Due luoghi: un Cilento ancestrale, montuoso, in cui il mare si sente nelle narici ma non si vede, dove si cammina sempre in salita, dove si impara da piccoli a non avere freddo e a non sperare in un destino diverso da quello dei propri genitori. Poi una Napoli anch’essa ancestrale, umida come una grotta ma brulicante d’umanità, e ancora abitata come l’antica Partenope da tribù in cerca di un idolo da adorare. Sono gli estremi del pendolo lungo i quali Monica Acito, già autrice di Uvaspina, costruisce il suo nuovo romanzo, La carità carnale (Bompiani). «Se il Cilento era una bestia con lingua di fiume e spine, Napoli doveva essere per forza una bestia di mare, ma di quelle molli e senza corna» scrive Acito a incipit d’uno dei capitoli iniziali del libro, quando la sua protagonista Marianeve, figlia del Cilento, figlia di paese e di un padre bottegaio che l’ama più di se stesso, sbarca nella grande città.
Ha diciotto anni ed è lì per studiare, prima della sua stirpe, con il sogno risch…
Due luoghi: un Cilento ancestrale, montuoso, in cui il mare si sente nelle narici ma non si vede, dove si cammina sempre in salita, dove si impara da piccoli a non avere freddo e a non sperare in un destino diverso da quello dei propri genitori. Poi una Napoli anch’essa ancestrale, umida come una grotta ma brulicante d’umanità, e ancora abitata come l’antica Partenope da tribù in cerca di un idolo da adorare. Sono gli estremi del pendolo lungo i quali Monica Acito, già autrice di Uvaspina, costruisce il suo nuovo romanzo, La carità carnale (Bompiani). «Se il Cilento era una bestia con lingua di fiume e spine, Napoli doveva essere per forza una bestia di mare, ma di quelle molli e senza corna» scrive Acito a incipit d’uno dei capitoli iniziali del libro, quando la sua protagonista Marianeve, figlia del Cilento, figlia di paese e di un padre bottegaio che l’ama più di se stesso, sbarca nella grande città.
Ha diciotto anni ed è lì per studiare, prima della sua stirpe, con il sogno rischiosissimo d’ogni provinciale di riscattare non solo il suo futuro ma una genia intera dalla miseria, dal lavoro duro delle mani e del sudore. La storia della sua iniziazione, un’iniziazione alla vita e alla sensualità, tra i vicoli di Napoli e in molti altri ambienti lontanissimi dal suo paese, come le aule universitarie dai finestroni alti, dove è fiera di entrare con i libri originali, non usati né in fotocopia, che il papà le ha comprato, viene raccontata da Acito con il tono del mito. Mitologico è l’autoerotismo che Marianeve scopre nel suo letto singolo, in una casa condivisa con altre studentesse a Mezzocannone, e mitologiche, come di satiri e di ninfe, sono le immagini che affollano la mente: tutti quei ragazzi e quelle ragazze sconosciuti che incontra a lezione, con i capelli ricciuti, i colli bianchi pronti per un bacio e tutto il resto che Marianeve osa finalmente immaginare dopo che al paese, per colpa della paura che avevano di suo padre, nessuno l’ha mai nemmeno corteggiata. Prova nei confronti di questa giovinezza così spregiudicata, così diversa da lei «un dolore preciso nell’osservare la loro perfezione, quella perfezione delle persone integrate, a loro agio, intere nei loro panni», che lei non possiede né mai avrà. E tuttavia anche lei finisce per toccare quella materia infuocata che è il sesso che la città sembra stillare da tutti i pori, e questo risveglierà in lei un singolare potere taumaturgico.
Come un’altra donna, Giulia Di Marco, suora eretica del Seicento che ha fatto del suo corpo uno strumento per guarire gli umili e i poveri, così in una Napoli d’oggi che conserva intatta la sua carica magica, mistica e appunto carnale è Marianeve a diventare improvvisamente la santa a cui il quartiere si rivolge per avere il miracolo. Le chiedono guarigioni per malattie che un tempo non avrebbero avuto nome, o ne avrebbero avuto un altro, dolori dell’anima prima ancora che del corpo, che nessuno vuole vedere, eppure sono lì, come il sintomo della mamma che in segreto torna a casa dal ristorante e vomita, cucina per i figli e vomita, ma senza dirlo a nessuno.
Ma essere santa, e guarire con il dono di Marianeve e Giulia Di Marco, è grazia pericolosa. Non lo sono forse tutti, i doni delle donne?
IL LIBRO La carità carnale di Monica Acito, Bompiani, pagg. 464, euro 20