Professione operaio e poi non più, il romanzo della fabbrica perduta
di Maurizio CrosettiC’è un vuoto, dentro la fabbrica e dentro chi ci lavorava, un segno scuro come quello sul pavimento degli impianti dismessi: un alone, la distanza tra sé e il senso di sé che il lavoro definisce. È un lungo canto d’addio, quello che Niccolò Zancan dedica ai protagonisti di una fine piena di passione e tristezza. L’ultimo operaio (Einaudi) va letto come un reportage lirico sul limitare tra cronaca e memoria. Racconta la storia della Fiat com’era e come non è più, e di una città, Torino, che nel 1971 aveva un milione e 166mila abitanti e 60mila operai: ne restano 4.080. Se le cifre sono la cadenza di una colossale dismissione umana, non soltanto industriale, è il tono del libro a indicare quanto amore e quanto dolore abbiano dato forma a un’autentica tragedia. L’ultimo operaio di Mirafiori è di quelli che ricordano quando l’Avvocato arrivava alla guida di una Croma color oro. Tra il 1960 e il 1970, la Fiat passò da 500mila vetture l’anno a un milione e mezzo. Nella pancia della fabbrica…
C’è un vuoto, dentro la fabbrica e dentro chi ci lavorava, un segno scuro come quello sul pavimento degli impianti dismessi: un alone, la distanza tra sé e il senso di sé che il lavoro definisce. È un lungo canto d’addio, quello che Niccolò Zancan dedica ai protagonisti di una fine piena di passione e tristezza. L’ultimo operaio (Einaudi) va letto come un reportage lirico sul limitare tra cronaca e memoria. Racconta la storia della Fiat com’era e come non è più, e di una città, Torino, che nel 1971 aveva un milione e 166mila abitanti e 60mila operai: ne restano 4.080. Se le cifre sono la cadenza di una colossale dismissione umana, non soltanto industriale, è il tono del libro a indicare quanto amore e quanto dolore abbiano dato forma a un’autentica tragedia. L’ultimo operaio di Mirafiori è di quelli che ricordano quando l’Avvocato arrivava alla guida di una Croma color oro. Tra il 1960 e il 1970, la Fiat passò da 500mila vetture l’anno a un milione e mezzo. Nella pancia della fabbrica che era tutte le fabbriche, la più grande d’Europa, correvano 20 chilometri di binari e 30 di gallerie sotterranee: adesso, i 10 chilometri del perimetro di Mirafiori sono diventati una pista ciclabile che scivola accanto ai famosi cancelli e alle storiche porte, la 18, la 32, la 33, ormai quasi tutte chiuse. Il silenzio degli impianti fermi è la tremenda colonna sonora emotiva, il coro di questo compianto funebre.
L’operaio terminale racconta l’illusione, le promesse a vuoto e il deperimento di un destino che va dall’orgoglio dell’homo faber al lavoro perduto: i contratti di solidarietà, la cassa integrazione (la prima è datata 1974), gli incentivi all’esodo, i licenziamenti. Trovarsi fuori da tutto a cinquant’anni, con tanto tempo e tanto spazio da riempire: è così che fanno i dismessi, camminano e vanno in bici tutto il giorno, tentando di colmare gli abissi che portano in cuore. «Adesso siamo vecchi, vecchi come la Panda che ha ancora la stessa forma dal 2003». Eppure è stata anche una storia di bellezza, di famiglie che trovavano una sistemazione, di figli da far studiare oppure portare a loro volta in fabbrica, come quando ci si passa il tifo per il calcio, magari per la Juventus stessa, la Gobba, la squadra dei padroni ma anche di chi lavora o lavorava per loro. I migliori, i più esperti si chiamavano operai specializzati, quelli che con la lima «facevano i baffi alle mosche», poi qualcuno deve avere deciso che la qualità è un di più. Quanti se ne sono andati senza lasciare traccia. «Che cosa resta. Nemmeno il soffio», è scritto nell’esergo tratto da una poesia di Giorgio Caproni.
Passano davanti a Zancan molti occhi di cani bastonati che avrebbero voglia di sbranare, vite intere in dissolvenza, senza riconoscenza né prospettive. È come se tra tutte le cose si aprisse una distanza enorme, non senza paradossi: dai robot che toglievano il posto agli operai, si è arrivati agli operai assunti a chiamata per sostituire le macchine guaste e risparmiare sui costi delle riparazioni. Ma ciò che si rompe, non si aggiusta più.Professione: operaio. Questo, il protagonista del libro aveva chiesto che si scrivesse sulla sua carta d’identità. Perché lavorare era anche bello, faticoso ma bello, e un lavoro ben fatto ne dava di soddisfazione. Negli ultimi quindici anni, a Torino hanno chiuso 500 aziende metalmeccaniche e 35mila persone hanno perso il posto, lo stipendio e non di rado la dignità. C’è chi non ha retto e ne è morto, e c’è chi muore un poco ogni giorno, camminando nel nulla finché non viene sera.
Il libro
L’ultimo operaio di Niccolò Zancan ( Einaudi, pagg. 156, euro 18)