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“Fascistissima”, il saggio che racconta come il Duce imbavagliò i giornali

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Giovanni Mari ricostruisce la censura durante il Ventennio. Una lezione ancora attuale
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Dice molto già la copertina: un balilla, come si chiamavano i membri dell’organizzazione giovanile fascista, che piscia su una pila di giornali italiani. Una seconda immagine, nelle prime pagine del libro, amplia il concetto: presa dal frontespizio della rivista La difesa della razza, mostra il medesimo balilla nell’atto di orinare su cartelli che richiamano “film americani, moda parigina, stretta di mano, pietismo filo giudeo, villeggiature straniere”. E a chiarire ulteriormente l’argomento c’è l’epigrafe, citazione di un discorso di Benito Mussolini: “Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime”. Parole che George Orwell avrebbe potuto mettere in bocca al Grande Fratello del suo romanzo sul totalitarismo. Ma Fascistissima, come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa, il saggio di Giovanni Mari pubblicato in questi giorni dalle edizioni People, non è soltanto un libro di storia: è anche un monito, uno specchio per capire come mai, cent’anni d…

Dice molto già la copertina: un balilla, come si chiamavano i membri dell’organizzazione giovanile fascista, che piscia su una pila di giornali italiani. Una seconda immagine, nelle prime pagine del libro, amplia il concetto: presa dal frontespizio della rivista La difesa della razza, mostra il medesimo balilla nell’atto di orinare su cartelli che richiamano “film americani, moda parigina, stretta di mano, pietismo filo giudeo, villeggiature straniere”. E a chiarire ulteriormente l’argomento c’è l’epigrafe, citazione di un discorso di Benito Mussolini: “Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime”. Parole che George Orwell avrebbe potuto mettere in bocca al Grande Fratello del suo romanzo sul totalitarismo. Ma Fascistissima, come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa, il saggio di Giovanni Mari pubblicato in questi giorni dalle edizioni People, non è soltanto un libro di storia: è anche un monito, uno specchio per capire come mai, cent’anni dopo, in Italia c’è ancora chi rimpiange il Duce e il suo ventennio al potere, o almeno ne minimizza le colpe amplificandone i presunti meriti.

Il mito che spinge alcuni a dire “se non ci fosse stata la guerra”, come se peraltro l’alleanza con Hitler e le leggi razziali contro gli ebrei fossero pagliuzze. In realtà l’Italia fascista era un Paese in bancarotta ben prima della guerra, aveva commesso crimini di ogni genere ben prima delle leggi razziali, aveva soppresso la democrazia, ucciso i suoi oppositori. “Come è stato possibile che gli italiani cascassero in quella menzogna colossale, e che moltissimi italiani ancora oggi si abbeverino a quella sciocca bugia?”, domanda Mari.

La risposta è che per vent’anni, sotto la dittatura, erano stati istruiti sulla grandezza mussoliniana su ogni pagina di giornale, in ogni parola ascoltata alla radio, in ogni impulso dato a scuola e al lavoro. Una colossale macchina di propaganda li aveva convinti che tutto era fantastico. E in mancanza di una Norimberga italiana, quella catena di menzogne è rimasta impressa nella memoria collettiva, al punto che oggi un italiano su cinque, secondo un sondaggio Eurispes, pensa che Mussolini sia stato “un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio”. Il fascismo ricordato più come una barzelletta che come un crimine.

La macchina della propaganda ebbe il suo momento chiave il 20 gennaio del 1926, quando entrò in vigore un robusto pacchetto di leggi, regolamenti, ordini prefettizi e decreti che abolì la libertà di stampa e rese i giornali servi del fascismo. Mussolini organizzò e scatenò una morsa letale, impedendo agli italiani di essere informati per quasi due decenni. L’unica verità divenne la sua: per questo nessuno si accorse che il Paese era in rovina, né della repressione di ogni opposizione. La legge prevedeva che tutte le testate giornalistiche fossero sottoposte a censura. L’Unità, l’Avanti, La Voce Repubblicana, vennero chiusi o messi sotto controllo. Il Corriere della Sera e La Stampa furono attaccati in modo più subdolo, con cambi di editori e incarichi a direttori malleabili. Il libro si apre con la nota testimonianza di Alberto Sordi, anche lui in piazza Venezia il 10 giugno 1940 quando in un tripudio di folla Mussolini annuncia la “decisione irrevocabile” di entrare in guerra: “Tutti erano esaltati, travolti dalla gioia”, ricordava l’attore emblema dell’italiano medio, “perché erano ignoranti, per due decenni nessuno li aveva informati”. E si chiude con una frase di Piero Gobetti, pronunciata due anni prima di morire in esilio: “La stampa libera è la premessa della libertà politica”.

Una lezione ancora attuale. “Allora e oggi”, scrive in questo libro, che andrebbe letto nelle scuole e magari in parlamento, “la libertà di stampa non cade da sola. Cade quando chi può impedirne la morte sceglie di guardare altrove. Quando l’autorità preferisce la quiete alla verità. Quando il silenzio diventa politica. In quel vuoto, la dittatura trova la porta aperta. È successo allora, sotto gli occhi di tutti. Succede ogni volta che si ripete la stessa sequenza: minacce, delegittimazione, impunità, silenzio”.

Il libro

Fascistissima di Giovanni Mari (People, pagg.184, euro 16)

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