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Amata solitudine isola benedetta

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Il nuovo libro di Daria Bignardi, romanzo e quaderno di viaggio su una condizione che non è solo privata
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Da dove partire per raccontare Nostra solitudine, il romanzo domestico e selvatico di Daria Bignardi? Dalla ragazza sdraiata sulla tigre in copertina con lo sfondo blu della notte? Dai cani, dalle galline apotropaiche, dai gorilla di montagna che si aggirano tra le pagine? Dalle voci d’enciclopedia disseminate strategicamente — “prigioniero”, “esilio”, “società”, “oppressione” — che elencate così fanno pensare a un libro triste mentre stiamo leggendo un libro allegro? Dallo psicoterapeuta che la invita a non sottovalutare i rischi di un lavoro che la espone?

Dal gruppo WhatsApp con le ragazze di famiglia che scrivono «le cose più spiritose che i maschi non capirebbero» e giocano a “Parole”, ed ogni volta è un frammento di analisi? Dagli incontri con Neige Sinno e Caroline Darian e i loro libri sugli abusi subiti? Da Bianca, l’amica che lavora per una ONG che salva i migranti naufraghi? Dall’appuntamento in una piazza di Hebron con Fatima, ex prigioniera palestinese? Dalle bambine dell…

Da dove partire per raccontare Nostra solitudine, il romanzo domestico e selvatico di Daria Bignardi? Dalla ragazza sdraiata sulla tigre in copertina con lo sfondo blu della notte? Dai cani, dalle galline apotropaiche, dai gorilla di montagna che si aggirano tra le pagine? Dalle voci d’enciclopedia disseminate strategicamente — “prigioniero”, “esilio”, “società”, “oppressione” — che elencate così fanno pensare a un libro triste mentre stiamo leggendo un libro allegro? Dallo psicoterapeuta che la invita a non sottovalutare i rischi di un lavoro che la espone?

Dal gruppo WhatsApp con le ragazze di famiglia che scrivono «le cose più spiritose che i maschi non capirebbero» e giocano a “Parole”, ed ogni volta è un frammento di analisi? Dagli incontri con Neige Sinno e Caroline Darian e i loro libri sugli abusi subiti? Da Bianca, l’amica che lavora per una ONG che salva i migranti naufraghi? Dall’appuntamento in una piazza di Hebron con Fatima, ex prigioniera palestinese? Dalle bambine della scuola di Kitanga che sventolano rami di palma?

Nostra solitudine è un romanzo, ma anche un quaderno di viaggio, un reportage sul mondo dentro e il mondo fuori, un diario intimo, una riflessione civile. Soprattutto è un libro imprevedibile e autentico. Non è composto a tavolino. Quando lo hai finito senti di avere viaggiato insieme a chi lo ha scritto, di essere entrato nel cuore di Daria Bignardi e uscito nell’anima del mondo. Scoprendo che in questo libro abiti anche tu. Per questo si intitola Nostra solitudine.

Una condizione che Bignardi racchiude tra i versi di due poeti: «Si può essere più soli senza la solitudine» (Emily Dickinson) e «La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza» (Pier Paolo Pasolini). La prima capovolge i luoghi comuni e illumina la solitudine dall’interno; la seconda mostra gli attriti della libertà e le ferite della fedeltà a se stessi.

«Ho deciso di uscire dai social mentre sbucciavo una pitaya». Da questo proposito per l’anno nuovo, chiaramente destinato a naufragare, prende consistenza un viaggio personale e politico nel presente del mondo — la prima tappa è il Vietnam, poi la Palestina, poi l’Uganda — e nella memoria di sé: l’amore materno, la malinconia, l’amicizia, la ricerca della propria verità.

«Una delle cose belle di invecchiare è che si può smettere di vergognarsi dei propri desideri e delle proprie curiosità contraddittorie, di sentirsi degli impostori: ormai io lo so che il carcere, la guerra, la giungla amazzonica mi riguardano, anche se non sempre riesco a spiegarmi che cosa mi chiama e mi fa partire».

I luoghi, gli incontri, i ricordi diventano elementi dell’autobiografia condivisa che Daria Bignardi ha iniziato a scrivere nel 2009 con Non vi lascerò orfani.

E mentre ricorda la fatica del lavoro e della cura, quando racconta le madri che fanno tutto ma si sentono in colpa perché non fanno abbastanza, quando ci invita a leggere Elsa Morante e Doris Lessing, la solitudine si fa genealogia del femminile. «Quella solitudine fatta di secoli di mancanze, passata di corpo in corpo come un’eco, è una solitudine collettiva, ma non tutte ne siamo ancora consapevoli».

Stringendo il nodo dell’io-tu-noi, Bignardi ci invita a pensare — e forse a vivere — la solitudine come questione non solo privata ma anche politica: «Le donne, le persone omosessuali o trans, e le persone detenute, che condividono una condizione atavicamente svantaggiata e oppressa, sono quelle che conoscono meglio la solitudine».

Nessun vittimismo, però. Facendo i conti con i dolori della solitudine, Daria Bignardi li trasforma in forme ironiche di conoscenza, in luoghi empatici di resistenza.

E così, dickinsonianamente, la sua e la nostra esperienza si riempiono di stupore: perché «c’è un’altra solitudine | molti muoiono senza – | non nasce dal bisogno di un amico | o dalle circostanze della sorte | ma dalla natura, a volte, | altre volte dal pensiero | e chiunque la viva | è più ricco di quanto mai rivelino | i numeri mortali».

IL LIBRO

Nostra solitudine di Daria Bignardi, Mondadori, pagg. 168, euro 19

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