Il politologo Marco Tarchi: “Ecco perché sulla Russia alla Biennale Giuli sbaglia”
di Sara ScarafiaIl politologo Marco Tarchi, intervenendo sulle grandi guerre in corso, non aveva dubbi: «Di fronte a un conflitto non si può stare da entrambe le parti». Ma l’arte non c’entra. Lo storico, tra i maggiori studiosi dei populismi, interviene sul caso Biennale di Venezia dopo la spaccatura tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco, che ha deciso di aprire a tutti i Paesi, Russia compresa, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli che, a nome del governo, ha sconfessato pubblicamente la scelta. «Io – dice Tarchi – sto con Buttafuoco».
È giusto che la Russia torni con i suoi artisti a Venezia?
«Fin dall’immediato indomani dell’attacco all’Ucraina, mi sono espresso contro ogni commistione fra gli aspetti politico-militari della vicenda e ogni questione attinente alla cultura russa o ad altri aspetti della sua società. Di fronte all’isteria antirussa che pervade gli strumenti di comunicazione italiani (e non solo) da quattro anni a questa parte, sono ancora più convinto di quella mia valut…
Il politologo Marco Tarchi, intervenendo sulle grandi guerre in corso, non aveva dubbi: «Di fronte a un conflitto non si può stare da entrambe le parti». Ma l’arte non c’entra. Lo storico, tra i maggiori studiosi dei populismi, interviene sul caso Biennale di Venezia dopo la spaccatura tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco, che ha deciso di aprire a tutti i Paesi, Russia compresa, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli che, a nome del governo, ha sconfessato pubblicamente la scelta. «Io – dice Tarchi – sto con Buttafuoco».
È giusto che la Russia torni con i suoi artisti a Venezia?
«Fin dall’immediato indomani dell’attacco all’Ucraina, mi sono espresso contro ogni commistione fra gli aspetti politico-militari della vicenda e ogni questione attinente alla cultura russa o ad altri aspetti della sua società. Di fronte all’isteria antirussa che pervade gli strumenti di comunicazione italiani (e non solo) da quattro anni a questa parte, sono ancora più convinto di quella mia valutazione. Considero per esempio ingiusto – e persino indecente, visto lo shopping che in questo periodo ne hanno fatto altri Paesi, naturalizzandoli in fretta e furia, puntando sul loro desiderio di non sprecare le fatiche e i sacrifici fatti per crearsi una carriera sportiva – l’esclusione degli atleti russi e bielorussi da tutte le competizioni internazionali».
L’arte può rappresentare davvero una tregua?
«Poche settimane fa si è deplorato Putin perché non aveva concesso una “tregua olimpica” all’Ucraina affinché rimettesse in sesto il suo apparato difensivo, e il governo italiano era fra gli scandalizzati. Non so quali siano i rapporti fra Giuli e Buttafuoco, ma su questo tema sono dalla parte del secondo».
La Biennale rivendica la sua autonomia anche se gli artisti li scelgono i governi: fa bene a sottolineare e praticare la sua indipendenza?
«Sì. E le scelte delle delegazioni da inviare a manifestazioni di questo tipo spettano in molti casi a enti governativi: si pensi ad esempio alla Buchmesse di Francoforte. Talvolta la cosa dà fastidio e crea scandalo, talaltra no, ed è sempre un problema di colore politico. Sconfortante».
Come legge la frattura tra Giuli e Buttafuoco? Crede che abbia un significato politico?
«Credo che Buttafuoco voglia ribadire la sua posizione di “battitore libero”, di “irregolare” più che di “intellettuale d’area” a cui ha sempre tenuto, mentre Giuli è tenuto – qualunque cosa pensi – a rispettare, in quanto ministro, la linea ufficiale del governo di cui fa parte».
A proposito di Gaza lei ha detto che di fronte a un conflitto “non si può stare da entrambe le parti”: non vale quando parliamo d’arte?
«Se si deplora – e a ragione – che a taluni registi cinematografici iraniani sia stato negato di girare film in patria, perché si dovrebbe indiscriminatamente negare a quelli che non hanno subito questa censura di partecipare a festival all’estero? Due pesi e due misure ideologiche, che solo l’ipocrisia e la faziosità possono giustificare. E torno a dire che un conto è portare in una manifestazione contro i massacri a Gaza, contemporaneamente, la bandiera palestinese e quella israeliana, un altro impedire a uomini di cultura israeliani di esprimersi all’estero».
Da quando la Russia ha attaccato l’Ucraina è capitato spesso che grandi teatri abbiano annullato concerti di direttori di orchestra russi; qualcuno ha anche pensato di boicottare Dostoevskij. Qual è il ruolo della cultura in tempo di guerra?
«Boicottare non è una strada. E non è neanche un errore. È un segno di intolleranza e una vergogna».
Cosa accadrebbe se gli artisti russi usassero i loro spazi per fare propaganda?
«Come ai tempi dell’Unione Sovietica, dove ciò accadeva regolarmente, vuol dire? All’epoca se ne scandalizzava solo il quotidiano missino. Non credo che il governo russo sia così stupido».
Un’ultima domanda: come vede la posizione dell’Italia nello scacchiere mondiale, alla luce dei conflitti in corso?
«Schiacciata sugli interessi statunitensi, sebbene ora il governo cerchi di salvare in qualche modo la faccia. Il che non modifica la mia valutazione complessiva».
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