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Zadie Smith: “Non arrendiamoci al pensiero sì-no”

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La scrittrice che inaugurerà il Salone del libro di Torino pubblica una raccolta di saggi. E ci spiega perché l’algoritmo non vincerà
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Entrare nella mente di Zadie Smith, seguirne i ragionamenti mentre osserva un manufatto, un quadro, un film, una vita, comporta l’abbandono di bussole e navigatori. E il risveglio di qualcosa che dentro di noi – da qualche parte – dev’essere rimasta: si chiama coscienza, e sarà bene tenerla viva. Tenerla accesa per essere in grado di riconoscere il nostro stesso dolore nella pena di qualcuno che – in un romanzo – non ci somiglia per niente. O mentre lottiamo per un’idea cui sentiamo di appartenere, senza magari averci riflettuto abbastanza. O per difendere quello che a una ragazza di un quartiere operaio del nord est di Londra ha permesso di studiare a Cambridge, laurearsi, pubblicare un capolavoro a 25 anni, e salvarsi la vita dopo un volo di 12 metri da una finestra senza pagare un penny. La scrittrice britannica autrice di Denti bianchi, Swing Time, Della bellezza, L’impostore, aprirà il Salone del libro di Torino con una lectio sull’adolescenza dal titolo “Ogni cosa era estrema. E…

Entrare nella mente di Zadie Smith, seguirne i ragionamenti mentre osserva un manufatto, un quadro, un film, una vita, comporta l’abbandono di bussole e navigatori. E il risveglio di qualcosa che dentro di noi – da qualche parte – dev’essere rimasta: si chiama coscienza, e sarà bene tenerla viva. Tenerla accesa per essere in grado di riconoscere il nostro stesso dolore nella pena di qualcuno che – in un romanzo – non ci somiglia per niente. O mentre lottiamo per un’idea cui sentiamo di appartenere, senza magari averci riflettuto abbastanza. O per difendere quello che a una ragazza di un quartiere operaio del nord est di Londra ha permesso di studiare a Cambridge, laurearsi, pubblicare un capolavoro a 25 anni, e salvarsi la vita dopo un volo di 12 metri da una finestra senza pagare un penny. La scrittrice britannica autrice di Denti bianchi, Swing Time, Della bellezza, L’impostore, aprirà il Salone del libro di Torino con una lectio sull’adolescenza dal titolo “Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così”. Da pochi giorni è in libreria con Vivi e morti. Incontri, riflessioni, ritratti pubblicati da Sur e tradotti da Martina Testa. Si tratta di una raccolta di saggi scritti negli ultimi anni per riviste come il New Yorker, o il Guardian. Uno le è valso un Pulitzer, un altro una serie di lunghe discussioni sulla possibilità di uscire dalle frasi fatte, dagli slogan identitari, dagli scontri ideologici senza costrutto, quando si parla di un tema enorme come la guerra in Medio Oriente. Provare a pensare con la propria testa, trovandoci dentro qualcosa di profondamente umano: la compassione, la solidarietà tra diversi. Provare a mettersi dalla parte delle nuove generazioni, quando si parla di loro, resistendo alla tentazione di salire in cattedra, di rifiutarne la visione per principio, o per arroganza. Zadie Smith risponde a Repubblica dalla sua casa di Londra, dove vive col marito, il poeta Nick Laird, e due figli che le ricordano ogni giorno cosa significhi essere adolescenti: Katherine e Harvey.

In "Shibboleth”, il saggio sulle proteste degli studenti americani contro la guerra su Gaza, ha scelto di disorientare un pubblico abituato a pretendere una posizione netta: o di qua o di là. Ci si può schierare con gli studenti che protestano, restando capaci di vedere l’oppressione del ragazzo ebreo umiliato e minacciato solo per quello che è. È ancora possibile esprimere pensieri complessi? O la logica binaria dell’era digitale – le shibboleth, le parole e gli slogan identitari - ci hanno colonizzati per sempre?

“È assolutamente possibile. Anzi, sono molto ottimista al riguardo. Il problema del discorso a somma zero, del discorso binario, del discorso algoritmico in generale, è che alla fine è invivibile. Siamo organismi troppo complessi per sopportarlo, e in qualche misura lo sappiamo. Funziona solo come discorso. Non funziona quando lo traduci nella tua vita umana concreta”.

Perché?

“Non riesce a parlare alla piena e complessa realtà del sentire umano. Per tutta la mia vita adulta, ad esempio, ho sperato in uno Stato unico e laico in Medio Oriente. Un luogo in cui tutti gli israeliani e i palestinesi, tutti gli ebrei, i musulmani, i cristiani, gli atei e gli altri possano avere i loro pieni diritti civili e le loro libertà religiose. Nel mondo algoritmico, questa posizione politica significa stare da una parte di un sistema binario, e non poter esprimere allo stesso tempo pietà per gli ostaggi, per esempio, o orrore per un crimine di guerra. Ma io non sono una macchina, sono un essere umano. E come essere umano posso registrare sia i crimini di guerra che i genocidi, non perché siano equivalenti, ma perché sono entrambi accaduti. Come esseri umani non disponiamo di una quantità limitata di pietà, di comprensione. È possibile abbracciare situazioni enormemente complesse con pietà umana e comprensione storica senza perdere la chiarezza politica. Il nuovo libro di Omer Bartov, Israel: What Went Wrong (pubblicato in Italia da Laterza col titolo Nell’abisso, ndr) è a mio avviso un bell’esempio del tipo di pensiero anti-algoritmico che personalmente ammiro”.

Zadie Smith e Nick Laird 

Luoghi di cultura come le migliori università americane sono state accusate di aver consentito un’intolleranza diffusa. È come se le persone avessero perso la capacità di confrontarsi con idee contrarie; come se l’unica cosa che conti ormai sia vincere, annientare l’argomento altrui, far prevalere la propria bolla.

“Non la vedo così. Non l’ho mai vissuta così in aula. Penso che si debba entrare in classe, come insegnante, con un certo atteggiamento. Quando ho scritto il mio saggio su Tár, una delle cose che cercavo di criticare era proprio il fatto che Tár entri in classe già armata di una serie di idee banali e stereotipate sui suoi studenti, considerati “intolleranti”. Lo ha già deciso, e questo è parte del problema. Bisogna porsi prima la domanda strutturale: “Perché questo studente è ansioso di confrontarsi con idee diverse?”. E la risposta si rivela storica, legata a situazioni particolari, ed è interessante. Ad esempio, nelle discussioni sull'appropriazione culturale, ho capito che, anche se non ero del tutto d'accordo con la formulazione, sapevo che i miei studenti proponevano il dibattito in quel modo perché mossi da una sincera preoccupazione. Non lo facevano per infastidirmi! Erano preoccupati che quel tipo di narrativa potesse essere dannosa. Quindi è interessante! Partiamo da lì. Non abboccate subito all'amo e non date per scontato che la discussione sia un attacco a voi, alla vostra generazione, al vostro stile di vita”.

Dobbiamo ripetercelo come monito?

“Penso che dovremmo avere tutti una maglietta con scritto ‘non abboccate all’amo’ per ricordarsi di smettere. È davvero sciocco”.

Nel saggio su Celia Paul scrive che l’adolescenza sembra essere uno dei pochi periodi nella vita di una donna in cui la sua creatività può esistere senza vergogna: sfrenata, febbrile, egoista. È stato così anche per lei? Denti bianchi è un libro adolescenziale?

“È un libro completamente adolescenziale. Ma forse la chiave per restare creativi come artisti è conservare per sempre una parte della propria adolescenza. Ho appena visto Taylor Swift dire esattamente questo in un’intervista sulla scrittura delle canzoni e penso che abbia ragione. Per me la mia adolescenza è il motore che alimenta tutto il resto. È stato il periodo emotivamente più intenso della mia vita, e credo che il giorno in cui perderò il contatto con essa sarà il giorno in cui smetterò di scrivere”.

In molti di questi saggi — quello su Tár, per esempio — riflette sulla differenza tra la sua generazione e la Gen Z, quella dei suoi figli. In Italia abbiamo passato anni a liquidarli come apatici, chiusi nelle loro stanze, assorti in cose futili. Poi li abbiamo visti in piazza per Gaza, e li abbiamo accusati di essere estremisti nelle loro richieste di pace. Li chiamiamo fragili, come se questa presunta fragilità fosse un difetto caratteriale, un difetto di fabbrica, come se noi non c’entrassimo nulla.

“La Gen Z mi piace molto, per quel poco che ne conosco. Mi diverte in particolare il modo in cui prendono in giro i millennial. Hanno anche la musica migliore. Apprezzo molto il loro attivismo ambientale. I miei figli non sanno far bollire un uovo e accetto senza ombra di dubbio che sia tutta colpa mia”.

Nei suoi romanzi — e nel saggio sulla sua adolescenza, che ha una chiave ironica irresistibile — la questione del corpo ritorna continuamente. Viene da chiedersi cosa sarebbe stato di tutti i nostri complessi se fossimo state costrette, ogni singolo giorno, a esporci in una vetrina social in attesa di like. Avremmo dovuto capire prima che consegnare i bambini all’algoritmo li avrebbe danneggiati?

“Direi che l’unica risposta possibile è: certo! La cosa leggermente esasperante è guardare una generazione millennial di tecno-ottimisti, persone che amavano urlare “luddista” a chiunque cercasse di mettere i freni, avere ora figli propri. Nel mio bar sotto casa li sento ogni giorno cercare di capire in quale scuola privata incredibilmente costosa mandare la propria prole. Luoghi esclusivi in cui tutto il lavoro si fa con matite e carta eccetera. È difficile non provare un po’ di rabbia di classe in momenti come questo. Ancora una volta, invece di un approccio a livello di società, i ricchi creeranno infanzie idealizzate e senza tecnologia per i loro figli, mentre le masse verranno lasciate alle immancabili nove ore al giorno di TikTok”.

Lei però racconta di essere cresciuta, letteralmente, con la televisione. Stiamo forse demonizzando i social media come gli adulti della nostra epoca demonizzavano la televisione? Forse questa è semplicemente la loro era, e gli adolescenti di oggi troveranno i loro anticorpi.

“Il mio saggio tratta proprio di questo. In breve, la domanda è: “Tutti i medium sono uguali oppure i social media rappresentano un cambiamento di paradigma?”. Non posso rispondere per nessuno, è qualcosa che ognuno deve decidere da sé”.

Ha scritto che se la sé adolescente potesse vederla adesso, sarebbe inorridita. In che cosa teme di averla delusa?

“A volte le persone mi mandano cose gratis e io non solo non le rimando indietro, ma provo un piacere genuino nel riceverle. Questo farebbe vomitare la me adolescente”.

Intransigente come tutti gli adolescenti. Al di là del fatto di portarla a trascorrere più tempo con l’arte visiva e meno con i libri, come scrive nel saggio che apre la raccolta, in cosa l’ha cambiata diventare madre?

“È molto difficile dirlo ora. Sono mamma da così tanto tempo che non ricordo più chi o cosa fossi prima. Ricordo solo di aver avuto la vaga idea che essere mamma significasse avere bambini. Ora mi fa molto ridere. I bambini sono una parte così piccola del tutto e, per molti versi, la parte più semplice. Non me ne sarei mai resa conto prima”.

Ha ancora senso entrare nella stanza dei propri figli e dire, quando non ci hanno pensato da soli: per favore posa il telefono, lascia perdere la skincare, leggi un libro? Una delle cose più incoraggianti del Salone del Libro di Torino è che – ogni anno di più – è pieno di ragazzi.

“Anche qui, sono enormemente ottimista. Il problema della degenerazione di internet (Smith usa una parola più evocativa, “shittification”) è che gran parte di ciò che contiene oggi non è più divertente. Vedo sempre più giovani con libri ovunque vada. Essere un lettore è ancora una cosa bella, lo sarà sempre. Non è mai stata un'attività di massa, ma chi la conosce, sa cosa voglio dire”.

Il libro

Vivi e morti di Zadie Smith, Sur, traduzione di Martina Testa, pagg. 312, euro 20

Gli appuntamenti

Il 14 maggio alle 14 (Pad. Oval, Sala Oro) Zadie Smith tiene la lezione inaugurale del Salone del libro di Torino. Altri due incontri il 15 maggio, alle 12.45 (Pad. 1, Sala Granata) e alle 15.45 (Pad. 3, Sala Azzurra)

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