✕

È la Biennale la nuova mappa del mondo

Ascolta l'audio

Venezia, ecco l’edizione portata avanti dal team di Koyo Kouho, la curatrice morta l’anno scorso. Tanta Africa, jazz e niente mercato
3 minuti di lettura

Se dall’Onu in giù le organizzazioni internazionali attraversano la più profonda delle crisi, la Biennale di Venezia non corre ancora questo pericolo. Per trovare un antidoto ai nazionalismi, ai trumpismi, alle guerre asimmetriche, quest’anno ancor di più, toccherà affacciarsi in laguna. Perché è qui che ormai, nel principale set dell’arte contemporanea, si tessono reti diplomatiche e si siglano alleanze, sedando gli scontri di civiltà. Non è il Palazzo di vetro, ma Ca’ Giustinian. Ieri, durante la prima presentazione ufficiale di In Minor Keys – questo il titolo della mostra in programma ai Giardini e all’Arsenale dal 9 maggio al 22 novembre – se ne è avuto un assaggio. A fare da collante era la presentissima assenza di Koyo Kouoh, curatrice camerunense di questa sessantunesima edizione, scomparsa cinquantasettenne il 10 maggio dello scorso anno.

Koyo Kouoh

 

Ma viva nelle sue parole, let…

Se dall’Onu in giù le organizzazioni internazionali attraversano la più profonda delle crisi, la Biennale di Venezia non corre ancora questo pericolo. Per trovare un antidoto ai nazionalismi, ai trumpismi, alle guerre asimmetriche, quest’anno ancor di più, toccherà affacciarsi in laguna. Perché è qui che ormai, nel principale set dell’arte contemporanea, si tessono reti diplomatiche e si siglano alleanze, sedando gli scontri di civiltà. Non è il Palazzo di vetro, ma Ca’ Giustinian. Ieri, durante la prima presentazione ufficiale di In Minor Keys – questo il titolo della mostra in programma ai Giardini e all’Arsenale dal 9 maggio al 22 novembre – se ne è avuto un assaggio. A fare da collante era la presentissima assenza di Koyo Kouoh, curatrice camerunense di questa sessantunesima edizione, scomparsa cinquantasettenne il 10 maggio dello scorso anno.

Koyo Kouoh

 

Ma viva nelle sue parole, lette a turno dalla squadra che ne sta portando avanti il progetto, un invito «a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua». Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti (advisor), Siddhartha Mitter (editor in chief) e Rory Tsapayi (assistente alla ricerca) si sono avvicendati, ricordando quella settimana di aprile del 2025, quando a Dakar lavorarono con Koyo attorno a un tavolo «come in una lunga sessione musicale: noi improvvisavamo e lei componeva, una prova d’orchestra, sotto un grande albero di mango. A ogni nome di artista pronunciato, cadeva un frutto, tutte le volte un tonfo».

Devono essere stati almeno 111, allora, tanti sono tra collettivi e singoli quelli che esporranno. La mappa di un mondo nuovo che non include italiani, con buona pace degli impulsi autarchici. Perché le nazionalità – in una mostra del genere che deve scorrere nelle intenzioni del team Kouoh come un’improvvisazione jazz – non contano. Tanto meno le star. Anche se gli appassionati di musica si rallegreranno per la presenza a sorpresa di Nick Cave e Laurie Anderson e quelli di cinema per il taiwanese Tsai Ming-liang. Carsten Höller e Alfredo Jaar sono tra i pochi in lista che vantano una solida presenza globale; Wangechi Mutu, reduce dalla mostra alla Galleria Borghese di Roma, unisce l’asse tra Nairobi e New York. Per il resto il mercato è pressoché bandito. Grande spazio alla scoperta, con l’Africa continente guida e un filo rosso pop garantito da due romanzi amati dalla curatrice che ispirano il percorso: Amatissima di Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez.

L’allestimento di Wolff Architects di Città del Capo lavora sul concetto di soglia, segnalato dal colore indaco. Le “Are”, nella Sala Chini del Padiglione Centrale appena restaurato, sono due omaggi: a Issa Samb (1945-2017), fondatore del collettivo Laboratoire Agit’Art a Dakar, e Beverly Buchanan (1940-2015), maestra afroamericana della Land Art e della scultura. Un altro concetto chiave sarà quello della “processione”. Riti e carnevali avranno nelle opere i loro feticci che ingombreranno gli spazi, più che essere appesi alle pareti.

«I visitatori sono invitati a prendere parte a un raduno collettivo», dice la squadra dei curatori. Così come a riposarsi, se possibile, in quello che è solitamente il più kolossal dei format espositivi. Sussurri, oasi, intermezzi musicali e persino lo studio ricostruito di Marcel Duchamp saranno punti di sospensione dove fermarsi. Le performance saranno garantite, a partire da quella che rende omaggio al Poetry Caravan promosso da Koyo nel 1999 con nove poeti in viaggio da Dakar a Timbuctu come nuovi griot, portatori di storie di popoli. Ci saranno come ospiti non solo artisti, ma anche le “Schools”, istituzioni che lavorano sul territorio: da Denniston Hill, campus a 180 chilometri da New York, al RAW Material Company, fondato nel 2008 in Senegal dalla stessa Kouoh.

Le partecipazioni internazionali non sono state ancora ufficializzate. Si sa che il Sudafrica ha dato forfait, dopo lo scontro tra l’artista Gabrielle Goliath e l’accusa di censura al ministro della Cultura Gayton McKenzie. Il Marocco arriverà per la prima volta alle Artiglierie con l’installazione monumentale di Amina Agueznay. Israele è di ritorno, salve altre polemiche, ma all’Arsenale.

«Quando chiesi a Koyo di raggiungermi a Ca’ Giustinian per la nomina, ci ritrovammo davanti a un ficus – ricorda il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco – Lei mi disse: “Tutto mi sarei aspettata tranne di essere chiamata da te”. Era il precipitato dei pregiudizi di cui abbiamo riso. Poi ha aggiunto: tu sei siciliano, quindi africano. Quel ficus, ricordando Gurdjieff, è diventato il centro di gravità permanente. “Cerchiamolo insieme”, ha chiosato Kouoh. Questa è la cura che svela l’impegno attivo del mondo». Anche Franco Battiato aleggia. Ma Buttafuoco poi aggiunge di aver sognato la copertina di Abraxas di Carlos Santana, pensando quindi a Soul Sacrifice e a Woodstock, «l’esito del dionisiaco».

Leggi i commenti