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Quando Wagner si infuriò per il conto salato: storie e aneddoti sui Grand Hotel

Il Ritz di Parigi 

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Il libro dello storico Stefano Pivato racconta genesi, eventi, personaggi degli alberghi extralusso. Concentrandosi su quelli d’epoca
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“Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kali: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d’estate diventava Istanbul, Baghdad, Hollywood. Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante s’intravedevano nude schiene di donne che sembravano d’oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire”.

Solo un autentico poeta come Federico Fellini poteva descrivere in modo così intenso le atmosfere di un luogo simbolo della sua Rimini, a cui fu intimamente legato, e che celebrò nel capolavoro Amarcord. E non è un caso che proprio queste parole del grande regista sono l’incipit di Andare per Grand Hotel, edito dal Mulino: saggio ricco di aneddoti che lo storico e docente universitario Stefano Pivato dedica ai templi per eccellenza dei soggiorni di lusso. Posti spesso carichi di memorie, letterarie e non. Inattuali, nella nostra era a base di Airbnb …

“Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kali: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d’estate diventava Istanbul, Baghdad, Hollywood. Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante s’intravedevano nude schiene di donne che sembravano d’oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire”.

Solo un autentico poeta come Federico Fellini poteva descrivere in modo così intenso le atmosfere di un luogo simbolo della sua Rimini, a cui fu intimamente legato, e che celebrò nel capolavoro Amarcord. E non è un caso che proprio queste parole del grande regista sono l’incipit di Andare per Grand Hotel, edito dal Mulino: saggio ricco di aneddoti che lo storico e docente universitario Stefano Pivato dedica ai templi per eccellenza dei soggiorni di lusso. Posti spesso carichi di memorie, letterarie e non. Inattuali, nella nostra era a base di Airbnb e overtourism. Ma comunque affascinanti.

La tesi di fondo del libro è che “i Grand Hotel rappresentano nel Novecento quello che i castelli hanno significato per la nobiltà nel Medioevo”. Nel senso di realtà-mondo, di piccole polis brulicanti di vita. Intendiamoci: una vita a misura di classi dominanti. Perché chi non è straricco in questi alberghi ci lavora, certo non ci soggiorna. Ecco comunque un po’ di curiosità tratte dal libro.

Cattedrali dell’opulenza

Il gigantismo e la magnificenza sono la loro cifra distintiva. Il fenomeno esplode nel Diciannovesimo secolo: il Grand Hotel Louvre, inaugurato nel 1855 e commissionato dall’imperatore Napoleone III, conta 700 stanze e 41 negozi di generi pregiati situati al piano terra. Uno dei più antichi colossi americani del settore è invece il Rockaway Beach hotel di Long Beach, costruito tra gli anni Settanta e gli Ottanta di quello stesso secolo, lungo 360 metri e con 1200 camere. Restando in ambito ottocentesco, in Svizzera – precisamente a Niederwald, nel Cantone vallese – nasce nel 1850 Cèsar Ritz, il “re degli albergatori” che tra gli altri fonderà il Ritz Hotel di Parigi, ultima dimora in vita della principessa Diana.

Riflettori sul cibo

L’artefice del canone culinario dei Grand Hotel è Auguste Escoffier, che adegua il servizio e i contenuti di pranzi e cene all’opulenza dei luoghi. Con serate di menù degustazione che potevano contenere anche diciotto portate, come accadde alla cena di Natale 1895 all’Angst di Bordighera. Grande enfasi anche sulle bevande, come dimostra ad esempio l’inaugurazione del Des Bains al Lido di Venezia (era il 1900), reso poi celebre da Thomas Mann: tre tipi di vino seguiti da tre tipi di champagne. Non molti anni dopo, in epoca fascista, nelle strutture di casa nostra scompaiono vini e bollicine francesi, e i nomi dei piatti vengono italianizzati. Con effetti perfino comici: il soufflé trasformato in “soffiato”, pur nella tradizione letterale, strappa un sorriso.

Il Des Bains del Lido di Venezia 

Conti salatissimi

Le comodità e lo sfarzo si pagano. Eccome se si pagano. Epica la sfuriata di Richard Wagner nel 1881, al termine di un soggiorno nel palermitano Hotel Des Palmes: il grande musicista, dopo aver saldato, definisce il proprietario “l’unico brigante che ho conosciuto in Sicilia”. E ancora, nel 1930, in Italia, la tariffa giornaliera di una pensione completa di alto bordo va dalle 120 alle 160 lire. Significa che un giorno in un posto tipo il Grand Hotel de Russie di Roma equivale allo stipendio di un manovale. Oggi è cambiata la moneta, ma l’esosità di questo tipo di ospitalità resta invariata.

Effetti sulla cultura pop

Gli alberghi extralusso hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo. Nel nostro Paese da poco uscito dalla Seconda guerra mondiale (anno 1946) esordisce la rivista Grand Hotel, rotocalco che negli anni Cinquanta arriva a vendere un milione di copie. In tv, Grand Hotel è il titolo - e ovviamente la cornice - sia di una serie spagnola che di una americana. E pure di una canzone di Patty Pravo datata 1976, o più di recente di un brano di Davide Van De Sfroos. Per non parlare dei film che vi sono ambientati: dal classicissimo Grand Hotel diretto nel 1932 da Edmund Goulding e tratto dal romanzo omonimo di Vicky Baum, con Greta Garbo, al vanziniano Vacanze di Natale, con location a Cortina. Nella realtà come nella fantasia, tutti pazzi per i Grand Hotel.

IL LIBRO

Andare per Grand Hotel di Stefano Pivato (il Mulino, pagg. 192, euro 15)

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