Là fuori tutto il mondo era sospeso. Nessun rumore, tutto fermo, le rare auto parevano scivolare sul manto bianco: il silenzio era assoluto. Scendeva la neve e noi guardavamo attraverso i vetri gelati in attesa di precipitarci fuori, anche se era già calato il buio: i fiocchi si spandevano senza tregua sotto le alte luci dei lampioni. «E pu e’ vnéva la nòta,/ e la matéina dop, a guardè ‘d fura,/ l’era tòtt un èlt mònd» («E poi veniva la notte,/ e la mattina dopo, a guardar fuori,/ era tutto un altro mondo»). Così scrive con la sua pensosa semplicità il romagnolo Raffaello Baldini in La nàiva. E adesso che quell’altro mondo non c’è più, adesso che la neve è sparita, come faremo?
Per chi ha più di cinquant’anni l’inverno era la neve che calava all’improvviso e stendeva la sua spessa coperta ovattata sopra i campi, gli alberi, le strade, i viottoli, i tetti. Cosa saranno i ricordi d’infanzia d’ora in avanti senza il gelo e il freddo intenso dell’inverno? In Fa freddo, una breve poesia, …
Là fuori tutto il mondo era sospeso. Nessun rumore, tutto fermo, le rare auto parevano scivolare sul manto bianco: il silenzio era assoluto. Scendeva la neve e noi guardavamo attraverso i vetri gelati in attesa di precipitarci fuori, anche se era già calato il buio: i fiocchi si spandevano senza tregua sotto le alte luci dei lampioni. «E pu e’ vnéva la nòta,/ e la matéina dop, a guardè ‘d fura,/ l’era tòtt un èlt mònd» («E poi veniva la notte,/ e la mattina dopo, a guardar fuori,/ era tutto un altro mondo»). Così scrive con la sua pensosa semplicità il romagnolo Raffaello Baldini in La nàiva. E adesso che quell’altro mondo non c’è più, adesso che la neve è sparita, come faremo?
Per chi ha più di cinquant’anni l’inverno era la neve che calava all’improvviso e stendeva la sua spessa coperta ovattata sopra i campi, gli alberi, le strade, i viottoli, i tetti. Cosa saranno i ricordi d’infanzia d’ora in avanti senza il gelo e il freddo intenso dell’inverno? In Fa freddo, una breve poesia, Gianni Rodari descrive lo Stivale ghiacciato con i gatti del Colosseo che battono i denti, i pattinatori sul Po come in un quadro di Bruegel il Vecchio, mentre un pietoso alpinista è partito da Torino per mettere un berretto «sulla cima del Cervino». Tutto finito. Le copiose e magiche nevi di un tempo sono scomparse, il riscaldamento globale, il cosiddetto global warming, ha stravolto la nostra percezione del mondo. Le sciarpe avvolgenti sono rimaste nell’armadio, dove le pudiche carte antitarme hanno preso il posto delle pericolose palline di naftalina; i cappotti spessi dei nonni e dei padri sono un residuo da cartolina illustrata del tempo che fu.
Era il 1985, ma sembra un secolo fa, quando una nevicata protrattasi a lungo, tre giorni senza interruzione, fu così abbondante da bloccare tutto il Nord. Tuttavia, a consultare gli annali meteorologici il record sarebbe stato nel 1978, quando caddero durante tutta la stagione 125 centimetri. Come mostra una bellissima fotografia di Luigi Ghirri, la neve è una macchina del tempo, ci riporta continuamente all’infanzia, a quando tutto ha avuto inizio: è l’incanto. Il fotografo è uscito nella pianura e con la sua macchina ha fissato per sempre un campetto di calcio con le porte che emergono appena.
Davanti c’è un mucchio di neve smossa, forse sollevato da un trattore munito della pala, come si usava nelle zone pianeggianti per aprire le strade; gli alberi sono fili neri sullo sfondo candido. Il mondo solito non c’è più. Forse è proprio questo che ci mancherà: l’assenza della scomparsa. L’inverno sia per via della neve, ma anche senza, è una tabula rasa, un modo per resettare tutto — espressione che nella mia infanzia non c’era — e ricominciare da capo. È come scrivere su un foglio nuovo, magari costruendo pupazzi di neve.
E se durante la stagione meno calda le montagne saranno solo rocce e terra e le pianure lande vuote? Certo la neve e il freddo portano con sé la pace, ma insieme l’oblio, e possono suscitare angoscia, perché col suo apparire la neve inghiotte tutto. L’immobilità ha due facce opposte. Eppure serve, come si imparava nelle poesie dei sussidiari scolastici, dove i semini lavoravano sotto la coltre in attesa di diventare fili d’erba verdi. La neve è però anche leggerezza che si oppone alla pesantezza della terra, così che nella sua lezione americana Italo Calvino ha ripreso il verso di Cavalcanti: «e bianca neve scender senza venti». Per fortuna, almeno così mi sembra, la nebbia non è scomparsa. Vero che riappare a tratti, e spesso certi giorni d’inverno non c’è, e poi non è più quel velo impenetrabile che un tempo calava a novembre e se ne andava solo con le brezze della primavera, a marzo, o più spesso ad aprile, quando cominciava a piovere, e il bianco sipario padano s’alzava inesorabile per lasciare il posto ai pioppeti. Le brume però ci sono ancora. Scomparsa è invece la galaverna, la brina o nebbia che diventa velo biancastro che copre la terra lasciando però intravedere il sotto: cristalli improvvisi sui prati, sui rami e sulle foglie degli alberi.
Le palme sono salite a Nord, come aveva previsto Leonardo Sciascia, e con loro tutta una flora che dalle sponde del Mediterraneo risale la penisola: l’Ailanto o Albero del Paradiso e i piccoli banani che si scorgono nei giardini prospicienti le villette geometriche su collinette inventate. C’è caldo d’inverno e si può sedere all’aperto nelle ore più assolate per mangiare, e al pomeriggio inoltrato bere lo spritz, il long drink, che è a sua volta sceso al Sud colonizzando con il prosecco trevigiano i tradizionali aperitivi meridionali. Il clima omogeneizza e rende conformi le abitudini. Le stagioni si livellano, o almeno provano a farlo, mettendo fuori gioco le differenze che un tempo esistevano lungo la Penisola, composta da diversità rese palesi: siamo al Maremonti.
Forse non è un caso che l’editoria oggi abbia cominciato a pubblicare libri dedicati ai luoghi artici: leggende, animali, esploratori, popolazioni, abitazioni e altro ancora. Mentre i ghiacci si sciolgono, nasce la nostalgia di chi la neve l’ha vista e di chi invece l’ha solo sentita raccontare. Un mese fa in modo inatteso nel luogo dove vivo parte del mio tempo è cominciata una nevicata copiosa. Una piccola imprevista tormenta che per quasi una mezzora ha ridato a tutti il senso improvviso d’un viaggio nel passato. Mulinelli vorticosi scendevano seguendo imprevedibili percorsi spiraliformi mettendo in difficoltà il traffico del pomeriggio.
È durato pochissimo. Una provvida giornata di sole ha sciolto tutto, tranne nei terreni in ombra, quelli non disposti a sud: lì le tracce sono rimaste ancora per qualche giorno. Sopravvivenze che a volte tornano in forma onirica, o più facilmente come immaginazione, per chi c’era e anche per chi non c’era e continuerà a farne senza.