Roma – «La guerra è sempre ingiusta», dice Gustavo Zagrebelsky. «Bisogna attivarsi per fare manutenzione delle architetture della pace», risponde il cardinale Matteo Maria Zuppi. Il giurista, professore emerito all’università di Torino, e il teologo, arcivescovo di Bologna e presidente della conferenza episcopale italiana, hanno parlato la stessa lingua ieri, quella di chi non capisce e non giustifica i conflitti armati. L’occasione è stata una conferenza nell’aula magna della Pontificia Università Gregoriana, dal titolo “Giustizia, verità, pace: cosa significano oggi?”. Di fatto un invito per capire come rispondere alla violenza dei tempi con strumenti diversi da quelli della forza e delle bombe. «La via della pace è irta di difficoltà ma va cercata» secondo Zagrebelsky, promotore di un appello: «Vorrei che oggi da qui partisse un’iniziativa che vede insieme tutti quelli che si riconoscono in una comune concezione di umanità, cristiani e non cristiani. Le voci devono venire dal basso…
Roma – «La guerra è sempre ingiusta», dice Gustavo Zagrebelsky. «Bisogna attivarsi per fare manutenzione delle architetture della pace», risponde il cardinale Matteo Maria Zuppi. Il giurista, professore emerito all’università di Torino, e il teologo, arcivescovo di Bologna e presidente della conferenza episcopale italiana, hanno parlato la stessa lingua ieri, quella di chi non capisce e non giustifica i conflitti armati. L’occasione è stata una conferenza nell’aula magna della Pontificia Università Gregoriana, dal titolo “Giustizia, verità, pace: cosa significano oggi?”. Di fatto un invito per capire come rispondere alla violenza dei tempi con strumenti diversi da quelli della forza e delle bombe. «La via della pace è irta di difficoltà ma va cercata» secondo Zagrebelsky, promotore di un appello: «Vorrei che oggi da qui partisse un’iniziativa che vede insieme tutti quelli che si riconoscono in una comune concezione di umanità, cristiani e non cristiani. Le voci devono venire dal basso perché chi sta in alto tende a difendere le politiche di potenza».
A introdurli il professor Martín María Morales, direttore dell’archivio storico dell’università, che ha organizzato il convegno insieme alla Facoltà di Storia e Beni culturali della Chiesa. Morales indica non a caso alcuni documenti antichi ben custoditi in una teca, un codice autografo del commento del cardinale Roberto Bellarmino al Salmo 84 – in cui si legge «giustizia e pace si baceranno» – e un volume delle sue Controversie contro gli eretici: «La Chiesa ha percorso una lunghissima strada, da quella che vedete racchiusa nella teca che qui mostriamo. Ma il linguaggio da guerra santa oggi appartiene alla politica». Una riflessione stimolata dalle parole iniziali del professor Paul Oberholzer, decano della facoltà di Storia e Beni culturali della Chiesa e dalle domande puntuali di Manfred Posani Löwenstein, dottore della Scuola Normale Superiore di Pisa.
Il cardinale Matteo Maria Zuppi e Gustavo Zagrebelsky (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)
L’attualità ha naturalmente fatto capolino tra le considerazioni generali, non poteva essere altrimenti con quello che sta succedendo nel mondo. «Oggi prevale l’idea che la forza è giustificatrice di se stessa. Chi è più forte si sente abilitato a fare quello che vuole», dice Zagrebelsky. Ma quello che sta accadendo alla Flotilla andrebbe affrontato «in termini di cultura e umanità, prima ancora che di diritto». E alla necessità delle leve culturali ha richiamato più volte il cardinale Zuppi: «Per costruire la pace servono educazione e cultura».
La guerra ha cambiato faccia nel corso del tempo, da santa si è fatta giusta e da giusta si è fatta legale, regolata dal diritto. Ma cosa accade quando ogni regola salta? Zagrebelsky scherzando dice che non vuole parlare da giurista ma invita a rileggere l’articolo 11 della nostra Costituzione, dove si dice che l’Italia ripudia la guerra: «Credo che oggi si debba arrivare a dire che la guerra è vietata, il che non significa essere inermi ma rispondere senza ricorrere alla violenza». Allo stesso articolo fa riferimento Zuppi chiosando che la guerra è «uno strumento non accettabile». La formula che il giurista e il teologo mostrano di non tollerare è quel celebre detto latino oggi molto amato dai realisti politici che recita: «si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace prepara la guerra. «Una formula guerrafondaia – dice Zagrebelsky – che spinge i governi a riempire gli arsenali».
Le motivazioni di rifiuto della guerra sono etiche naturalmente ma anche politiche in senso lato. Da studioso della democrazia e dei processi che la animano, Zagrebelsky fa notare la disparità di poteri che sottende ogni guerra: «La guerra è il terreno dell’ineguaglianza radicale. Alcuni la sanno fare e la gran parte la fanno. Quelli che la sanno fare sono i carnefici, gli altri sono le vittime». La democrazia è naturalmente il terreno «in cui gli umili e i potenti dovrebbero incontrarsi».
Le parole di Leone XIV sono l’altro leitmotiv: la «pace disarmata e disarmante» con la quale il papa americano ha inaugurato il suo pontificato. Sulle recenti polemiche di Trump e le accuse alla politica del Vaticano non ci si sofferma ma è come se fossero dietro a ogni riflessione. Zuppi fa una considerazione interessante quando dice che «siamo passati dall’idea di pace all’idea di tregua», che non è esattamente la stessa cosa. E torna indietro alla Seconda guerra mondiale per constatare con evidente dispiacere che «le memorie che i nostri genitori ci hanno lasciato sembrano scomparse». Quelle memorie, dice il cardinale, «guardano all’Europa ed è lì che dobbiamo continuare a guardare per poter coltivare la speranza e per andare oltre il linguaggio della forza». Aggiungendo: «I cristiani hanno fatto l’Europa, il nazionalismo ha distrutto le patrie».
Il pacifismo dunque, in oltre due ore di confronto, mette sul tavolo i suoi strumenti di lavoro. «Fare pace», dice Zuppi, come a voler evidenziare nell’uso di quel verbo l’impegno concreto degli operatori sul campo. Umanesimo è l’altra parola che il giurista e il teologo condividono, pronti a schermirsi da chi sostiene che dietro ogni discorso di pace si celi dello sterile irenismo. In genere le accuse vengono dai sostenitori di un certo realismo che però Zagrebelsky bolla senza mezzi termini come «opportunisti politici».
Naturalmente il discorso del professore è un viaggio ricco di citazioni dotte. Eraclito è colui che ha affermato: il polemos è il padre di tutte le cose. «Ma perché non possiamo dire il contrario? Perché non considerare la pace come elemento ordinario e la guerra come eccezione?». E Zuppi risponde: «Dobbiamo fare in modo che la guerra diventi non solo moralmente inaccettabile ma anche irrazionale politicamente». Trump tra queste dissertazioni si nasconde nel racconto di Tucidide sulla spedizione ateniese contro l’isola di Melo. «Il linguaggio del potere confonde la forza con ciò che è giusto», dice Zagrebelsky. Da Tucidide a oggi le parole sono sempre le stesse. «O accettate le mie condizioni o elimino la vostra civiltà. Vi dice qualcosa?». Poi arriva la stoccata: «Le armi sono un potentissimo strumento di potere. Il papa stesso ci ha detto che la nostra economia non può reggersi sull’industria delle armi».
La speranza nelle parole di Zagrebelsky e Zuppi è un impegno molto concreto. Il professore di diritto continua a sollecitare un’iniziativa che sostenga «la non distruzione della vita da parte di altri esseri umani». Anzi propone di più: «Questa affermazione dovrebbe essere un nuovo articolo 1 delle Nazioni Unite». Il razionalista guarda allora il cattolico che gli siede accanto e sembrano capirsi al volo. «La vita è un valore indiscutibile», dice Zagrebelsky, ma avrebbe potuto dirlo Zuppi. Più volte Zuppi cita Paolo VI. La conclusione è affidata proprio a una frase del Papa conciliarista: «La pace non è un’utopia, è un progresso». Zagrebelsky allora scherzando propone una riforma costituzionale: «Chiunque dichiara una guerra deve andare in prima linea». Ma in fondo il giurista è ottimista nonostante i tempi: «Dobbiamo uscire da questo periodo di angoscia, a me pare che ci sia molto fermento intorno. C’è humus su cui lavorare. Bisogna andare via da qui con l’idea di fare qualcosa. Il terreno è fertile».