Nella celebre XI tesi su Feuerbach, Marx sentenziava che se finora i filosofi si erano limitati a interpretare il mondo, si trattava ora di trasformarlo. L’onanismo contemplativo del filosofo teoretico doveva così lasciare il posto alla virilità generativa della prassi. Si trattava di una cesura che non è troppo distante da quella introdotta dall’esperienza della psicoanalisi per la quale, come direbbe Agostino, non si tratta solo di dire la verità ma anche di fare la verità. L’interpretazione che diviene una forma di ruminazione incessante intorno al senso – la deriva ermeneutica della filosofia di cui già Marx avvertiva la sterilità e che ha condizionato la psicoanalisi stessa – non lavora per rendere possibile una trasformazione effettiva del mondo o della realtà del soggetto. Non a caso, il nesso tra teoria e prassi risulta centrale non solo nel materialismo storico, ma anche nella dottrina freudiana. Non è allora stato un caso che uno dei Seminari più provocatori di Lacan, titolato L’atto psicoanalitico e ora disponibile anche al lettore italiano per i tipi di Einaudi, si sviluppi parallelamente al movimento di contestazione del Sessantotto, che ha trovato proprio a Parigi uno dei suoi epicentri.
Se l’insegnamento più classico di Lacan aveva insistito sul potere della parola e sulla tesi dell’inconscio strutturato come un linguaggio, con questo Seminario egli pone invece l’accento sulla dimensione silenziosa dell’atto. Nel lessico codificato della psicoanalisi ortodossa, il concetto di atto psicoanalitico si rivelerebbe a rigore altamente contraddittorio. Nel corso di un’analisi, infatti, ogni forma di azione deve essere sospesa per lasciare spazio alla parola del soggetto. La psicoanalisi, come suggerisce una delle prime pazienti di Freud, è una talking cure, una “cura parlata”. È questo un principio generale dell’ortodossia psicoanalitica: ogni passaggio dalla parola all’atto segnalerebbe al contrario uno sbandamento della cura. Dunque, quando Lacan introduce la formula dell’atto psicoanalitico, sottopone questo paradigma a una revisione radicale. L’esclusione dell’atto sarebbe a suo giudizio il segnale di un infiacchimento burocratico ed ermeneutico della pratica analitica. Il problema è come una pratica simbolica come l’analisi possa avere effetti nel reale, possa modificare l’economia libidica di un soggetto, possa davvero trasformare la sua vita.
È lo stesso tema che interessa Marx: esiste la possibilità che un atto rivoluzionario – come si diceva nel Sessantotto – possa davvero non solo interpretare il mondo ma anche trasformarlo? E cosa significa introdurre l’atto in un’esperienza di parola com’è quella della psicoanalisi? Il primo passo che Lacan compie nel suo Seminario consiste nel differenziare l’atto dalla semplice azione motoria. Mentre il modello dell’azione è quello di un’abitudine che si ripete senza sorpresa, come quando camminiamo per ritornare a casa seguendo un percorso già collaudato innumerevoli volte, il modello dell’atto è al contrario quello dell’evento, ovvero di una radicale discontinuità che interrompe ogni forma di consuetudine. Inoltre, l’atto di cui parla Lacan non è il prodotto di una deliberazione della coscienza, non è l’espressione della volontà determinata dell’Io. Piuttosto, egli dissocia l’atto da ogni forma di intenzionalità per associarlo invece a una profonda esperienza di abdicazione.
L’atto, infatti, non è un’azione dettata dalla ragione ma un suo inciampo. Non per nulla, egli ricorda come Freud avesse dato estremo valore agli atti mancati, ai lapsus, alle sbadataggini e alle dimenticanze. Essi non segnalavano tanto il fallimento di un’azione, ma rivelavano al soggetto la verità rimossa del suo desiderio. Per questo Lacan ricorda, attraverso Rimbaud, che l’atto non è il luogo di una ruminazione o di un calcolo, quanto piuttosto quello di un lampo, di un colpo, di una contingenza che interrompe un ordine già prestabilito. Ma, soprattutto, che l’atto è un evento che trasforma chi lo compie. Più che un fare è l’effetto che un significante – un dire – genera nel soggetto.
C’è, più di preciso, atto solo dove una soglia viene superata. È quello che accade a Giulio Cesare di fronte al Rubicone. In primo piano non è qui la ripetizione di un’abitudine ma una frattura, uno sconfinamento irreversibile, addirittura una violazione. L’evento dell’atto modifica, infatti, chi lo compie tracciando nello scorrere del tempo un prima e un dopo. Nulla, dopo l’atto compiuto da Cesare, sarà infatti più come prima. È lo stesso che accade anche con la presa della Bastiglia o con l’“ordine” con il quale Lenin sospinge il suo popolo verso la Rivoluzione d’ottobre. Non si tratta più di una ruminazione infinita intorno alle metamorfosi del senso, ma di un taglio traumatico, di qualcosa che interrompe lo scorrere ordinario del tempo, della nascita di un “nuovo desiderio” o, come direbbe ancora Rimbaud, di un «nuovo amore». Questo significa che è solo l’atto che rende possibile l’inizio, come testimonia l’atto della creazione ex nihilo generata dal Dio biblico. Il potere dell’atto è un potere creatore, come dimostra l’atto con il quale Lucio Fontana taglia la tela inaugurando un nuovo inizio nella storia dell’arte. In questa prospettiva, il significato dell’atto coinvolge sempre le sue conseguenze.
Per questo Lacan può dire che il valore di ogni atto è stabilito solo dalla sua rilettura a posteriori. Saranno gli eventi successivi alla presa della Bastiglia a dire se si è trattato di una semplice sommossa o dell’inizio della rivoluzione. Per questa ragione il soggetto non può mai essere del tutto padrone del proprio atto e, dunque, ogni vero atto – come quello che segna il passaggio dallo psicoanalizzante allo psicoanalista – si rivela essere sempre senza garanzia, senza una giustificazione definitiva. Non a caso, nel Seminario VII dove troviamo nominato per la prima volta il concetto di atto psicoanalitico, Lacan ritiene che il suo riferimento più prossimo sia quello al concetto cristiano di grazia. La salvezza non è garantita dalle opere del soggetto ma dall’incontro con una trascendenza e una forza che le oltrepassa. È il modo con il quale lo psicoanalista francese ha riletto la nota formula freudiana «Dove era l’Es, l’Io deve avvenire». Non come una colonizzazione da parte dell’Io dei territori paludosi e irrazionali dell’Es, ma come un accoglimento della potenza dell’Es al fine di liberare l’Io dalla sua follia identitaria.
Il libro – Il Seminario Libro XV. L’atto psicoanalitico 1967-1968 di Jacques Lacan (Einaudi, a cura di A. Di Ciaccia, traduzioni di A. Di Ciaccia e Lieselotte Longato, pagg. 304, euro 26)