Nuovo cinema Fofi: un inno d’amore ai grandi film ribelli
di Alberto AnileL’ultima volta che ho visto Goffredo Fofi è stato quasi un anno fa, nella sua abitazione vicino a piazza Vittorio. Gli scaffali erano pieni di libri letti, il tavolo ingombro di tanti ancora da leggere; al muro erano appese foto di amici cari e di persone che forse avrebbe voluto conoscere (c’era anche Marilyn Monroe) e un foglietto con un lungo elenco di medicine e l’orario in cui prenderle. Sarebbe scomparso poche settimane dopo, l’11 luglio 2025, e lui un po’ lo presentiva, ma al netto di qualche lapsus era sempre lucido e affilato, e allegro.
Mi disse dei libri a cui stava lavorando, poi usciti postumi, e di un altro, Cinema e bizzarria, che arriva ora per i tipi della Nave di Teseo. In quei giorni il testo era già pronto ma l’editore aveva deciso di posticiparlo, e questo un po’ gli scocciava: se ne lamentava, però con un sorrisino nel quale, a un reale fondo di impazienza (probabilmente temeva di non vederlo stampato) si mescolava l’arguta autoindulgenza di chi aveva bacchettat…
L’ultima volta che ho visto Goffredo Fofi è stato quasi un anno fa, nella sua abitazione vicino a piazza Vittorio. Gli scaffali erano pieni di libri letti, il tavolo ingombro di tanti ancora da leggere; al muro erano appese foto di amici cari e di persone che forse avrebbe voluto conoscere (c’era anche Marilyn Monroe) e un foglietto con un lungo elenco di medicine e l’orario in cui prenderle. Sarebbe scomparso poche settimane dopo, l’11 luglio 2025, e lui un po’ lo presentiva, ma al netto di qualche lapsus era sempre lucido e affilato, e allegro.
Mi disse dei libri a cui stava lavorando, poi usciti postumi, e di un altro, Cinema e bizzarria, che arriva ora per i tipi della Nave di Teseo. In quei giorni il testo era già pronto ma l’editore aveva deciso di posticiparlo, e questo un po’ gli scocciava: se ne lamentava, però con un sorrisino nel quale, a un reale fondo di impazienza (probabilmente temeva di non vederlo stampato) si mescolava l’arguta autoindulgenza di chi aveva bacchettato chiunque, da Pasolini a Benigni, e sulle sue arrabbiature poteva anche permettersi di scherzare.
Nato dall’omonima rubrica tenuta fra il 2018 e il 2021 a Zazà, il programma di Radio Tre curato da Anna Antonelli e Marcello Anselmo, Cinema e bizzarria consta di 125 testi dedicati ai film che l’autore ricordava con maggiore affetto e riconoscenza. Nell’elenco ci sono alcuni classici (Furore di John Ford, La ronde di Max Ophüls, I racconti della luna pallida d’agosto di Kenji Mizoguchi) ma in genere si tratta di opere eccentriche o laterali, dal muto La vedova allegra (1925) di Stroheim a 10 canoe (2006) di Rolf de Heer; in mezzo, pellicole note (Stand by Me di Rob Reiner), semidimenticate (A Touch of Zen di King Hu) o sconosciute ai più (Knock ovvero Il trionfo della medicina di Guy Lefranc).
Di ogni titolo Fofi analizza contesto e pregi, condividendo passioni critiche e felicità da spettatore, e fornendo i dati fondamentali, trama inclusa, senza banali timori di apparire pedante. Di Fellini, Fofi seleziona l’iniziale Luci del varietà condiviso con Lattuada, mentre di Welles sceglie il «rimediato» La signora di Shanghai, perché «resta quello in cui ha messo, credo, più di se stesso, come regista e come attore».
Inserisce Thelma e Louise in quanto «violentemente e dichiaratamente antimaschilista», e Il ladro di Bagdad perché «è la fiaba cinematografica più fiaba di tutte, comprese quelle disneyane». Non mancano sorprese. Fofi scopre che l’origine segreta di Zelig è L’uomo di fiducia, un romanzo di Melville obliquamente citato nel film di Allen. Grazie a Il senso della vita dei Monty Python, battezza un nuovo sottogenere, quello del “film conferenza”. Nota che Il mondo dei robot di Michael Crichton pesca a piene mani dal vecchio La pericolosa partita di Schoedsack. E parla di Ciclone sulla Giamaica, «uno dei film più belli sull’infanzia che io conosca», per intonare un inno ad Alexander Mackendrick, «regista da riscoprire».
Al di là di una vertiginosa cultura che mette insieme cinema, letteratura, costume e Storia, il bello è anche confrontarsi con giudizi che non cercano l’unanimità: Tarantino è «un finto anarchico», i suoi fan «esseri cinici che ridono del disastro del mondo», Casotto di Sergio Citti «uno dei capolavori sconosciuti del cinema italiano», The Blues Brothers «uno dei vertici della storia del cinema americano».
Goffredo Fofi è stato un padre intransigente e severo, che ha insegnato a generazioni di intellettuali la disciplina del rigore, la nettezza dell’onestà, la tensione morale del giudizio. Pur senza cadere nell’adagio che vuole l’incendiario finire pompiere, negli ultimi anni aveva riconosciuto che certe valutazioni e invettive erano viziate dal furore giovanile, e aveva intrapreso un recupero di scritti ed esperienze in cui il critico armato (a volte letteralmente) di bastone cedeva il posto all’uomo di cultura che cerca il buono e l’utile, rivolto più a costruire che a demolire.
Lungi dall’essere il classico libro-testamento emblematico e definitivo, Cinema e bizzarria lascia un ultimo insegnamento in linea con il Fofi più generoso e positivo: occorre parlare di cinema in modo chiaro, condividendo e diffondendo la qualità, e riconoscendo che ogni buon film, pure quello apparentemente disimpegnato, contiene una vitalità che incita al cambiamento e al progresso, rendendolo così felicemente “politico”.
Ma, quando necessario, si torni a contestare e contrastare i responsabili di un presente sconfortante, inclusa «la generazione del Sessantotto. La quale, invecchiando, non è stata capace di trasmettere nulla di buono alle nuove generazioni, spingendole anzi all’ignavia, alla viltà, ad accontentarsi di miserabili consumi più alienanti che mai. Tanto che neanche il cinema conta più molto, sopraffatto da nuovi strumenti, detti ancora, ipocritamente, di comunicazione».
Il libro – Cinema e bizzarria di Goffredo Fofi (La nave di Teseo, pagg. 612, euro 28)