A Carnevale ogni scherzo vale. Anzi no. Forse era vero una volta, quando la grande festa della trasgressione, che celebra il suo finale martedì grasso, era davvero un trionfo dell’eccesso. Sociale, alimentare e sessuale. Non a caso il simbolo principe della festa è da sempre il porco che, in forma di salsicce e sanguinacci, ma anche nella forma metaforica delle “porcherie” consentite dal clima festivo, incarnava nella maniera più completa i piaceri e gli appetiti di un desiderio senza freni.
Molte etimologie del termine Carnevale hanno a che fare proprio con gli eccessi della carne. Da carni levamen, cioè “sollievo per la carne”, fino a carnes levare (togliere le carni) oppure a carni vale! (addio carne), a causa dell’esaurimento delle scorte alimentari provocato dallo scialo festoso. Un’altra etimologia farebbe derivare il nome di questa festa da “carro navale”, il carro a forma di nave che nelle feste e nei rituali dell’antica Grecia trasportava Dioniso (Bacco), il dio mascherato e travestito, il nume tutelare del vino e del disordine istituzionalizzato.
Quest’immagine di folla scatenata, ubriaca di piacere, perduta in una deriva dei sensi, ha ispirato l’immortale dipinto di Hieronymus Bosch del Louvre di Parigi intitolato appunto La nave dei folli. Queste etimologie, vere o presunte, evocano tutte una trasgressione, una derisione, una follia che investe l’ordine politico, sociale e morale. Rovesciando come un guanto l’ordine sociale e rendendo lecito fare ciò che è proibito nella vita di ogni giorno. Semel in anno licet insanire, ovvero una volta all’anno è lecito fare cose da pazzi. Svestirsi, travestirsi, mascherarsi, ribellarsi. Fottere, sfottere, fottersene.
Non a caso, il travestimento e il mascheramento sono il simbolo di una confusione delle identità, degli status e delle differenze. Gli uomini diventano donne, le donne uomini, i servi padroni, i peccatori preti, i vecchi bambini, i giovani matusalemme. I ruoli si confondono e le regole saltano come tappi di champagne. In questo clima effervescente ciascuno è libero di fare i suoi “porci” comodi. La festa tradizionalmente terminava con l’instaurazione, o meglio restaurazione, di un nuovo ordine nato dalla morte di quello vecchio, riflettendo una concezione ciclica del tempo poiché, almeno fino al tramonto della civiltà contadina, il Carnevale era strettamente connesso ai riti stagionali che celebravano la fine dell’inverno. Non è un caso che storicamente quei giorni roventi in cui il popolo prendeva di mira il potere e sovvertiva l’ordine, facendone oggetto di derisione e di contestazione, incorressero spesso nelle censure delle autorità civili come di quelle religiose, entrambe preoccupate che le tensioni sociali potessero esplodere debordando dalla cornice festiva. E da ribellione rituale degenerassero in rivolta vera e propria. Come avviene ancora ai nostri giorni in carnevali come quello di Rio, New Orleans, Kingston in Giamaica, in cui precipitano e si esprimono antiche contraddizioni e nuovi antagonismi sociali che, potenziati dal disagio metropolitano, diventano una miscela esplosiva. Il risultato è che spesso la valvola di sfogo festiva salta. E allora caos e violenza diventano protagonisti.
Ma oggi, tranne poche eccezioni, neanche il Carnevale è più quello di una volta. Ecco perché per una società opulenta e permissiva come la nostra è difficile comprendere quella frenesia collettiva, quella voglia degli ultimi di impadronirsi della scena. Siamo nella civiltà dei social, dei talent, dei reel. Basta un clic per accendere i riflettori sul nostro narcisismo egolatrico. Inoltre Carnevale era la festa di un popolo che faceva la fame ogni giorno e che poteva mangiare a sazietà solo durante la festa. Mentre noi, che per fortuna siamo figli del benessere, potremmo fare ogni giorno una carnevalata. Paradossalmente, invece, facciamo il contrario visto che molti si auto impongono la censura nutrizionale al posto di quella religiosa, la norma dietetica al posto di quella etica e spalmano la Quaresima sull’intero calendario. L’amore libero è ormai da un pezzo alla portata di tutti. Nell’era di Tinder non bisogna aspettare certo che arrivi Carnevale per avere un contatto breve ma intenso con chiunque, dovunque e comunque. Il mascheramento e il travestimento al tempo del queer e del gender fluid non sono certo una minaccia per l’ordine sociale, anzi. E lo scherzo, anche quello feroce, che una volta era una componente fissa della baldoria carnevalesca, oggi è severamente vietato dal politicamente corretto che considera ironia, sarcasmo e sfottò altrettante forme di shaming.
Così, il Carnevale prende posto in uno dei tanti scaffali della ludoteca globale, come residuo di un antico rito di ribellione. Una festa parzialmente scremata. Ma paradossalmente oggi sono l’ordine e il potere, tradizionalmente oggetto dei lazzi e sberleffi carnevaleschi, a prendersi la scena. Sono proprio loro a tenere in vita il Carnevale. Solo che ne invertono il senso. Perché, al posto delle antiche maschere della festa tradizionale, indossano le nuove maschere della scena pubblica, trasformando il nostro quotidiano in un rumoroso carnevale mediatico. Di fatto le cronache internazionali offrono esempi sempre più frequenti di questa carnevalizzazione della politica, dove a dominare la scena sono dei leader joker che fanno della sbruffoneria, della programmatica caricaturizzazione dei profili istituzionali, l’ultima frontiera dell’arte del governo. Come se le caricature dei carri allegorici avessero preso il potere. Nietzsche ha anticipato i tempi dicendo che per conquistare il consenso un capo deve ridurre il ruolo della politica a una recita grossolana e semplicistica. Ma solo in apparenza. E quest’apparenza è quel che resta del Carnevale.