Così la guerra continua a uccidere anche la bellezza
di Paolo MatthiaeTempio di Bacco, Baalbek, Libano
Ci risiamo. In tempi di guerre è comprensibile, è giusto, è sacrosanto che angosciata attenzione, sofferta partecipazione ed esplicita deplorazione vadano per le vittime civili. Che in Ucraina, Gaza, Iran, Libano, per citare solo i conflitti più recenti, sono migliaia. Fatta questa doverosa premessa, non si può restare insensibili ai ripetuti, continui e puntuali richiami sui danni subiti e sui rischi concreti che riguardano i beni del patrimonio materiale mondiale dell’Unesco, cioè i beni culturali, i beni naturali e i beni misti (come Venezia e la sua laguna), e del patrimonio immateriale. I beni del patrimonio materiale sono tutelati dalla Convenzione Unesco del 1972; quelli del patrimonio immateriale dalla Convenzione Unesco del 2003. Entrambe sono state ratificate dall’Italia.
Si deve richiamare l’attenzione su un punto esplicito della Convenzione del 1972: la tutela del patrimonio mondiale culturale e naturale è obbligo dei singoli Stati proprietari, ma è responsabilità dell’in…
Ci risiamo. In tempi di guerre è comprensibile, è giusto, è sacrosanto che angosciata attenzione, sofferta partecipazione ed esplicita deplorazione vadano per le vittime civili. Che in Ucraina, Gaza, Iran, Libano, per citare solo i conflitti più recenti, sono migliaia. Fatta questa doverosa premessa, non si può restare insensibili ai ripetuti, continui e puntuali richiami sui danni subiti e sui rischi concreti che riguardano i beni del patrimonio materiale mondiale dell’Unesco, cioè i beni culturali, i beni naturali e i beni misti (come Venezia e la sua laguna), e del patrimonio immateriale. I beni del patrimonio materiale sono tutelati dalla Convenzione Unesco del 1972; quelli del patrimonio immateriale dalla Convenzione Unesco del 2003. Entrambe sono state ratificate dall’Italia.
Si deve richiamare l’attenzione su un punto esplicito della Convenzione del 1972: la tutela del patrimonio mondiale culturale e naturale è obbligo dei singoli Stati proprietari, ma è responsabilità dell’intera comunità internazionale. Per quest’ultima ragione, oltre ogni sensibilità personale o collettiva, nei casi di danni o di rischi al patrimonio materiale, averne cura è un dovere etico.
Entrando nel merito, con uno sguardo ai monumenti in serio pericolo o già danneggiati, se non ancora distrutti, cominciando dall’Ucraina dopo quattro anni di invasione. La guerra ha danneggiato, ad oggi, in varia misura 522 siti culturali e l’Unesco ha attivato la “protezione rafforzata” e sta provvedendo, forse con un certo ritardo, a segnalare con lo “Scudo blu” i siti minacciati, secondo la Convenzione dell’Aja del 1954 sui danni in casi di guerra. Non si tratta di monumenti di poco conto: nella sola Kiev, per esempio, la cattedrale di Santa Sofia e il Monastero delle Grotte, monumenti Unesco, sono state colpite. Nel complesso, l’Unesco stima in 4,5 miliardi di dollari i danni al patrimonio culturale del Paese, come ha rilevato Chiara Dezzi Bardeschi, responsabile Unesco per l’Ucraina.
Moschea Jameh, Isfahan, Iran
Nella Striscia di Gaza, con una superficie poco inferiore a un cinquantesimo del Lazio, ma abitata da due milioni di palestinesi, la Grande Moschea Omari nel centro storico di Gaza City non c’è più; la Moschea al-Dhilal e il Cimitero Bani Suheyla a Khan Yunis sono gravemente danneggiati, così come la Chiesa greco-ortodossa di San Porfirio del XII secolo, per non parlare delle università al-Azhar e Israa e di vari siti archeologici e musei. Secondo Amnesty International, «tali azioni potrebbero non essere giustificate da necessità militari», mentre è chiaro che hanno un impatto notevole sul piano dell’identità culturale degli abitanti.
In Iran, ha subito danni a seguito di bombardamenti aerei nelle vicinanze, nel centro storico di Teheran, il Palazzo Golestan, che fu sede del governo della Dinastia Qajar dal 1779 e oggi ospita diversi musei. Secondo l’Unesco, stessa sorte hanno avuto insigni monumenti religiosi dell’Islam: a Isfahan, lo Chehel Sotoun, padiglione del XVII secolo, la Masjed-e Jameh, la più antica magnifica moschea del venerdì del Paese, e nella Valle di Khorramabad le grotte preistoriche.
Cattedrale di Santa Sofia, Kiev
In Libano, l’Onu stessa ha provveduto a mettere “sotto protezione forzata” 34 siti culturali, tra i quali Baalbek, l’antica Heliopoli, con gli spettacolari Templi di Giove, Bacco e Venere di età romana nella valle tra le montagne del Libano e dell’Antilibano, nel Libano orientale, e la metropoli fenicia di Tiro nell’estremo sud del Paese, con i suoi resti monumentali ugualmente romani, dal Grande arco trionfale forse di Adriano, l’Ippodromo, uno dei più estesi tra quelli conservati, la Strada colonnata con i suoi mosaici, il complesso delle terme e la vasta necropoli romana e bizantina.
L’Unesco fu fondato, significativamente a pochissimi mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, il 16 novembre 1945 a Londra. Venti furono i Paesi promotori, tra i quali il Regno Unito, la Francia e l’Unione Sovietica, ai quali si aggiunsero subito dopo 44 Stati firmatari di tutto il pianeta, con l’obiettivo di «promuovere la pace attraverso la cooperazione intellettuale, educativa e culturale». Oggi sono 193 i Paesi membri dell’Unesco e undici quelli associati, una buona maggioranza degli Stati del mondo. Gli Stati Uniti d’America e Israele hanno annunciato l’uscita dall’Unesco nell’ottobre 2017 e l’hanno ufficializzata nel gennaio 2019. Gli Usa sono rientrati nel luglio 2023, ma nel luglio 2025 hanno annunciato una nuova uscita, accusando l’istituzione internazionale di antisemitismo.
Grande Moschea di Omari, Gaza
L’italiano Francesco Bandarin, ex direttore generale dell’Unesco per la cultura e poi direttore del Centro per il patrimonio mondiale, oggi professore in un’Università di Parigi, ha dichiarato in un’intervista del 13 marzo scorso: «Si combatte nella regione del mondo con la più alta densità di siti storici: la ricostruzione richiederà decenni. La guerra mediorientale provoca perdite per l’umanità intera».
Dopo la Seconda guerra mondiale, che causò danni enormi al patrimonio culturale mondiale - e non certo solo nei siti di Coventry, Varsavia, Dresda, Montecassino - tutti pensarono che solo la follia qaedista potesse distruggere luoghi sacri, indistintamente pagani, cristiani, islamici, spesso patrimonio mondialeUnesco, che erano anche capolavori del genio umano, come Palmira in Siria. Oggi, con profonda desolazione, si deve constatare che alcune tra le maggiori potenze militari del pianeta, dimentiche o incuranti della fondamentale Dichiarazione universale dell’Unesco sulla diversità culturale proclamata nel 2001, sono autrici di analoghe distruzioni. Di qui, un appello a non dimenticare che, quando si decide di distruggere un bene culturale di un Paese nemico, si colpisce sì mortalmente l’identità storica di quel Paese, ma si priva l’Umanità di tesori, monumentali o naturali, che sono patrimonio mondiale, cioè universale. Ci si accanisce contro sé stessi, ci si incammina verso un suicidio culturale collettivo.