Grazie, Mr Smith, Magritte ritrovato della fotografia
di Michele SmargiassiFoto di Rodney Smith
«Guarda attentamente le mie foto», si è raccomandato Rodney Smith prima di lasciarci, dieci anni fa, «sono molto di più di quanto possano sembrare». Prevedeva la sua possibile sottovalutazione. In effetti, bisogna percorrere molto lentamente la prima retrospettiva italiana, curata da Anne Morin per Palazzo Roverella di Rovigo, di questo fotografo newyorchese mite e anacronistico; bisogna tornare sui propri passi più volte, rivedere le 120 immagini realizzate nell’arco di una quarantina di anni, dai Settanta in poi; e sforzarsi un po’ per evitare il rischio di considerarlo solo un divertente coniatore di calembour visuali. Del resto, è una visita piacevole: si sorride molto pescando come patatine dal sacchetto le sue croccanti ironie, i paradossi, le tenerezze dei suoi buffi omini magrittiani che volano, saltano, galleggiano, scivolano leggeri come il pensiero, si piegano al vento, restano sospesi a mezz’aria, in bilico su strapiombi in cui però non cadono mai…
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«Guarda attentamente le mie foto», si è raccomandato Rodney Smith prima di lasciarci, dieci anni fa, «sono molto di più di quanto possano sembrare». Prevedeva la sua possibile sottovalutazione. In effetti, bisogna percorrere molto lentamente la prima retrospettiva italiana, curata da Anne Morin per Palazzo Roverella di Rovigo, di questo fotografo newyorchese mite e anacronistico; bisogna tornare sui propri passi più volte, rivedere le 120 immagini realizzate nell’arco di una quarantina di anni, dai Settanta in poi; e sforzarsi un po’ per evitare il rischio di considerarlo solo un divertente coniatore di calembour visuali. Del resto, è una visita piacevole: si sorride molto pescando come patatine dal sacchetto le sue croccanti ironie, i paradossi, le tenerezze dei suoi buffi omini magrittiani che volano, saltano, galleggiano, scivolano leggeri come il pensiero, si piegano al vento, restano sospesi a mezz’aria, in bilico su strapiombi in cui però non cadono mai…
Smith, del resto, è un figlio dell’ottimismo, venuto al mondo in una famiglia Wasp, biancoangloprotestante, nel primissimo dopoguerra di un’America padrona e sicura di sé; e la sua fonte di guadagno è la moda, che per statuto è il più ottimista fra i generi fotografici. Avendo avuto un grande maestro come Walker Evans, non fa fatica a farsi largo in testate come Vanity Fair o il magazine del New York Times. Impossibile non vedere nella sua produzione d’autore, oltre agli evidentissimi prestiti dalle comiche di Charlot, Harold Lloyd, Buster Keaton, anche la zuccherata presunzione di felicità dei film di Frank Capra. La vita è una cosa meravigliosa, ci dicono i set fuori dal tempo che Smith costruisce in un bianco e nero già datato, su scenari modernisti formalmente perfetti, in atmosfere proustiane ma disinfettate da ogni tormento, vestendo i suoi personaggi con outfit senza epoca ma esplicitamente datati, come a dire che la storia è fastidiosa.
Il comico in fotografia è un’arte difficile. Il realismo automatico del medium sembrerebbe trascinarlo verso la crudezza del mondo. Infatti, in qualche modo i fotografi sorridenti lavorano contro la fotografia: fingono, mettono in scena, costruiscono mondi migliori di quello che si ritroviamo davanti. Smith li conosce tutti, quei precursori e contemporanei, li imita con citazioni e omaggi al limite del plagio deliberato: per esempio, quel tizio che fa il bagno nel lago, vestito, una camera d’aria come salvagente, è una smaccata cover del bagno di Zissou di Jacques-Henri Lartigue. Ma si notano debiti altrettanto evidenti verso Elliott Erwitt, Philippe Halsman e il meno conosciuto ma fondamentale Gilbert Garcin, il fotografo che più ha costruito ironie surrealiste.
Ecco, la parola è detta, surrealismo: chiunque visiti la mostra la pronuncerà inevitabilmente. Ma è il surrealismo disimpegnato delle cartoline di inizio Novecento, quelle affollate di omini che volano appesi agli ombrelli. Il surrealismo storico non è ottimista né buonista. Ha sempre un fondo di inquietudine e uno spunto di cattiveria. Mentre le foto di Smith sono perfino meno feroci delle comiche slapstick: niente torte in faccia, nelle sue fotografie tutte beneducate.
Le cose apparentemente troppo semplici vanno indagate. C’è un doppio fondo nella leggerezza di Smith? «Non deve esserci una risposta per ogni domanda», dice inaugurando la mostra Leslie Smolan, sua seconda moglie e vestale del suo lascito. Però è vero che Smith ci ha lasciato scritto che per lui fotografare è «un’avventura nel mondo, per respirare la sua infamia e il suo umorismo». Infamia? Non sembra essercene traccia. Ma lui, l’autore, insiste: «Le mie fotografie sono scure e piene di metafore, mostrano una via d’uscita dall’infelicità che abbiamo dentro e che percepiamo nella nostra cultura, nella politica, nelle nostre vite». E dunque torniamo indietro, ripercorriamo la mostra in cerca di queste metafore e forse le troviamo: ci sono ovunque porte, finestre, corridoi, scale, soglie da attraversare, e tanti orologi. A rischio di essere fin troppo esplicito, Smith spiega: sono segni per «mostrarci cosa c’è dall’altra parte, aprire una porta sul vuoto di tutte le paure che abitano la nostra cultura e aiutarci a trovare la domanda giusta per tutte le nostre risposte». Un moralista? Spulciando la biografia, scopriamo che Smith si laureò in teologia a Yale. E tutto quanto, improvvisamente, torna a posto. Nella cultura anglosassone il sermone sorridente è un genere letterario e morale dignitoso, che ha una lunga storia. Rodney Smith (omonimo di un celebre evangelizzatore metodista americano, morto nell’anno della sua nascita) è l’ironico, garbato predicatore di una domenica della vita che forse non esiste, ma che si può immaginare.