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Il segreto di Kierkegaard è nel sacrificio di Isacco

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Un saggio appena uscito analizza il pensiero del grande filosofo sottolineandone la visione lontana da qualsiasi logica del “do ut des”
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Ludovico Battista, giovane professore di Storia del cristianesimo all’università La Sapienza di Roma, a soli 35 anni scrive un notevole libro su Søren Kierkegaard destinato a diventare un punto di riferimento nella letteratura dedicata al pensatore danese. La sua interpretazione ha come epicentro Timore e tremore, dunque il valore fondamentale che Kierkegaard assegna alla vicenda biblica del cosiddetto sacrificio di Isacco. Ma questa lettura si amplia a tal punto da smuovere le radici più profonde del pensiero kierkegaardiano che affondano nella tradizione paolina ripresa con forza da Agostino, Lutero e Pascal.

In gioco è innanzitutto la nozione di salvezza. Nella ripresa agostiniano-luterana dell’opposizione tra la legge delle opere e quella della fede messa a fuoco originariamente da Paolo di Tarso, essa non può scaturire se non dal salto abissale della fede. Il rapporto con la Legge non fa, infatti, che moltiplicare il peccato perché l’essere umano, come già ricordava il magistero…

Ludovico Battista, giovane professore di Storia del cristianesimo all’università La Sapienza di Roma, a soli 35 anni scrive un notevole libro su Søren Kierkegaard destinato a diventare un punto di riferimento nella letteratura dedicata al pensatore danese. La sua interpretazione ha come epicentro Timore e tremore, dunque il valore fondamentale che Kierkegaard assegna alla vicenda biblica del cosiddetto sacrificio di Isacco. Ma questa lettura si amplia a tal punto da smuovere le radici più profonde del pensiero kierkegaardiano che affondano nella tradizione paolina ripresa con forza da Agostino, Lutero e Pascal.

In gioco è innanzitutto la nozione di salvezza. Nella ripresa agostiniano-luterana dell’opposizione tra la legge delle opere e quella della fede messa a fuoco originariamente da Paolo di Tarso, essa non può scaturire se non dal salto abissale della fede. Il rapporto con la Legge non fa, infatti, che moltiplicare il peccato perché l’essere umano, come già ricordava il magistero di Gesù, non è fatto per la Legge. Dunque è necessario percorrere un’altra via rispetto a quella meritocratica delle opere. Si tratta per Kierkegaard di mettere a punto una dialettica paradossale che Battista definisce «iper-dialettica», la quale non ha al suo centro la riconciliazione hegeliana di finito e infinito, ma una loro nuova e audace riarticolazione che Kierkegaard vede annunciarsi proprio nella tradizione agostiniana-luterana.

Mentre la dialettica di Hegel riscatta il finito nell’infinito riducendo il negativo a una contraddizione provvisoria, l’iper-dialettica di Kierkegaard assume il negativo come una contraddizione insolubile. Ne è un esempio decisivo quella che Abramo incontra nella chiamata paradossale del suo Dio a sacrificare il proprio amatissimo figlio Isacco, nato grazie alla promessa esaudita da Dio stesso. Il movimento più essenziale dell’iper-dialettica kierkegaardiana non riscatta il negativo in un’affermazione più alta, ma ne fornisce una radicalizzazione esasperata. Se per Hegel la riconciliazione è il risultato del lavoro del negativo, per Kierkegaard questo lavoro non può essere effettuato dalla ragione ma dal suo incontro con i suoi limiti.

In gioco è una «secretazione inaccessibile» della salvezza che si rende indisponibile alla volontà perché non dipende dall’opera dell’uomo, ma dalla grazia come dono di Dio. Con l’aggiunta che l’intervento della grazia non libera semplicemente l’uomo dal suo essere peccatore di fronte alla Legge – non lo libera, come direbbe Paolo, dalla maledizione della Legge –, ma lo consegna a una responsabilità illimitata. È quello che accade ad Abramo: la grazia non è una soluzione a buon mercato ma una chiamata che espone l’uomo di fronte a un mysterium tremendum. «Il vero eletto – commenta Battista –, è sempre l’offeso, il perseguitato dalla chiamata divina».

È quello che illustra, insieme ad Abramo, anche la vicenda di Giobbe: entrambi sanno che il rapporto dell’uomo con Dio non può essere spiegato da una logica retributiva, economica, fondata sullo scambio reciproco. Kierkegaard riprende in modo originale la dialettica vertiginosa che permea la teologia luterana della croce: la salvezza implica la perdita di sé, la vita la necessità della morte, l’amore il passaggio per l’odio, la resurrezione l’abbandono assoluto, il dono della grazia la rinuncia alla superbia delle opere, la fede la caduta nel peccato, il ritrovamento di sé l’esodo e l’espropriazione assoluta del proprio Io. Mentre nella dialettica hegeliana le opposizioni riguardano il carattere irrigidito dell’intelletto, per Kierkegaard esse investono il reale irriducibile dell’esistenza in quanto tale. Abramo non solo sconvolge il regime etico per il quale un padre deve salvaguardare e non uccidere la vita del figlio, ma rinuncia a comprendere con l’intelletto la chiamata del suo Dio, rinuncia a salvarsi adeguando il suo comportamento ai dettami della Legge e, così facendo, radicalizza il proprio amore per Dio e per Isacco simultaneamente. Mantiene il segreto del suo amore per il figlio mentre obbedisce alla chiamata inaudita del proprio Dio che sfida la legge degli uomini.

In questo, il suo gesto non è quello dell’eroe tragico che – come accade per Agamennone nei confronti della figlia Ifigenia – obbedisce con «infinita rassegnazione» alla legge della città – alla legge del generale – sacrificandovi la propria individualità, ovvero ciò che gli è più caro. Abramo mostra, diversamente, che ciò che salva è solo la capacità di amare in modo assoluto il proprio Dio e il proprio figlio, di sostenere un segreto impossibile da sopportare. Visto con gli occhi della Legge degli uomini Abramo è infatti solo un traditore, un figlicida, un mostro. Ma il suo atto più profondo consiste nella deposizione della propria volontà e nel consegnarsi senza riserve e senza garanzie al “totalmente Altro”.

Solo in questo movimento di decentramento può incontrare la salvezza. È il punto sul quale Battista insiste ereditando la lettura di Agostino proposta dal suo maestro Gaetano Lettieri: l’assoluto non è a disposizione della libertà dell’uomo, la sua rivelazione comporta piuttosto l’interruzione e lo scompaginamento di ogni versione umana della Legge. Si tratta di un evento apocalittico, gratuito, indebito, che non dipende in nessun modo dalle opere umane e che provoca la destabilizzazione di ogni ordine costituito. L’incontro di Abramo con la chiamata del suo Dio non genera alcun effetto di pacificazione, ma spavento e angoscia. Per questa ragione il Kierkegaard di Battista rivela come il suo nucleo cristico più puro si opponga a ogni versione a buon mercato della grazia come pacificazione ed emendazione dei peccati. Piuttosto, esso solleva il problema della fede come salto nel vuoto, affidamento alla potenza di un Altro che non possiamo governare, trasvalutazione di tutti i valori mondani, depotenziamento dell’Io e delle sue pretese antropocentriche di dominio.

Il libro

Mysterium Tremendum. Kierkegaard e il segreto di Ludovico Battista, Castelvecchi, pagg. 784, euro 39

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