detto, «col bel tempo si vedono le Alpi».

Fu dopo quell’incontro che capii di poter, anzi di dover, ripartire per conoscere altri aspetti di quella vita claustrale che mi aveva aperto l’anima. L’abbazia era un nucleo di sperimentazione comunitaria tanto più prezioso in un mondo dove, a una narrativa dominante che incitava alla discordia, sentivo l’urgenza di contrapporre un racconto capace di costruire solidamente e di unire. Devo all’abate Notker la spinta a testimoniare tutto questo, ed è quindi a lui che dedico questo libro.

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