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Roberto Saviano: “Il giornale dissidente che in tempi difficili conserva la speranza”

Roberto Saviano

 

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Lo scrittore è stato ospite dell’inaugurazione della mostra che celebra mezzo secolo di “Repubblica”: “Ricordo la grande battaglia sulla Terra dei fuochi e tutte le inchieste di D’Avanzo. Aver vissuto un pezzo di percorso con lui è stato incredibile”
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Roberto Saviano non nasconde l’emozione. Tra i grandi ospiti dell’inaugurazione della mostra che al Mattatoio di Roma celebra i cinquant’anni di Repubblica (fino al 15 marzo in piazza Orazio Giustiniani 4), c’era anche l’autore di Gomorra che per un lungo periodo, più di dieci anni, ha fatto un pezzo di strada con il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari nel 1976. «È stato un luogo di tante battaglie, uno spazio di dissidenza. Per me essere qui è ripensare a tanti anni di impegno, di travaglio. Ho un grumo di lacrime in gola per tanto lavoro, per tanta vita passata».

Repubblica50, il documentario

Com’è questo mondo visto da “Repubblica” in mezzo secolo di storia del Paese?

«È strano perché mi sembra un mondo, quello che vedo appeso a queste pareti, ormai lontanissimo. Il tempo, lo spazio, le risorse, quelle necessarie per raccontare, si sono sempre più ridotti. Ormai…

Roberto Saviano non nasconde l’emozione. Tra i grandi ospiti dell’inaugurazione della mostra che al Mattatoio di Roma celebra i cinquant’anni di Repubblica (fino al 15 marzo in piazza Orazio Giustiniani 4), c’era anche l’autore di Gomorra che per un lungo periodo, più di dieci anni, ha fatto un pezzo di strada con il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari nel 1976. «È stato un luogo di tante battaglie, uno spazio di dissidenza. Per me essere qui è ripensare a tanti anni di impegno, di travaglio. Ho un grumo di lacrime in gola per tanto lavoro, per tanta vita passata».

Repubblica50, il documentario

Com’è questo mondo visto da “Repubblica” in mezzo secolo di storia del Paese?

«È strano perché mi sembra un mondo, quello che vedo appeso a queste pareti, ormai lontanissimo. Il tempo, lo spazio, le risorse, quelle necessarie per raccontare, si sono sempre più ridotti. Ormai le inchieste le possono fare pochissimi giornali, quelli che riescono poi a reggere le querele che arrivano numerose. Però essere qui mi fa tornare a quella speranza, a quella possibilità. Mi fa sentire di nuovo in quello spazio di dissidenza. Sono qui, ancora una volta, tra i volti di tanti amici».

È un susseguirsi di saluti, sorrisi, pacche sulle spalle. Di abbracci con i giornalisti di Repubblica con i quali Saviano ha condiviso giorni e notti. L’abbraccio, quello più lungo, quello più intenso, è con Ezio Mauro, che era direttore quando Saviano con Repubblica cominciò a collaborare portando avanti le sue inchieste.

Quali sono le inchieste che ricorda? Quali quelle a cui si sente più legato?

«La grande battaglia sulla Terra dei fuochi; tutte le inchieste portate avanti da Peppe D’Avanzo. Aver vissuto un pezzo di percorso con lui è stato incredibile. Penso alle dieci domande a Berlusconi, per esempio. Mi sono sentito al centro del mondo quando ci occupavamo di certo temi».

Che significa celebrare cinquant’anni di “Repubblica”?

«Il senso è profondo. La festa ci dice che si è potuto fare tutto questo. Questa mostra ci dice che dobbiamo avere il coraggio di continuare a farlo perché gli spazi ci sono. Celebrare questa storia significa dirci “tutto questo è stato”: un giornale nato dal nulla, con Eugenio che lo fonda per costruire qualcosa che sappia di nuovo, che parli agli ideali ma sia anche concreto nel racconto quotidiano. Essere qui significa ricordare che questa esperienza è venuta fuori dall’ostinazione e dalla caparbietà che fosse possibile dare una versione quotidiana dei fatti creando una comunità di dissidenza a qualsiasi potere».

Quali sono i suoi ricordi personali legati al giornale?

«La prima volta che ho incontrato Ezio Mauro. La prima volta che ho fatto notte per pubblicare un articolo, un’inchiesta sulle elezioni manipolate attraverso il sistema delle schede ballerine gestite dalla camorra; i miei editoriali sulle questioni cruciali, penso all’eutanasia e al caso Englaro. In mezzo a tutte queste copertine, quante emozioni».

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